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Tettoia dei Pisani

Tettoia dei Pisani
I Fiorentini la fecero costruire dai Pisani rimasti prigionieri nella famosa battaglia di Cascina avvenuta nel luglio 1364.
 
Sulla Piazza della Signoria, di fronte a Palazzo Vecchio, nel luogo dove nel periodo in cui Firenze fu capitale d' Italia sorse il palazzo delle Assicurazioni di Venezia o Palazzo Lavison, ebbene qui, esisteva un gruppo informe di fabbricati, differenti sia per dimensioni che per altezza e tipo. Alcuni tratti di muri avevano strutture solide col paramento a bozze di pietra annerite dagli anni e dagli incendi. Tutto questo ci ricorda che in quel luogo s'innalzavano un giorno antichi palazzi ed altri edifici di severa costruzione medievale. Nel centro di quel gruppo di case c’era qualche traccia della facciata di una chiesa; sul canto di Calimaruzza si apriva un grande atrio che serviva al passaggio delle “corriere postali” e sull'opposto canto, verso Via Vacchereccia, si innalzava ancora la sua massa cupa e solenne di una di quelle torri che tutt’ora evocano il ricordo lontano delle lotte cittadine. Al pian terreno esistevano ancora molte di quelle arcate che poggiavano su pilastri e che formavano una caratteristica comune a tutte le fabbriche civili del XIII e XIV secolo. 
 
Tettoia dei Pisani
 
Bastava un semplice esame di questo disordinato insieme di costruzioni per comprendere come esse erano i resti di edifici che sono stati parzialmente abbattuti. E difatti una demolizione del pezzo fra Vacchereccia e Calimaruzza era stata iniziata per ordine del Duca d'Atene, il quale aveva forse il desiderio di dare aspetto più regolare e più conveniente a questo lato della Piazza de' Signori, Piazza Signoria. Fu soltanto nel 1364 che per dare una sistemazione migliore alla località, la Signoria pensò d'utilizzare l'opera dei molti prigionieri pisani, 1364, trasportati a Firenze dopo i disastri della guerra in Val d'Era, per costruire una grande tettoia per loro, ma soprattutto per farle pagare in qualche modo la prigionia, e servire, anni dopo come rifugio ai cittadini nelle stagioni inclementi. La lunga e sporgente tettoia, la quale non era in fin dei conti che una riproduzione di tante altre simili costruzioni che nelle vie centrali della vecchia città avevano il compito di proteggere i fondachi o magazzini e le botteghe degli artieri [1], anche se presentava nell'insieme un aspetto pittoresco, “nulla aveva di artisticamente pregevole, perché sostenuta da semplici e disadorne mensole di legname[2].
 
Tettoia dei Pisani

I resti di vecchie costruzioni alle quali la tettoia venne addossata ricordavano le dimore forti e maestose di famiglie antichissime ricordate dal Villani e da altri antichi cronisti; quelle del l'illustratore fiorentino Malispini, dei Guglialferri, dei Tebalducci, degli Infangati e dei Mangiatroje. Erano per la maggior parte famiglie Ghibelline, quindi i loro beni vennero confiscati e passarono in possesso del comune, il quale ne concesse parte ad una delle più ricche fra le corporazioni delle arti, quella del Cambio. E fu difatti in questo luogo che quest'arte creò una comoda e bene adorna residenza che corrispondeva all’incirca sull'angolo fra la Piazza e la Via chiamata prima Calimala Francesca, poi Calimaruzza. Le altre case furono vendute e le ebbero varie famiglie fra le quali gli Alberti, i Tedaldi, i Pigli, i Baroncelli. Ai Baroncelli pervenne anche la torre, prima era degli Infangati, che faceva angolo con Via Vacchereccia.
Quasi nel centro del fabbricato fu più tardi dato accesso all'antichissima chiesa di S. Cecilia
[3] che in origine aveva la sua entrata verso un'interna piazzetta che tuttora ne serba il nome; ma la chiesa fu soppressa nel 1732 e distrutta pochi anni dopo. Quando la città fu provvista di un regolare servizio di Posta, sia per i trasporti quanto per le lettere, si ridussero ad uso di questo ufficio tanto la residenza dell'arte del Cambio quanto tutte le botteghe poste al disotto della tettoia, aprendovi una serie di finestre per la distribuzione delle corrispondenze. Così il tetto dei Pisani fu per un lungo tempo la Posta delle lettere la quale vi rimase fino a che non si pensò a trasferirla in una località più comoda e più decorosa [4]. Qui nel '700 si potevano trovare banchetti di venditori di cinti erniari, servivano come contenimento per l'ernia, detti brachierai, i quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d'oro imbrogliando con baratti, quei contadini che si lasciavano imbrogliare. Erano notevoli anche i postini di campagna, che venivano a prendere le lettere; e si riconoscevano dalla tuba, dai calzoni corti e la borsa a tracolla. 
 
Tettoa dei Pisani

Sotto la tettoia della Posta o dei pisani, con la pioggia o quando il sole scottava, dalle undici alle due, era il ritrovo degli ufficiali e di persone molto eleganti, che vi si davano appuntamento. E di lì passavano le signore e le giovinette che prima di andare a desinare facevano la rituale ed obbligatoria passeggiata di Via de' Calzaioli, per vedere e farsi vedere.
D'inverno e nella mezza stagione il ritrovo festivo aveva luogo sull'angolo di Via Vacchereccia, dove in alto, ad una fune attraverso alla strada si attaccava l’avviso del teatro della Pergola. Gli avvisi degli altri teatri si mettevano, appesi pure ad una fune, attraverso a Via de' Calzaioli, e fra via Condotta.
Dalla farmacia Forini - di cui si ammirava il cartello intagliato da Giovanni Duprè (Siena, 1º marzo 1817 – Firenze, 10 gennaio 1882) - fino alla cantonata di Calimaruzza, tutte le mattine si mettevano in fila i muratori senza lavoro, aspettando che qualcuno andasse a cercarli per prenderli a giornata; e quel pezzo di strada si chiamava il Canto dell'Acquavite; perché quei muratori mentre aspettavan di lavorare, ogni tanto andavano da un droghiere che c'era sulla cantonata di Condotta a prendersi un bicchierino.

Oggi, se non fosse per una vecchia fotografia e qualche pittura nessuno serberebbe forse il ricordo di quel insieme di costruzioni che viene chiamata "Tettoia dei Pisani".
 
Tettoia dei Pisani
Tettoia dei Pisani. 
Raccolta Cappugi nella Biblioteca Nazionale. — Acquerello di G. Gherardi (1843).​

 
Giuseppe Conti racconta:
[...]Sotto il tetto della Posta dov'è ora il Palazzo Lavison, che si chiamava "il tetto dei pisani" - perché fatto costruire dalla Repubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 - cerano alcuni banchetti di venditori di cinti erniari, detti brachierai, i quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d'oro imbrogliando co' baratti, que' contadini che si lasciavano imbecherare ch'era un piacere. Erano notevoli anche i postini di campagna, che venivano a prendere le lettere; e si riconoscevano dalla tuba, dai calzoni corti e la bolgetta a tracolla [...]

 
Fabio Borbottoni: Tettoia dei Pisani
 
Il Tetto dei Pisani. L'illustratore fiorentino calendario storico per l'anno 1909 compilato da Guido Carocci, edito nel 1908, Firenze
Sulla Piazza della Signoria, di prospetto a Palazzo Vecchio, nel luogo dove nel periodo in cui Firenze fu capitale d' Italia sorse il palazzo oggi delle Assicurazioni di Venezia, esisteva un gruppo informe di fabbricati, differenti per carattere, per dimensioni, per altezza. Dei tratti di muraglie solide col paramento a bozze di pietra annerite dagli anni e dagl'incendi ricordavano che in quel luogo s'inalzavano un giorno antichi palagi ed altri edifizi di severa costruzione medievale. Nel centro di quel gruppo di fabbriche erano poche tracce della facciata di una chiesa; sul canto di Calimaruzza aprivasi un grande atrio che serviva al passaggio delle corriere postali e sull'opposto canto, verso Via Vacchereccia, inalzava ancora la sua massa cupa e solenne una di quelle torri che evocavano ancora il ricordo lontano e penoso delle lotte cittadine.
A pian terreno sussistevano ancora molte di quelle arcate di bozze poggianti su sodi o pilastri che formavano una caratteristica comune a tutte le fabbriche civili del XIII e XIV secolo. Bastava un semplice esame di questo disordinato insieme di costruzioni per comprendere com' esse fossero i resti di edifizi che furono un giorno parzialmente abbattuti. E difatti una demolizione del caseggiato interposto fra Vacchereccia e Calimaruzza era stata iniziata per ordine del Duca d'Atene, il quale aveva forse in animo di dare aspetto più regolare e più conveniente a questo lato della Piazza de' Signori; ma l'antipatico tiranno fu cacciato da Firenze a furia di popolo ed il lavoro quasi ad onta di lui, fu lasciato interrotto.
Fu soltanto nel 1364 che per dare una sistemazione qualunque alla località, la Signoria pensò d'utilizzare l'opera dei molti prigionieri pisani trasportati a Firenze dopo i disastri della guerra in Val d'Era, per costruire una grande tettoia che potesse in qualche modo dare aspetto meno triste a quelle rovine e servire al tempo stesso di rifugio a' cittadini nelle stagioni inclementi.
La lunga e sporgente tettoia, la quale non era in fin dei conti che una riproduzione di tante altre congeneri costruzioni che nelle vie centrali della vecchia città avevano l'ufficio di proteggere i fondachi e le botteghe degli artieri, se presentava nell'insieme un aspetto pittoresco, nulla aveva di artisticamente pregevole, perchè sostenuta da semplici e disadorne mensole di legname. I resti di vecchie costruzioni alle quali la tettoia venne addossata ricordavano le dimore forti e maestose di famiglie antichissime ricordate dal Villani e da altri antichi cronisti ; quelle dei Malispini, dei Guglialferri, dei Tebalducci, degl' Infangati e dei Mangiatroje. Erano per la maggior parte famiglie Ghibelline, quindi i loro beni vennero confiscati e passarono in possesso del comune, il quale ne concesse parte ad una delle più ricche fra le corporazioni delle arti, quella del Cambio. E fu difatti in questo luogo che cotest'arte creò comoda e bene adorna la sua residenza che corrispondeva sull'angolo fra la Piazza e la Via chiamata prima Calimala Francesca, poi Calimaruzza. Le altre case furono vendute e le ebbero varie famiglie fra le quali gli Alberti, i Tedaldi, i Pigli, i Baroncelli. Ai Baroncelli pervenne anche la torre, un giorno degl'Infangati, che faceva angolo con Via Vacchereccia.
Quasi nel centro del fabbricato fu più tardi dato accesso all'antichissima chiesa di S. Cecilia che in origine aveva la sua fronte verso un'interna piazzetta che tuttora ne serba il nome; ma la chiesa fu soppressa nel 1732 e distrutta pochi anni dopo. Quando la città fu provvista di un regolare servizio di Posta, sia per i trasporti, quanto per le lettere, si ridussero ad uso di questo ufficio tanto la residenza dell'arte del Cambio quanto tutte le botteghe poste al disotto della tettoia, aprendovi una serie di finestre per la distribuzione delle corrispondenze.
Cosi il tetto dei Pisani fu per un lungo corso di anni la Posta delle lettere la quale vi rimase fino a che non si pensò a trasferirla in una località più comoda e più decorosa. Oggi, se non fosse una vecchia fotografia che offiamo qui riprodotta, nessuno serberebbe forse il ricordo di queir insieme di costruzioni che nella loro massa irregolare offrivano però un qualche cosa di originale e soprattutto di sommamente pittorico e di quel tetto che rammentava il triste periodo di lotte fraterne fra città della stessa regione.
 
 

[1] Artiere, è colui che cura le attività di manutenzione delle strutture di ricovero e di addestramento dei cavalli.
[2] Illustratore Fiorentino, compilato da Guido Carocci, Tipografia Domenicana, via Ricasoli 63, Firenze, 1909
[3] La chiesa di Santa Cecilia si trovava nell'omonima piazza Santa Cecilia a Firenze, vicina a piazza della Signoria.
[4] Le Poste verranno trasferite in Via Pellicceria nei nuovi palazzi costruiti dopo lo sventramento, 1864.

Bibliografia:
Firenze Vecchia, Giuseppe Conti, Firenze, 1890
Illustratore Fiorentino, Guido Carocci, Firenze, 1909

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