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Calcio in Costume nel Seicento fiorentino

Calcio in Costume
La vita fiorentina nel Seicento secondo memorie sincrone (1644-1670) di Gaetano Imbert​


(...) Ma lasciamo questa piazza [piazza della Signoria], in cui già sorsero le case degli Alberti, abbattute dall'odio guelfo; in cui arse sul rogo il Savonarola; il duca Alessandro fece rompere, innanzi alle milizie, la Campana del Popolo; e si ballò intorno all' albero della libertà piantato da' Francesi; e rechiamoci in piazza Santa Croce, dove si solevano fare, in diverse circostanze, giostre, tornei, corse di tori, balli e feste d'ogni genere, e specialmente il gioco del Calcio, simile alla sferomachia de' Greci, e forse derivante dall'arpasto de' Romani.


Una partita di calcio fiorentino in piazza Santa Croce nel 1688. Schieramento d'inizio​

Giuoco del tutto fiorentino, visse vita rigogliosa da Piero de' Medici, famoso «calciante», a Gian Gastone, e rifiori a' giorni nostri, in occasione de' festeggiamenti per il Vespucci e il Toscanelli. Un numero grande di penne illustri, o almeno dotte, lo esaltarono in prosa e in verso, in volgare e perfino in greco e in latino! Lo fece conoscere a' suoi connazionali l'inglese Lassels. Il Chiabrera lodò la «Tosca gioventute», che in tempo di pace, invece di poltrire nell'ozio, esercitava le membra nel «gioco. Che a ragion si può dir gioco di Marte»; e Giorgio Coresio di Scio disse, con amplificazione poetica, il Calcio superiore a' giuochi Olimpici, Pitti, Istmici e Nemei, ché

Que' come rose spicciolate sono

Questo è ghirlanda di più fior contesta:

e ciò perché

il corso e la lotta

E la palla e la pugna in sé rinserra.

Ma in che consisteva il Calcio? Ecco: tra due schiere, ciascuna di 27 gentiluomini a piedi e senz'armi, vestite di colori diversi (il lìaììaio^ che porta ambo i colori, essendo neutrale), batte contro al muro un Cuoio grave, rotondo, in cui soffio di vento è prigioniero, in modo die rimbalzi in mezzo alle due file, e si ritira. Fa una caccia quel partito, che riesce a mandar la palla, con un calcio o con un pugno, fuori lo steccato, sopra le teste degli avversari. Fatta una caccia, i giocatori mutano posto. Due falli cioè due palle lanciate, per isbaglio, lateralmente, contano per una caccia perduta.
Vince quella delle due fazioni, che al tramonto, col quale termina il giuoco, ha fatto più cacce. Non descrivo minutamente il giuoco, perché i moderni calcianti mi direbbero: tu porti nottole ad Atene e coccodrilli in Egitto.
Dico soltanto di alcune usanze del buon tempo antico; una delle quali — non la più gentile! — era quella de'pugni.... Que' zerbinotti, con gii abiti corti, spediti e leggiadri, si trasformavano, a un tratto, in tanti pugilatori. Uno agguanta la palla; un altro fa per levargliela. Il primo lo allontana con un formidabile pugno, ma ne è di cuore contraccambiato. Qui la zuffa diventa generale: chi cade bocconi, chi snidino, chi di fianco; amici e nemici formano uno strano viluppo di teste che si agitano, di gambe e di schiene che si contorcono. Queste zuffe non hanno mai alcun seguito, per fortuna, fuori dello steccato.

Vincitori e vinti, andando insieme a cena, o a un ballo, si mostrano sorridendo bonariamente il naso contuso, un occhio pesto, un dente rotto, e, da uomini di spirito, scherzano sulle percosse date e ricevute.

Oh gran bontà de' cavalieri antiqui!

Lo steccato era, come la piazza, di forma rettangolare. Da un palco addobbato con sfarzo, assistevano allo spettacolo il granduca, i principi e le principesse con gran corteggio di gentiluomini e di dame. Molte signore e zittelle in carrozzoni dorati; molte alle linestre de' palagi prospicienti sulla piazza. In luoghi privilegiati, conti e marchesi co' cappelli piumati e con le collane d'oro; e umile volgo pigiato, accalcato dove e poco si vede. Tra la folla un via vai di servitori in ricchissime livree; sulle gradinate di Santa Croce donne, vecchi, fanciulli e beceri ; monelli arrampicati alle inferriate delle finestre e seduti o sdraiati sui tetti delle case. Il rullo de' tamburi, lo squillare delle trombe, lo sparo de' mortaletti, e talvolta il rimbombo de' cannoni delle fortezze, annunziavano il principio del giuoco e la vittoria dell'un partito o dell'altro.

Dame e pedine, cavalieri e popolani, assistevano con passione a quella specie di combattimento, e chi esultava per la vittoria degli amici, chi imprecava. «Chi mi darà la voce e le parole» per descrivere i timori e il giubilo delle belle, il fàscino su di esse esercitato da que' visi infiammati, da quelle membra elette, da quelle movenze rapidissime ed eleganti? Chi l'ira repressa degl'innamorati, ohimè!, non corrisposti! Povero Gerini, l'esser preferito in amore ti fu fatale! Lo Strozzi ti chiamò in disparte a disfida, e (come si legge nei Quadri storici fiorentini del Benvenuti) «usciti dalla piazza, dalla parte della fontana, cominciaste a menar le mani; ma, essendoti tu accorto, che la tua spada non entrava, perché lo Strozzi era armato di giaco, subito ti gettasti alle prese e abbracciasti il nemico, il quale, messo mano al pugnale, che aveva a lato, te lo ficcò ne' lombi. Tu, sentendoti mortalmente ferito, lasciasti la presa, e andasti a porti a sedere sul muricciuolo dell'Imbiancatore. Lo Strozzi, a tutta carriera, con la spada nuda in mano, si salvò sulle scalee di Santa Croce, dove arrivato fece una capriola, come se egli avesse fatto una bella impresa».

I Calci divisi si facevano quasi ogni giorno, durante il carnevale; quelli a livrea si tenevano invece in occasione di nascita o di nozze di principi, e di altre «pubbliche allegrezze».... Cosi le chiamavano!
In tali Calci solenni i cavalieri — questo giuoco era privilegio de'soli nobili — si vestivano di raso, o di velluto o di tela d'oro; ne' padiglioni, ch'erano a' due capi del campo, si servivano rinfreschi prelibati e confetture in grandi bacili di argento. Le stesse altezze autoctone e di fuorivia non isdegnavano, in tali feste pompose, di far mostra di sé tra i calcianti, prendendo parte al giuoco; ma non è detto che dessero o ricevessero pugni!
Gli alfieri preposti alle due schiere e scelti fra' titolati più ricchi, avevano il costoso piacere di offrire un sontuoso banchetto a' compagni.
Le disfide davan luogo a parecchie imbasciate fra le due parti: il Calcio era preannunziato uno o più giorni innanzi da cartelli, attaccati in luoghi determinati, e i nomi de' campioni venivano letti pubblicamente in Mercato Nuovo. I giocatori, con a capo l'alfiere, si pavoneggiavano per le vie, con l'insegna spiegata, e si recavano alla SS. Annunziata a invocare la protezione della Vergine per il prossimo cimento. Siccome il Calcio aveva luogo di carnevale, vi era quasi sempre un ballo la stessa sera. I fieri lottatori si trasformavano allora in tanti amabili ganimedi; e l'alfiere vincitore, al suono sentimentale d'un minuetto, donava le insegne alla sua fidanzata, o, se ancora poteva disporre del suo cuore, alle dame presenti, superbe di poter danzare con lui. Il pazzo carnevale infondeva vita e gaiezza al Calcio, che a volte doveva cessare, per dar luogo a qualche mascherata, che prorompeva nello steccato. Del resto gli stessi giocatori amavano talora mascherarsi: cosi, per esempio, da una parte c'erano gii Asiatici e dall'altra gli Africani. Ma qnalche anno il diavolo ci metteva la Coda, facendo morire, per l'appunto di carnevale, qualche principe di Toscana o di Stato amico. Per quel1'anno la quaresima incominciava più presto, e non c'erano Calci! Figuratevi la disperazione de' giovani e delle loro belle! Così per esempio non si giocò nel 1721, quando chiuse gii occhi per sempre quella perla di moglie, che fu Margherita Luisa d'Orléans; e ci fu lutto nel 1727, in cui mancò a' vivi il suo aborrito consorte Cosimo III. Forse accadde quello che la poveretta temeva: che insieme, cioè, si rivedessero in inferno! È certo però che i popoli, per festeggiare la morte di quel granduca, avrebbero fatto ben volentieri mascherate e Calci, se avessero potuto!

Nel lasciare piazza
Santa Croce, volgiamo uno sguardo alla graziosa facciata del palazzo Dell'Antella, detto degli Sportici. Gli aflreschi di Giovanni da San Giovanni, di Matteo Rosselli, del Passignano e di altri valenti artisti formavano l' ammirazione de' convenuti alla festa. Ma il tempo «con le sue fredde ali» ha reso di poi scialbi que' colori, quasi irriconoscibili quelle fìgure. (...)

Tratto da:
Gaetano Imbert, La vita fiorentina nel Seicento secondo memorie sincrone (1644-1670), Firenze, Bemporad e Figlio, 1906

 

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