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L'utopia della moda italiana

L'utopia della moda italiana
di Diego Angeli,1906

 

Alcuni anni or sono i giornali americani annunciavano molto seriamente che le grandi sarte di Nuova York e di Boston avevano deciso di aprire alcune succursali dei loro magazzini a Parigi, per imporre alla Francia e all'Europa la moda americana. La notizia fece il giro dei giornaletti umoristici parigini e di questo nuovo pericolo americano non si parlò più, come non si parla più delle mode razionali proposte da non so quale circolo muliebre di Germania, come fra breve non si parlerà più dell'agitazione milanese promossa con tanto coraggio dalla signora Cenoni. Perchè la signora Cenoni è una donna piena di buon gusto. Alcuni suoi disegni, che ho veduto e ammirato, rivelano una studio profondo e un'attitudine tutta speciale ad adattare le vecchie acconciature ai disegni moderni. Ma tutta la sua fede e tutto il suo buon gusto non sono che un'eccezione e dopo aver ammirato le sue snelle figurine, dopo avere, magari, approvato un ordine del giorno favorevole alla nazionalizzazione della moda, le firmatarie più eleganti prenderanno il treno e correranno dai Drécoll e dagli Chéruitt di via della Pace o di piazza dell'Opera, per ordinarsi i vestiti del prossimo inverno.
La moda femminile — e vorrei dire la moda in genere — non è l'improvvisazione di una volontà geniale e tanto meno l'imposizione di un congresso. La moda è il resultato di molti elementi appena definibili, di tendenze, di abitudini e d'interessi che non si possono modificare da un momento all'altro con l'ordine del giorno di un'assemblea o col decreto di un principe. A leggere la raccolta degli editti sontuarii, che pure arrivavano a prescrivere la forma e il colore degl'indumenti più nascosti, si ha chiara la visione dell'inutilità di certe agitazioni contemporanee.
E poi se vi è un'epoca in cui questa nazionalizzazione della moda dovrebbe riuscire difficile è appunto la nostra, quando il « libero scambio delle idee » è arrivato a un punto tale che si può dire non esistano più frontiere al nostro sogno e al nostro desiderio. La facilità dei mezzi di trasporto, il cosmopolitismo della società elegante, l'abitudine di spostarsi e di riunirsi periodicamente in certi dati punti del globo, hanno trasformato radicalmente la moda rendendola universale.

 

Domenico del Ghirlandaio, La Nascita della Vergine, Santa Maria Novella

Così, la società elegante che si raduna ogni anno fra l'agosto e l'ottobre a Venezia, ha imitato dalle ragazze dei campielli i morbidi scialletti
che si sono poi trasformati nelle lunghe sciarpe di seta o di velo così ammirate lo scorso inverno. Così la «stagione» di Saint-Moritz ha introdotto nelle nostre mode maschili i cappellini ed in quelle muliebri le giacchette di lana a maglia come si portano nelle valli engadinesi. Se si volesse analizzare, oggi, l'abbigliamento di una signora elegante, si troverebbe che ha indosso, a seconda delle stagioni, la pelliccia russa e lo scialletto italiano, il busto parigino e le scarpe americane, il largo cappello inglese, imitato dai quadri del Gainsborough e messo di moda dalle belle londinesi liello smairt-set, e la maglia svizzera. Come si vede, è il trionfo del cosmopolitismo, dove la moda francese entra per una parte insieme con le mode di tutte le altre nazioni, non esclusa la
«nuovissima» America.
L'imposizione di una moda per decreto reale è stata sempre una cosa impossibile, quando la regina che voleva imporla non era debitamente riconosciuta come sovrana del buon gusto. Rammentate la crociata di im certo numero di signore inglesi contro l'uso di portare ali e penne di uccelli sui cappellini da passeggio e da serata?
Anche questa volta fu firmato un ordine del giorno e fu fondata una società alla cui testa si pose coraggiosamente Sua Maestà la Regina Alessandra. Ma dopo un po' di tempo fu lei sola a rimaner fedele allo statuto della società di cui era presidentessa e siccome l'augusta signora non era mai passata per un modello di eleganza, nessuno se ne dette per inteso e si continuarono a portare le penne e le ali più inverosimili sui più inverosimili cappelli. Ma — si osserverà da taluno — la moda italiana è esistita veramente un tempo? E se è esistita nei secoli scorsi perchè non potrebbe rivivere ora, quando cioè l'Italia sembra accesa tutta da un improvviso impeto di nazionalismo geloso? Sono due obbiezioni a cui non è facile rispondere, sia perchè la moda in tutte le epoche ha subito intluenze straniere a seconda dei casi e degli avvenimenti, sia perchè la psicologia del nostro secolo è cosi diversa da quel!a dei secoli passati che è quasi impossibile un termine di paragone. La differenza che passa fra il giorno d'oggi e l'epoca napoleonica, per esempio, è più grande — mi si conceda l'affermazione che può sembrare paradossale — di quella che non passasse fra l'epoca napoleonica e il Rinascimento. Ammesso questo principio, si​capirà come sia difficile stabilirne le conseguenze. E d'altra parte si dovrà convenire che la Francia ha avuto quasi sempre una certa supremazia in fatto di eleganza del vestiario e già il Villani nelle sue storie accennava al vezzo che avevano preso i fiorentini di vestirsi «alla francesca» dopo che il
duca d'Atene era stato a Firenze. Durante il XIII e XIV secolo le mode francesi ebbero una grande influenza in Italia, e Dante si lamentava delle «sfacciate donne fiorentine», che non si peritavano a girare per le vie della città mostrando «con le poppe nude, il petto». E questa era una moda di Francia, come erano mode di Francia i vestiti inquartati a due colori inaugurati da Mabilla di Retz, una scenziata provenzale che fiorì sul finire del secolo XII, e quelle gonne lunghe che nascondevano i piedi e inceppavano il camminare spedito, gonne che furono in voga durante buona parte del secolo XIII​ e che si veggono ancora nei mosaici veneziani o ravennati e nelle pitture giottesche.
 

Domenico del Ghirlandaio, Nascita del Battista, Santa Maria Novella

Queste gonne lunghe avevano anzi un'origine ben determinata e furono le figlie di Luigi IX, il Santo, che avendo i piedi deformi le adottarono per celarli, e da quel giorno ebbero un gran favore alla Corte e fuori della Corte. Una moda veramente italiana si ebbe solo nel Rinascimento e con questo ebbe il massimo splendore e s'impose all'Europa anche in grazia delle principesse Medicee andate spose alla Corte di Francia. Le cause che determinarono la meravigliosa fioritura di quel periodo insuperato, sono troppo note perchè debba dilungarmi intorno a loro: ricchezza pubblica floridissima, cultura estesa e rafforzata dallo studio delle antichità greche e latine, evoluzione politica cittadina che aveva permesso l'allontanamento degli stranieri, estensione dei traffici e dei commerci. La sovranità dell'arte ebbe il suo contraccolpo fortunato nei​ costumi.
Era quella l'epoca in cui il Ghirlandaio, dopo aver dipinto il trionfo della bellissima Giovanna Tornabuoni sulle pareti di Santa Maria Novella a Firenze, poteva scrivere sotto la sua firma, con orgoglio cittadino, questo ammonimento: «Anno 1490, quo pnicherrima civitas opibus, victoriis, artibus, aedificisque nobilìs copia, face, salubritate fruibanur». In queste parole è tutta la sintesi del Rinascimento e della sua gloria.
 

Domenico del Ghirlandaio, Dettaglio dell'affresco «La nascita Vergine», Santa Maria Novella

Centri floridissimi di questo rinnovato splendore furono sopra tutte le città d'Italia, Venezia e Firenze. Venivano da Venezia i merletti meravigliosi cui una leggenda popolare, assai diffusa, dava un'origine marina di amore fedele e di speranza.
Si narrava infatti che un marinaio partendo avesse regalato all'amante un'alga strana e di mirabile bellezza e seccandosi e sbriciolandosi la pianta nella lunga attesa di un ritorno che si faceva aspettare, la fanciulla amorosa cercasse con l'ago di fissarne tutte le fibrille a una a una, si che dopo un certo numero d'anni l'alga era scomparsa o per meglio dire si era trasformata in una trama di refe che ne riproduceva i più delicati disegni.
E pure da Venezia venivano i tessuti più rari, di lana o di seta, che potevano rivaleggiare con quelli prodotti dai pannaioli di Calimara o dai
tessitori di seta della Porta a Prato a Firenze. Furono allora in grande voga il camelotto che era un tessuto di lana a lungo pelo imitato forse​ dall'Oriente da cui traeva il nome, varmesino e il damasco d'origine persiana; la schiavina e la rassa si vendevano a vil prezzo ed erano adoperate dal popolo.

 

Ritratto di donna - Mino da Fiesole - Firenze - Museo Nazionale del Bargello
 
Non bisogna però credere che i mercanti veneziani sdegnassero l'importazione di tessuti stranieri. Panni francesi giungevano in abbondanza, quali i montoroli da Montreuil, i rasi da Arras e i santonici da Saint-Omer. Tele pregiatissime mandavano Reims e Cambray, che il popolo battezzava coi nome di Cambrì ancora rimasto nell'uso. Inoltre da varie regioni italiane erano importati i tessuti più preziosi: le sete fiorentine, i drappi milanesi, i velluti di Genova.
A Venezia contrastavano con fortuna i pannaioli e i Setaioli di Firenze, i cui fondaci occupavano tutto un quartiere della città e si stendevano per le vie di Calimara e di Calimaruzza e avevano palazzi e torri a rappresentazione della loro arte con mura affrescate di giostre, di visioni religiose e di stemmi. Fu quello il vero periodo di una moda nazionale. Le Lucrezie Buti, le Ginevre Benci, le Simonette Vespucci e soprattutto quella favolosa Giovanna Tornabuoni che ebbe la gloria di essere immortalata durante la vita dal pennello del Ghirlandaio e di Sandro Botticelli e di essere chiusa, da morta, in un sepolcro marmoreo scolpito dal Verrocchio, furono le regine di quella
eleganza fiorentina che dovette essere per qualche tempo l'eleganza dell'Europa tutta.
Guardate, per esempio, i ritratti muliebri del quattrocento fiorentino. Le linee sono ancora semplici e si tiene più alla purezza della forma che alla sontuosità degli ornati. Si direbbe che tutto il lusso della donna debba consistere nei bei ricami che arricchiscono la gonna o nella
grazia un po' complicata delle pettinature. Le figure di Filippo Lippi, la donna di Mino da Fiesole che è al Bargello, l'Isotta riminese di Matteo de' Pasti, la principessa estense del Pisanello spartiscono le chiome in due o tre bande, le intrecciano con tenui veli ricamati che scendono fin sotto la guancia, le tengono ferme con​ bende purpuree e bianche, le compongono in trecccioline attorte bizzarramente intorno alle orecchie. 

 
Pisanello, Ritratto di Ginevra d'Este conservato nel Museo del Louvre a Parigi

Altre, come la Tornabuoni del Ghirlandaio, lasciano spiovere i riccioli sciolti lungo le gote e dividendo il folto delle chiome in due bande sulla fronte, le arrotolano con un semplice nodo dietro la nuca.
Altre ancora, come la donna bionda di Piero della Francesca al museo Poldi Pezzoli, arrischiano timidamente qualche gioiello e intrecciano un filo di perle fra i capelli tirati verso le tempie e raccolti in alto come in un fiocco. La varietà delle pettinature e l'abbondanzadei ricami sono le caratteristiche della moda italiana in quello scorcio del quattrocento, moda compendiata nella più pura semplicità della linea che copre il nudo senza deformarlo. Ai tessuti preziosi si volle aggiungere il lusso del ricamo: corolle di gelsomini, decorazioni geometriche, attributi araldici, cifre e motivi ornamentali arricchiscono i vestiari delle gentildonne dell'epoca.
In compenso i gioielli sono ancora modesti: un filo di perle non molto grandi; un cordoncino di seta nera che sostiene un gioiello, cesellato con molta arte, sotto la gola o sulla fronte; uno spillone in cui è incastonata una gemma e che serve a chiudere gli orli del farsetto sul seno.
Ma con l'accrescere della ricchezza e col formarsi delle signorie che popolarono di altrettante Corti l'Italia, anche la moda subì una trasformazione radicale, e si arricchì di un lusso non prima veduto, lusso che si sparge a poco a poco nelle varie nazioni d'Europa, recatovi da quelle principesse italiane, che essendo state fino a ieri figlie o nipoti di mercanti, 
diverranno domani regine. 
 
Il Ritratto di giovane dama attribuito a Piero del Pollaiolo o a suo fratello Antonio,
databile al 1470-1472 circa e conservato nel Museo Poldi Pezzoli di Milano

E allora si ha la profusione di merletti e di trine, lo sperpero delle pellicce rare e dei tessuti preziosi. Fu quello il periodo trionfale della moda italiana. Durante quasi un secolo due regine italiane, anzi fiorentine — Caterina e Maria dei Medici — si succedettero sul trono di Francia recando con sé tutta una schiera di cortigiani e di dame che importarono a Parigi gli usi e i costumi nazionali. Fu Caterina dei Medici che impose la moda di quelle collarine inamidate che sotto il regno di Enrico III dovevano prendere così bizzarre proporzioni. E fu sempre la stessa Caterina che importò gli abiti sontuosi, i broccati pesanti, le grandi maniche e i gioielli complicati che erano in voga nelle Corti italiane.
L'imitazione cortigiana per tutto ciò che faceva la Regina andò tanto oltre che Enrico III dovette provvedere con un editto speciale a che le
industrie francesi non fossero troppo abbandonate. E le vesti italiane furono in quelli anni veramente magnifiche. Quasi che la ricchezza dei tessuti non bastasse alla loro sontuosità, si volle spargere a piene mani l'oro e l'argento, e sull'oro e sull'argento incrostare le perle e i diamanti.
Il sottile cordoncino di seta che sosteneva il gioiello modesto si trasforma in una pesante catena d'oro da cui pendono pettorali pieni di
gemme. Le acconciature dei capelli s'imprigionano in una fitta rete di perle, i nodi delle trecce si fermano con borchie di smeraldi e di rubini. L'Isabella d'Este del Tiziano ha un turbante di pietre preziose e la sua Caterina Cornaro ha un diadema di rubini, di perle, di diamanti.

 

Tiziano, Caterina Giulia (Iulia) Corner, italianizzato in Cornaro, Galleria degli Uffizi

La donna il cui ritratto è attribuito al Vecellio nel museo di Francoforte, ha nei capelli una triplice corona di perle e agli orecchi due pesanti buccole a forma di stelle. Il collo è cinto da un'altra collana di perle che sostiene una immagine sacra e una terza collana d'oro si perde nel corsaletto ricamato, mentre una catena pesantissima le pende sulle spalle e le mani grassocce tengono il manico di un ventaglio cesellato riccamente. Perfino l'indimenticabile Lucrezia Panciatichi del Bronzino — la bella donna che vive così intensamente nel ritratto degli Uffizi, a Firenze — ha questa esuberanza di tessuti preziosi: corona nei capelli, vezzo di perle che sostiene un gioiello grave e ricco al tempo stesso e catena d'oro sulle spalle, la ben nota catena che fra una maglia e l'altra porta la targhetta di smalto col duplice motto che può leggersi come una promessa e come una minaccia: Amour dure sans fin — Dure fin sans amour!
 

Il Ritratto di Lucrezia Panciatichi di Agnolo Bronzino, databile al 1541 circa e conservato negli Uffizi.​

Questo lusso di velluti e di gioielli è veramente la caratteristica del nostro secolo XVI.
Una caratteristica spinta tanto oltre che si pensò a provvedervi con editto, e a ricondurre con decreti la semplicità primitiva nelle vesti e nei costumi. In un bando pubblicato il 10 dicembre 1564, Pio IV, preoccupato da questo continuo accrescere del lusso cittadino, tenta di prescrivere ai romani la forma del vestire e la quantità e qualità delle vivande. Dopo avere premesso come ammonimento di morale universale che in ogni città deve essere cura del principe o dei magistrati maggiori che si dia rimedio a qualunque cosa può guastare e corrompere li buoni costumi, onde si vede spesso la rovina di molte famiglie private, il che non può avvenire senza danno pubblico esendo la città come un corpo composto di molte famiglie, dopo aver constatato che nelle spese che hora si
veggono non si riconosce quella modestia che tanto​ piacque ai nostri maggiori,
viene a stabilire in una serie di articoli dedicati agli uomini e alle donne, il colore, la foggia e la qualità dei loro vestiari.

Sentite la parte che si riferisce alle donne:
«Non sia lecito a zitelle né a donne maritate che vanno da spose andar per Roma senza panno o tela in testa, né possono portare ricci posticci, né bionde di sorte alcuna sotto pena di scudi 50 per volta. — Non sia lecito a donne maritate et messe in panni portar anela e pendenti alle orecchia, camise crespate alte da uomo, né fazzoletti lavorati d'oro o d'argento, né maniglie, né guanti profumati, né gorgiere di sorta alcuna, né colletti altro che di filo o zenzile semplici sotto la pena come sopra. — Non sia lecito a donne maritate et messe in panni portar camise lavorate d'altro che di filo bianco o roio né altre cinture che di taffetà senza lavoro eccetto quando vanno con vesti di drappo all'hora che possono portare camise lavorate di seta bianca et una cinta d'oro senza gioie, perle o pendenti le quali non sia più del valore di scudi cento et un vezzo di perle al collo sotto la medesima pena. — Non sia lecito a donne maritate et messe in panni portar panni listati a pizzo di sorte alcuna o vesti d'avviare d'oro e d'argento o di velluto alto o basso ne dove sia oro, argento o qualsivoglia sorte di ricamo, trine, cordoni, intagli, imbottiture, né in alcun modo trinciate o tagliate ma semplici et schiette con una pistagna del medesimo colore della vesta o una franzetta o passamano intorno al li busti et maniche et nella estre​mità di esse. Non possono bavere più di mezzo palmo di traffino il quale non si possa attaccare alla veste né far portare. Sotto la medesima pena. — Non sia lecito ad alcuna delle sopradette donne portar calze lavorate ad agucchia d'oro o di seta né con ricamo, né altri lavori ove sia sorte di seta o guarniturie».

Come si vede, tutto il contrario di quello che si faceva e si continuò a fare non ostante le pene minacciate dagli editti e dai bandi. E si continuò a fare tanto bene, che proprio in quella Roma dove Pio IV — che era un Medici di Milano — si preoccupava così minuziosamente di regolare il lusso femminile, un anno appena dalla pubblicazione del suo bando aveva luogo il matrimonio di suo nipote — il conte Annibale Altemps — con Ortensia Borromeo, matrimonio durante le feste del quale si spiegò uno sfarzo di gioie e di vestiti come non si era mai visto fino allora. E questo in pieno Vaticano e alla presenza di quel Papa che aveva voluto «quella modestia che tanto piacque ai nostri maggiori»!
Ma col cinquecento finisce la supremazia della moda italiana. L'universalità della dominazione spagnuola da un lato, ma sopra tutto lo splendore della Corte accentratrice di Luigi XIV dovevano rendere gl'italiani servi anche in questo ramo della loro vita civile.
Verso la metà del secolo XVII, la moda cominciò a essere francese e fu francese per diritto divino. Dai parchi ombrosi di Versailles la importarono, in Inghilterra Enrichetta di Francia, e Maria Mancini a Roma. Mentre quella scontrosa e malinconica Margherita d'Orléans, che il suo matrimonio con Cosimo de' Medici considerava un castigo e il suo soggiorno in Toscana una prigionia, trapiantava a Firenze le mode e gli usi parigini, accadde per la Francia quello che era accaduto un secolo prima per l'Italia: e furono le principesse e le grandi dame francesi che divennero le più sicure commesse viaggiatrici delle sue mode e delle sue industrie.
Riprodurre qui le fogge del vestiario che si veggono nelle pitture di Chiara Varotari, di Carlo Maratta, e degli altri pittori del seicento, sarebbe inutile, perché vedremmo riprodotte le mode che erano state imposte all'Europa dalle gentildonne e dalle favorite del Re di Francia. Tutto al più si potrebbe notare questo fatto: una specie di «ritardo» che i costumi italiani hanno su quelli francesi: pur troppo siamo divenuti quello che si direbbe oggi «provinciali» e le nostre modanti — le signore che seguivano la moda si chiamavano allora cosi — non possono sostenere il paragone con le belle dame elegantissime dei Nanteuil, dei Mignard e dei Lebrun.

 

Chiara Varotari Ritratto di Pantasilea Dotto Capodilista, ca. 1630
Museo di Arte Medievale e Moderna (Padova)


Carlo Maratta, Ritratto di André Le Nôtre

Se poi si trovasse esagerato quanto affermo, si rileggano queste parole, scritte in fronte a un volume che durante tutto il secolo XVII fu molto popolare in Italia, la Ginipedia di Vincenzo Calassi da Fano (Fonte Treccani).
In questo libro, che doveva insegnare alle nobildonne nostre il modo di comportarsi, e di vestirsi, lo scrittore marchigiano annota: «La donna non deve mai rimanere innamorata delle fogge antiche né d'introdurne di nuove ma di accomodarsi con l'uso comune poscia che essendo noi altri italiani quasi per fatale inclinazione sottoposti alla continua varietà degli habiti scimmie in questo or d'una or d'altra nattione non senza vergogna dell'esser nostro divenuti, quello bello a proposito e convenevole parer ci dee che gli altri costumano e portano havendo in ciò gran parte l'assuefatione dell'occhio».
Questo il Calassi stampava e pubblicava l'anno di grazia 1662 e questo si può ripetere senza variante a duecento sessantaquattro anni di distanza.
Come si vede, la questione — al pari di tutte le questioni di questo mondo — é vecchia e non é stata mai potuta risolvere. Le signore hanno accolto col medesimo sorriso gli editti dei principi, i bandi dei pontefici, i suggerimenti dei filosofi e hanno continuato a fare a modo loro. C'è da credere che accoglieranno col medesimo sorriso anche i voti dei congressi e continueranno a fare il comodo loro, come prima e forse più di prima.


DIEGO ANGELI.​
 

La Salomè del Battistero di San Marco a Venezia
 
Diego Angeli (Firenze, 8 novembre 1869 – Roma, 23 gennaio 1937) è stato un giornalista, scrittore e critico d'arte italiano. ​(Fonte Treccani)

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