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Il Farsettaio e sua figlia

Il Farsettatio e sua figlia
 
Era un buon periodo per me, mangiavo tutti i giorni e qualche volta anche più volte. I miei fratelli oramai erano già ben introdotti nell’ambiente dei malfattori: Girolamo, mio fratello maggiore, già si era fatto conoscere al Mercato [1] per la sua cattiveria e sadismo; Marietta, mia sorella, invece già era conosciuta per le sue prestazioni particolari; invece l’altro fratello Piero, ancora non sapeva chi era.
Ero un baldo giovane di tredici anni, e cominciavo a conoscere il posto dove vivevo, però mi sentivo prigioniero nel mio stesso Buco
[2], cosi scappai. Oddio, non andai molto lontano, ma credetti di trovarmi in Paradiso. Guardavo la gente e mi dicevo che non erano come lì al buco, allegri, puliti e le donne profumate di acqua di rosa [3]. Guardavo con meraviglia le botteghe pulite, i garzoni ben vestiti e le strade, non puzzavano di merda, erano anche pulite. Senza accorgemene arrivai alla chiesa di San Michele Visdomini [4], qui un piccolo slargo accoglieva modesti venditori di cianfrusaglie, oggetti mai visti, un tesoro, cose bellissime che luccicavano dentro i miei occhi.
Arrivai in Santissima Annunziata ma c’era troppa gente indaffarata, che correva per andare da qualche parte, non mi piace, anche qui un grande mercato pieno di merce. Tanti uomini, chissà se mio fratello Girolamo conosce questo posto, potrebbe fare molti affari qui con le sue puttane.
Ho fame, la mia pancia fa rumore, non ho soldi ma non mi interessa, non li ho mai avuti, ruberò qualcosa come ho sempre fatto. Vidi un tavolo con succulenti pani e salsicce, li voglio, così mi avvicino, nessuno mi vede, troppa gente intorno al tavolo che contrattava sul prezzo e comprava e mangiava e mangiava senza aspettare nessuno.
Allungo il braccio per afferrare qualcosa, ci sono quasi, la saliva mi cola dalla bocca… ecco, preso, è caldo… caldo e morbido, tiro e sento un piccolo delizioso urlo, scappo con la mia preda… esco dalla piccola folla e vedo che stringo una mano, piccola, pulita e tanto calda. Lascio quella dolce manina con terrore, è sbagliato tenere qualcosa di così bello nella mia ruvida, brutta e sporca mano. Ho paura, se lei urla mi picchieranno o peggio.

 
Chiasso del Buco fra via Lambertesca e via Vacchereccia
Chiasso del Buco fra via Lambertesca e via Vacchereccia
 
Cercai di scappare ma quella morbida e tenera mano mi trattenne e qualcuno mi parlò e mi disse: –
fermati!!! – Impaurito mi bloccai, tremando cominciai a piangere, non ero mai stato né preso né scoperto, la rabbia e il terrore mi assalì ma mentre cercai di urlare, mi resi conto che la mano era attaccata ad un braccio ed il braccio ad una bambina. Non dimenticherò mai quello che vidi: Un viso dolce, pelle chiara come la luce della luna, le gote come il sangue uscito da una ferita, un vestito bianco come la neve ed un corpetto rosso come un cardinale con una fascia di fiori di seta bianca che le circondava una fronte bella e morbida. Rimasi a fissarla, non avevo mai visto nulla di così bello, non riuscivo a lasciare la sua mano e lei senza dire nulla, sorrise senza paura… IO ho sempre fatto paura, tutti mi guardavano e giravano la testa… ma lei no, mi guardava e sorrideva… non dimenticherò mai quel viso.
Gentilmente mi disse: –
hai fame! – Lei sapeva, lei capiva e mi sorrideva.
Con quel poco di voce a malapena riuscì a dire –
si, tanta – Gli angeli si mostrano in molti modi, Alleluia.
Vieni, seguimi nella bottega di mio padre, lì mangerai. – disse lei. Non sapevo cosa dire, così la segui con ancora la sua mano nella mia.
Entrai con lei in una stanza buia piena di stoffe colorate, un odore che non avevo mai sentito ed in fondo alla stanza vidi una finestra dove il sole colpiva ed illuminava una nera figura.
sei un disastro, sbagli sempre, dovrò mandarti via se non migliori il tuo lavoro. – Quella nera figura brontolava con voce tranquilla un garzone di nome Mariotto, maledetto sia il suo nome, che piangendo teneva il capo chino.
bambina mia, chi c’è con te? ­– disse l’uomo appena ci vide entrare. –
padre mio, vi ho trovato un nuovo garzone, è solo ed ha tanta fame – disse il mio angelo
non siamo agli Innocenti [5], non devi portare tutti gli orfani affamati che trovi – rispose il padre divertito.
chi sei? – disse l’uomo – il tuo nome – camminando verso di me con fare burbero, mentre mi guardava molto severamente
signore – intimorito risposi a capo chino– io non ho nome, ma tutti mi chiamano Moccolo, padrone
io sono Jacopo il tuo padrone – parlando dolcemente e orgogliosamente continuò – sono il farsettaio [6] di molti nobili signori, se vuoi stare qui devi stare zitto e lavorare e – con voce dura – non voglio più ripeterlo.
 
Lo sconosciuto sarto nel famoso ritratto del 1570 di Giovanni Battista Moroni indossa un classico esempio di farsetto.
Lo sconosciuto sarto nel famoso ritratto del 1570 di Giovanni Battista Moroni indossa un classico esempio di farsetto.
 
Iniziò così la breve ma intensa conoscenza della bambina di nome
Ginevra, di suo padre e dei garzoni. Certo, vedevo poco la padroncina, ma quando succedeva sentivo tanto calore e mi sentivo stranamente bene… non ero mai stato cosi… imparai a conoscere cosa sentivano le persone che non vivevano al “buco”. Il tempo passava ed io lavoravo così tanto che Padron Jacopo cominciò a sorridermi, solo qualche volta è vero, ma nessuno lo aveva mai fatto prima di lui. Non capivo, e non riesco a descrivere ciò che provavo, ma mi faceva stare bene, anche adesso sto bene dopo tanti anni quando ripenso a quei mesi vicino al padrone ma soprattutto alla padroncina e provo ancora tanta dolcezza. "Dolcezza" ecco questa è una delle tante parole che lei mi ha insegnato. Qualche volta mentre la penso vorrei non averla mai conosciuta, ma subito dopo prego Dio per averla incontrata e salvare così la sua bellissima anima.
Dopo le lunghe ore di lavoro, piegare le stoffe e consegnare i lavori di padron Jacopo, mi ritiravo sempre nel mio letto, era fatto di vere coperte di lino grezzo, mi graffiavano la pelle, al “buco” avevo solo della paglia sporca e piena di animali. Mangiavo qualche fico secco e un pezzo di pane e soddisfatto cadevo in un sonno profondo, però troppo spesso sobbalzavo... svegliandomi. Il buio non mi spaventava più e non sentivo paura lì nel mio angolo, bella sensazione. La mattina dopo mi svegliavo come se avessi preso l’oppio
[7], pesantemente, e senza ricordare né sogni né incubi la mattina ripartiva senza pensieri.
Sapevo di rimanere lì per lei, Ginevra, era sempre gentile anche se non mi parlava né mi guardava fino a quando un giorno, un bellissimo giorno mi chiamò:
Moccoloooo – urlò lei – vieni quiii – senza dire una parola mi avviai correndo verso quella voce cosi angelica: è bellissima col suo abito color turchese e la fascia bianca con fiori sulla fronte.
sono qui padroncina – dico con vergogna e occhi bassi ­– comandate – continuai.
mio padre – disse lei sorridendo ­– vuole che tu impari il dettato e far di conto ­– continuò lei cercando i miei occhi, che io insistevo a non alzare. Con timore riuscì solo a dire – si padrona, come volete voi, padrona – tremavo e non respiravo.
 
Non capivo cosa volesse dire, ma ero felice solo di sentirla parlare. Il resto non mi interessava. Cominciò così, iniziai a vederla tutti giorni, io avevo solo un desiderio: aspettare il momento di sentire il mio nome quando avrebbe deciso di chiamarmi. Correvo felice verso di lei e obbedendogli fedelmente mi impegnai così tanto che imparai velocemente tutto quello che lei mi chiedeva. Ciò che imparai da Ginevra lo misi in pratica così bene che creai tempo dopo una grande attività, superando perfino quella di Girolamo, il mio crudele e dolce fratello. Felice… ero felice tanto felice che mi sembrava un sogno. Ma un giorno, un terribile giorno tutto questo divenne un incubo, ed ancora oggi ne ho terrore. Non sarei stato più lo stesso, quel ragazzo spaventato e pauroso morì, venne sostituito da quello che mi avrebbe portato al carro
[8], molti anni dopo, avevano ragione, venni chiamato in molti modi: mostro, diavolo, satana, anticristo e altro.
Mi spiego meglio, la giornata cominciò al solito modo, un pezzo di pane mangiato in corsa come colazione e ero pronto per fare le consegne. Mentre stavo uscendo dalla bottega, con i farsetti da consegnare, vidi la padroncina che nel piccolo giardino si pettinata, era lì e stava guardando la propria immagine dentro ad un secchio pieno d’acqua e rideva felice. Tuttora sono convinto che lei era un angelo, il mio angelo. Vedendomi uscire, lei alzò gli occhi, mi vide, sorrise e gentilmente mi salutò, usando la mano che tanti mesi fa strinsi. Anch’io sorrisi impaurito e corsi via felice per fare le consegne più velocemente possibile, volevo solo tornare a bottega e rivederla, solo questo volevo, che altro potevo desiderare, lei era un angelo del paradiso ed io un demone dell’inferno. Non sapevo però che quella sarebbe stata l’ultima volta che la vedevo viva e così bella.
Al mio ritorno, fuori dalla bottega di Padron Jacopo, vidi una folla rumorosa ed impaurita –
cosa succede? – urlai a chi mi stava vicino – cosa succede, maledetti – continuai ad urlare con la paura e un terrore che non avevo mai provato. Con fatica riuscì ad entrare nella bottega e trovai il padrone che piangeva, si batteva il petto e si strappava i capelli.
padrone cosa succede? – chiesi tremando impaurito – vi prego – padrone Jacopo mentre alza gli occhi rossi e gonfi mi guarda e mi da un pugno facendomi cadere, lasciandomi senza fiato sul pavimento e dice – dov’eri maledetto, dov’eri – gridava come un pazzo – Ginevra, la mia Ginevra è scomparsa
Io non capivo, ero a terra senza fiato e non capivo, perché mi ha picchiato? Io non ho fatto nulla. Come mi aveva colpito mi afferrò e mi abbracciò stretto: ­ –
la mia Ginevra, dov’è, mia figlia ­– Non sapendo cosa dire preferì stare zitto, ma non riuscivo a smettere di piangere.
Passarono molti giorni e della Padrona non avevamo notizie, spesso chi sparisce poi ritorna, ma lei non tornava. Il
2 gennaio del 1460 partirono le ricerche ma era più di un mese che lei era sparita, più di un mese senza sapere cosa era successo, non saprò mai perché aspettarono tanto. Padrone Jacopo, non riusciva più a lavorare, dovevo imboccarlo e lavarlo o sarebbe morto… la bottega oramai non aveva più lavoro. Tutti i garzoni erano andati via, solo io era rimasto, rimasto solo per Ginevra, il mio angelo.
La cercavo tutti i giorni, ma che potevo fare da solo, camminavo non ho fatto altro ed è così che ho conosciuto Firenze, gli angoli più bui, i posti più sporchi e così tanta gente, e molti di loro in seguito li usai per i miei scopi. Una mattina vennero i “birri”
[9] e ci dissero che l’avevano trovata in un fosso, morta, in Santissima Annunziata, vicino ai gradini dello Spedale [5]. Appena saputa la notizia, corsi all’impazzata nel luogo del ritrovamento e la vidi, era lì, nuda, rossa di sangue, sporca di carbone e piena di tagli, col viso pieno di terrore, non era la mia Gianevra... il mio dolce angelo. Chi ha fatto questo, non capisco tanta cattiveria… lei era buona, sorrideva a tutti, dava sempre qualche soldo a chi li chiedeva, perché? Dopo averla fissata a lungo, qualcuno disse che erano venuta a prenderla. Non potevo più stare lì a vederla, così piangendo andai via e ritornando al “buco” corsi a cercare mio fratello Girolamo, lui mi aiuterà, deve farlo. Lui è forte, conosce tutti mi aiuterà. Andai al Mercato Vecchio e lo cercai, lo vidi a sedere sui gradini della Chiesa di San Leo [10], gli andai incontro e mi gettai ai suoi piedi, implorando di aiutarmi. Lui mentre mi guardava mi sferrò un calcio gettandomi a terra.
 
Chiesa di San Leo. Pianta del buonsignori, dettaglio 152 san leo.jpg
Chiesa di San Leo. Pianta del buonsignori,
 
– Che cazzo vuoi – urlò sul mio viso, il suo fiato puzzava di alcol e oppio, vomitai. Cominciai tra le lacrime e singhiozzi a raccontarli tutto, stranamente lui rimase in silenzio, picchiando chiunque interrompesse il mio farfugliare sconvolto. Per la prima volta mi ascoltava e la sua espressione si abbruttì ancora di più. Quando finì mi fece una domanda che mi sconvolse:
Dimmi cosa vuoi che faccia? – chiedendomi gentilmente.
Aiutami fratello – con la faccia coperta dalle mani – aiutami, voglio sapere perché è successo questo alla mia padroncina, aiutami farò tutto quello che vuoi – continuai piangendo. Lui mi afferrò violentemente e mi tirò a se tenendomi stretto, e mi sussurrò – ti aiuterò, troveremo chi è stato e lo ucciderò per te – io divincolandomi dall’abbraccio gli urlai: – nooo, figlio di puttana, lo ucciderò io, trovalo e lo ucciderò, devo farlo – vomitando sul suo sudicio viso quelle parole. Finalmente capii che quando dissi quelle parole mi sarei trasformato per sempre. Se solo lo avessi capito prima, se solo…
 
Non so quanto tempo passò, contare i giorni non mi è mai interessato, ma ora vorrei averlo fatto. Solo molto più tardi venni a sapere che Ginevra non ancora dodicenne, era stata stuprata, seviziata e infine uccisa. Il suo corpo senza vita venne lasciato in pasto ai cani e agli uccelli, che ne fecero scempio (“
canibusque et avibus exposita ac dimissa”). Venne seppellita in San Firenze ed i colpevoli non vennero mai trovati ed il caso venne chiuso.
Maledetto chiunque tu sia, ti troverò – ripetevo rabbiosamente – il Gonfaloniere [11] non ti ha trovato, ma io ti troverò… soffrirai molto: lo giuro
 
[1] Il Mercato Vecchio era una zona di Firenze che venne demolita, assieme al vecchio Ghetto, tra il 1885 e il 1895 per la creazione di piazza della Repubblica, nell'ottica del cosiddetto "risanamento" cittadino. Questa zona è stata considerata per secoli un luogo di prostituzione e rifugio di criminali.
[2] Vicolo del Buco, si estendeva da via Vacchereccia a via Lambertesca, queste due ultime vie esistono tutt’ora ma sono profondamente cambiate. Il Chiasso del Buco invece esiste tutt’ora e collega via Lambertesca alla torre Salterelli nella omonima piazza.
[3] Acqua di Rose, si usava alcol con petali di rosa macerati o più probabilmente la lavanda essendo a buon mercato. Il profumo non era per tutti, ma molte donne lo usava anche se la chiesa lo guardava con sospetto
[4] La chiesa di San Michele, anche conosciuta come San Michelino Visdomini, è un luogo di culto cattolico che si trova all'angolo con via Bufalini e via dei Servi, su uno slargo indicato come Piazza San Michele Visdomini, nel centro storico di Firenze.
[5] Lo spedale degli Innocenti ("ospedale dei bambini abbandonati") si trova in piazza Santissima Annunziata a Firenze. Fu il primo brefotrofio specializzato d'Europa
[6] Farsettaio, colui che cuce Il farsetto o doublet, o pourpoint, ed era un indumento maschile, corto e leggermente imbottito, di solito con una abbottonatura sulla parte anteriore, con o senza maniche. Il doublet è stato uno dei principali capi d'abbigliamento degli uomini del quindicesimo e sedicesimo secolo, e fu un indumento chiave nel passaggio dalla moda del Medio Evo a quella del Rinascimento.
[7] Oppio, Coltivato prevalentemente nell'area dei paesi mediterranei più caldi, la Turchia in particolare, l'oppio si diffuse progressivamente in Asia. Nello stesso periodo in Europa, paradossalmente, si perseguitarono periodicamente, in maniera tanto dura quanto inefficace, le cosiddette "droghe coloniali": il caffè, il tè, il cacao, il tabacco. L’uso di oppio e vino accomunavano, infatti, Nerone, Tito, Nerva, Traiano e Adriano. Petronio ne parla descrivendo la famosa “Cena di Trimalcione”. E il grande imperatore e filosofo Marco Aurelio è probabilmente uno dei primi “tossicodipendenti” da oppio di cui si ha notizia. Poi si ha notizia, tramite il grande Botticelli, dove nei dipinto “Venere e Marte” ci sarebbe dipinta la Datura stramonium, pianta allucinogena usata in Italia sin dai tempi più antichi.
[8] Carro, mezzo con il quale il condannato veniva portato al luogo della sua morte. Perciò quando si diceva: è sul carro, stava a significare che era stato condannato a morte.
[9] Birro o Birri, Agente di polizia nei tempi passati; Il nome forse deriva dal latino tardo birrus, rosso, per il colore della casacca. Oggi quasi sempre usato con valore spregiativo e più comunemente nella forma sbirro.
[10] la chiesetta di San Leo arrivò ad ospitare una “societas lenonum seu ruffianorum” (una società di lenoni o ruffiani) che avevano una loro patrona (Santa Barbara) e assemblee degli iscritti.  Chiesa di San Leo, il nome originale era San Leone ed era posta nell’omonima piazzetta di San Leo, che occupava uno slargo dell’allora via de’ Naccaioli, muove all’unione di via della Vacca con quella dei Buoni e termina nella piazza del Brunelleschi dirimpetto alla via de’ Rigattieri. Si potrebbe dire che via de’ Naccaioli corrisponde a via de’ Brunelleschi, mentre chiesa e piazzetta di San Leo erano compresi nell’area oggi occupata dalle logge di Piazza della Repubblica, all’altezza dell’Hard Rock.
[11] Il Gonfaloniere di Giustizia era una figura istituzionale del governo fiorentino. La figura del Gonfaloniere di Giustizia fu introdotta a partire dal 1293 con l'entrata in vigore degli Ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella che affiancava il Podestà ed i Priori nell'esercizio delle funzioni pubbliche.
 
Il Farsettatio e sua figlia. (parte seconda)

Alcool… droga… ancora droga e ancora alcol… mi sono buttato su un mucchio di paglia sporca e pidocchiosa e ho cercato di dimenticare, voglio dimenticare, che altro mi resta se non andare verso la notte eterna, voglio morire ma non succederà… la vendetta è più forte, mi tiene vivo… un tugurio sporco al “buco” mi ha accolto con abbraccio mortale. Mio fratello mi ha tenuto prigioniero per evitare che io scatenassi il male che sento… non lo ha fatto certo per bontà ma solo per proteggere i suoi misteriosi e soprattutto loschi affari. Lui vuole stare sconosciuto ai “birri” perché ha dei progetti ed io potevo distruggerli se mi avessero arrestato… bastardo figlio di meretrice… ma ha ragione… gli affari prima di tutto.
Passano i giorni. Senza un presente né un futuro. Voglio dimenticare… ma riesco solo a fare crescere la mia rabbia, il mio odio. Non dimenticherò
fratello maledetto, cane rognoso – ogni giorno gli urlo contro, raucamente e sgarbatamente – maledetto, maledetto –­ lui invece continua a dirmi – lo troverò il tuo uomo, dammi tempo, lo troverò – diceva senza arrabbiarsi – avrai la tua vendetta 
Ho continuato a vivere, se si può chiamarlo così, così per settimane, credo, non ho mai contato il passare del tempo… chi sopravvive non lo fa. Così giovane ma tanta violenza in me, tredicenne, non certo inesperto. Al mercato vecchio, si diventa furbi o si muore.
trovati, te li ho trovati – urlò una mattina Girolamo arrivando di corsa, mentre mi afferrava con violenza per il mio “farsetto”, ultimo regalo della mia padroncina, mi alzò di peso e cominciò a scuotermi – svegliati, bastardo figlio di puttana… svegliati – col sua brutta faccia vicino alla mia, continuando ad urlare: – svegliati, muoviti, il sangue ti aspetta – ricordando con cattiveria – lo hai giurato ­–
bastardo ­ lasciami – riesco a dire con voce devastata dall’alcol e droga… accettando il mio ordine, mi lascia gettandomi con forza sul pavimento. Urlo di dolore. Mi scuoto, sveglio… dolore… e le parole che urlate prima ritornano alla mente – trovati, te li ho trovati – il dolore, alcol, droga… tutto passato, trovo la forza di alzarmi, e con voce bassa e piena di odio dico: – trovati? Più di uno? Quanti? E dove sono, dove sono, dimmelo – ripeto con monotonia e forza – rispondimi, rispondimi, rispondimi – mio fratello incazzato mi schiaffeggia senza cattiveria. Mi calmo. Aspetto nell’angolo dove trovo rifugio.
sono due, padre e figlio – mi dice con calma e con una punta piacere – uno lo conosci – non capisco, penso – lo conosco? Chi è? – sorridendo con divertimento mi risponde: – il garzone del farsettaio, Mariotto
Non posso crederci, e lo dico ­–
non ci credo, non è cattivo – dico ancora non convinto – sono abituato a riconoscere quel genere di persone ­– lui, interrompendomi, ribatte con cattiva convinzione – è stato suo padre, lo ha convinto a portarla al mulino e li è successo il fatto – continua – quel bastardo le ha rotto “la natura” ed il culo con violenza, divertendosi così per qualche giorno, ed alla fine le ha tagliuzzato il corpo con un coltellaccio – Girolamo senza fermarsi a prendere fiato, continua – quando non poteva più deflorarla perché era solo carne squarciata, piena di ferite sanguinolente, gli ha tagliato la gola con un colpo, e – finisce di parlare, senza inflessioni e con fredda sincerità – poi gettata nel fossato in pasto ai cani randagi, ma questo lo sai, è così che l’hai vista – dopo queste parole si zittisce ed aspetta.
Ho la gola secca. Ho bisogno di bere. Non riesco a muovermi. Lacrime di rabbia. Non riesco a pensare. Troppa sofferenza. –
TU… come fai a saperlo – chiedo con finta calma a mio fratello ­– come fai? Dimmelo – parlando con durezza.
Mi guarda, e guardandomi negli occhi con sfida ­–
non è stato difficile, con me tutti parlano, tutti… mi conosci bene… fratello ­–
e la mia vendetta? – replico con violenza – ti ucciderò se me l’hai tolta ­– continuo con rabbiosa rabbia – ti ucciderò
Lui mi guarda e scuotendo la testa ride con allegria, mostrandomi quei denti così aguzzi –
stai tranquillo, ti stanno aspettando – ride ancora di più – legati e disponibili, tutti per te – ride maliziosamente.
g… g… grazie ­– dico balbettando con un filo di voce. Paura. Farò ciò che devo.
Sarò capace di ucciderli? Il mio odio sarà abbastanza forte? Sarò cattivo abbastanza? Oppure tutti i miei desideri di vendicarla saranno vani.
Girolamo. Ride –
stai tranquillo, ce la farai – dicendomi con voce fredda, intuendo le mie paure – altrimenti dovrò farlo io, non devono vivere, sanno chi sono, capito? – continuando a parlare e guardandomi con quegli occhi cosi inespressivi e cattivi… lui non cambia mai espressione. Non ha emozioni quando uccide. Un colpo. Tutto finisce. Tutto dimenticato. Tutto ricomincia. Questo è mio fratello. Lo amo.
Con difficoltà ritrovo la calma, ma dentro sono un fuoco, brucio: –
dove sono prigionieri? – chiedo con un po’ di titubante paura.
Sono al mio mulino, in San Niccolò ­– mi risponde divertito – posto tranquillo, nessuno ti disturberà – il bastardo continua a ridere senza ritegno.
Lo guardo senza dire nulla. A cosa le servirà un mulino, penso, non è un panificatore o un lanaiolo
[1]? Meglio non chiedere, preferisco non approfondire se non è lui a dirmelo.
 
Olio su tela di L. De Cuppis delle mulina a S. Niccolò
Olio su tela di L. De Cuppis delle mulina a S. Niccolò

“Adesso mi devo fermare un po’, perchè quello che scrive ciò che gli detto e lo traduce in un italiano decente, mi ha informato che tutta questa violenza lo intimorisce ed intimidisce. Sarebbe morto “in un fiat” [2] se fosse vissuto nel mio tempo. Va bene piccolo uomo, prendi fiato. Io ho l’eternità a disposizione, tu no. Però hai ragione, quello che dovrai ancora sentire non sarà facile. Ricorda però dovrai trascriverli come dico io o sparirò. Ti sei ripreso mio unico amico? Scusami se sono cattivo con te, ma sono fatto così.
Per favore continuiamo o non avrò il coraggio di raccontare ciò che ho fatto, è doloroso ricordare."

Dopo che mio fratello è venuto da me per dirmi che li aveva trovati, grazie fratello ho un debito con te, ho cominciato a pensare in che modo farli soffrire. Questi pensieri mi venivano mentre mi sto incamminando verso Porta San Niccolò
[3]. Girolamo mi accompagna, sta calando il buio, è l’ora dei ladri, dei ruffiani e delle puttane. Tutti loro quando vedono  Girolamo abbassano gli occhi, annuso la loro paura. Lo temono, ma non temono me, ma un giorno lo faranno.
Attraversiamo il Ponte Vecchio
[4] l’odore è nauseabondo. Il passaggio è sporco di merda e piscio e sangue. Scansiamo ogni genere di rifiuto. Non mi interessa di vedere nulla. Tiro dritto. Le urla delle bestie che annusano la morte. Il sangue che cola nel fiume arrossando le sudicie acque. I beccai sporchi di sangue fanno presagire ciò che io diventerò. Non riuscirò mai a dimenticare quell’odore, quelle immagini… mai… inutile tentare di lavarmi, mi rimarrà per sempre. Continuiamo a camminare più velocemente, sta piovendo. Tutto diventerà fango sudicio. Costeggiamo il fiume, vedo la chiesa di Santa Maria Sopr’Arno[5] e velocemente, ma con poca convinzione, mi faccio il segno della croce e chiedo perdono a Dio. Non lo avrò mai, lo so. Non passo spesso da quelle zone, non le conosco. Mi guardo intorno con attenzione, scuto le persone. Non mi piace qui. Catapecchie dove esce un po’ di luce. Cattivi odori. Troppi vicoli bui. La morte è di casa e si nasconde nel buio. Guardo Girolamo, cammina senza guardare. Non ha paura. Velocemente arriviamo al mulino, alzo gli occhi e vedo la massiccia porta[6] e le enormi mura. C’è movimento sotto le mura, fra poco chiuderanno l’entrata e tutto si fermerà fino all’alba di domani. Rimarranno solo le ronde dei salta [7] e dei “birri”, alcuni di loro sono al soldo di mio fratello. Corrotti e violenti con i deboli. Maledetti.
Qui un piccolo borgo operoso vive lavorando onestamente, anche se in seguito seppi che tutti lavorano per mio fratello. Non ha solo attività illegali. Intelligenza e scaltrezza ma soprattutto mancanza di scrupoli, lo renderanno molto potente. Racconterò le sue storie in seguito. Arrivato lì non ha parlato con nessuno, a parte qualche saluto distratto, fino a quando non arriviamo davanti al suo mulino.
 
 

[1] Panificatori e Lanaioli, In questi edifici "industriali", già appartenenti alla Corporazione dell'Arte della Lana, si gualcavano e si follavano - ovvero si battevano per ammorbidirle - le stoffe di lana bagnate, invece per i Panificatori era il posto ideale per macinare il grano e fare la farina.
[2] In un fiat, in questo contesto ha come significato: in un attimo. Frase biblica, pronunciata dal Creatore dell’Universo quando creò la luce. La si usa per sottolineare il sopravvenire di un chiarimento in questioni controverse, oscure, dibattute.
[3] San Niccolò, Già nel 1200 la pescaia di San Niccolò aveva la duplice funzione di bloccare gli eventuali attacchi nemici via Arno, impedendo il passaggio delle barche, e creare un salto dell’acqua che potesse azionare i mulini e le gualchiere che sorgevano sulle rive vicino alla pescaia. Subito sotto la Torre di San Niccolò c’erano i mulini per la panificazione e altri opifici, oltre ad un piccolo borgo abitato dalle persone che ci lavoravano.
[4] Ponte Vecchio, Nel 1442 l'autorità cittadina per salvaguardare la pulizia e il decoro, impose ai beccai (macellai) di riunirsi nelle botteghe sul ponte per renderli un po' isolati dai palazzi e dalle abitazioni del centro. La disposizione mirava soprattutto ad eliminare le consuete, maleodoranti tracce lasciate dai barroccini dei beccai lungo le strade fino all'Arno durante il trasporto degli scarti più minuti delle lavorazioni delle carni, scarti che potevano ora disperdersi direttamente, senza alcun danno, nella sottostante corrente del fiume. Da quel momento il ponte divenne il mercato della carne ed i beccai, divenuti in seguito proprietari delle botteghe, per ottenere più spazio, vi aggiunsero in modo disordinato delle stanzette aggettanti sul fiume puntellandole con pali di legno.
[5] La chiesa di Santa Maria dei Bardi, detta popolarmente Santa Maria Sopr'Arno, si trovava a Firenze in piazza di Santa Maria Sopr'Arno. La chiesa fu soppressa il 13 maggio 1785 e l'edificio, che si trovava con la facciata dirimpetto al fiume, venne demolito nel 1869 all'epoca dell'ampliamento dei lungarni.
[6] Porta San Niccolò, da qui iniziava la cerchia sud, dopo il Ponte San Niccolò, e la torre costituiva quindi il punto di difesa dell'Arno a est, assieme alla Torre della Zecca sul lato opposto.
[7] Salta o Salti, erano i funzionari “dell’Onestà” che oltre ad altri incarichi avevano quello di controllare le prostitute se avevano il “Bullettino”, cioè il permesso di esercitare il mestiere di meretrice. Il nome “Salta” venne dato dal popolo perché, per cogliere in flagranza di reato le donne, arrivavano all’improvviso, cioè saltando, chiedendo di mostrare l’autorizzazione.
 
Il Farsettaio e sua figlia (parte terza e ultima, finalmente)

Siamo arrivati – guardandomi di traverso mi dice serio – hai giurato vendetta, ed i giuramenti sono sacri – mi guarda duramente e continua – mai romperlo, mai… ricordalo, sei mio fratello ma se lo fai ti uccido – prima che io possa replicare, mi gira le spalle e si allontana.
Lo seguo con lo sguardo e vedo che entra in una grande casa, ben tenuta e con un piccolo orto di fianco e qualche maiale in un recinto un po’ discosto dalla casa. Strano, chissà di chi ci vive. Che pensieri assurdi vengono in quei momenti di forte paura.
Deciditi − mi dico, con forza – hai giurato – continuo a dire a me stesso cercando di convincermi. Comincia a piovere. Sento uno sguardo cattivo su di me. Mi giro. Mio fratello da lontano mi guarda. Lo fisso. Non dice nulla. Mi terrorizza. Entro dentro. Non vedo nulla.
C’è un po’ di luce, diverse torce imbevute di grasso rendono visibili le ombre, e quelle vengono verso di me. Terrorizzato indietreggio. Non mi degnano di uno sguardo. Le riconosco, sono uomini di mio fratello. Vanno verso l’uscita. Uno di loro mi mette in mano, con forza rabbiosa, un coltello, molto più tardi venne a sapere che era il preferito di mio fratello. Escono, silenziosi, chiudendo dietro di se la porta. Rimango insieme a due figure nere che in ombra mugolano e cercano di liberarsi dai legacci. Li guardo. Mi vedono. Aumentano il mugolio, mi disturba. Li odio perché so chi sono. Titubante mi avvicino a Mariotto, il garzone di padrone Jacopo. Lo guardo, anzi sento puzza di paura. Sorrido mentre lo guardo, si è riempito di merda e piscio. Si divincola, cerca di liberarsi, non ci riesce. Gli uomini che lo hanno legato sanno fare il loro lavoro. Giro la testa e vedo suo padre, silenzioso mi guarda, anche legato sento la sua malvagità. O forse è soltanto una scusa per quello che farò, voglio apparire innocente a me stesso e al buon Dio? Mi sta fissando, mi sfida… lascio Mariotto ai sui suoni irritanti e lentamente mi avvicino a lui, non certo per paura ma per avere un po’ di tempo in più per pensare. Non ci riesco.
Il coltello che ho in mano mi pesa, riuscirò ad alzarlo e colpire qualcuno? A fatica lo punto verso il vecchio. Mi fermo. Lo fisso. I suoi occhi mi deridono. Non capisco. Non ha paura. Crede che sia un pauroso vigliacco. Sono certo che si sbaglia, mi dico con poca convinzione.
Maledetto, perché hai ucciso Ginevra? ─ gli urlo sul viso mentre lo colpisco al braccio con poca convinzione col coltello ─ adesso cosa dici di questo? Fa male? ─ guardo con interesse il sangue che esce dalla ferita ─ rispondimi, diavolo, perché hai ammazzato Ginevra? ─ aspettando che mi dia una risposta, colpisco ancora al braccio ─ dimmelo!!! ─ lui continua a mugolare, comincio a vedere la paura nei suoi occhi, si divincola. Io lo guardo e sorrido, capisco perché non risponde, ha un cencio sulla bocca che gli impedisce di parlare. Non so se faccio bene a farlo parlare e se comincia a d urlare?
Se urli ti ammazzo, hai capito? ─ gli sussurro in un orecchio, mentre gli tolgo il bavaglio con il coltello premuto alla gola, ─ se urli ti taglio la gola ─ ripeto in un sussurro. Non ci riesco, il nodo è stretto, allora infilo la lama fra il cencio e la guancia e comincio a tagliare. Ancora oggi non capisco cosa è successo, invece di tagliare lentamente dò uno strappo con violenza. Uno schizzo di sangue mi bagna la faccia, gli ho tagliato un pezzo di orecchio. Il vecchio bastardo urla di dolore. Trovo la scena divertente, rido, rido, rido… mi manca il fiato.
 
Coltello con il quale ussisi il vecchio maledetto

Hai paura vecchio? Senti male? ─ gli dico ridendo ed eccitato dal sangue che mi cola sul viso ─ non fai più lo stronzo, vero? ─ mentre parlo il sangue schizzato sul viso mi entra in bocca, ne sento il sapore… Vomito.
Sono senza fiato, respiro a fatica. Il disgustoso e dolce sapore del sangue mi eccita ancora di più. Non riesco a fermarmi. Afferro con violenza l’altro orecchio e con un colpo netto lo mozzo. Vedo il sangue uscire con forza bagnandomi ancora di più, invece di fermare la mia follia, aumenta la mia pazza euforia. Il vecchio urla, almeno credo, vedo solo la sua bocca  fetida, sdentata aprirsi senza sentire alcun lamento.
Maledetto, maledetto vecchio diavolo, ho appena cominciato ─ le dico con cattiveria e odio ­─ urla assassino, urlaaa ─ lui mi guarda e non dice nulla, il suo viso gronda sangue nero. Pensavo fosse rosso ─ mi avvicino e chiedo: ─ perché hai ucciso Ginevra? Non poteva farti male ─ continuo con voce roca ─ era piccola e bella, non avevi bisogno di ucciderla ─ lui apre un occhio e a fatica e con quella bocca schifosa, mi dice sussurrando: ─ Aveva una fica troppo stretta ed il buco di culo troppo piccolo, mi sono fatto male ─ ridendo, continua ─ urlava troppo, mi dava noia, mi sono divertito a tagliarla ─ continua ridendo.
Lo guardo con odio furibondo ed urlando, lo colpisco col manico del coltello, sviene, gli apro la bocca con cattiveria e follia e gli afferro la lingua ─
ora smetterai di parlare di lei, verme ─ con un colpo deciso le taglio la lingua ─ stai zitto maledetto ─ grido col poco fiato rimasto.
Vedo la sua bocca riempirsi di sangue, respira a fatica, sputa sangue… mi fa orrore ma sono felice… quegli occhi non smettono di fissarmi… e mentre lancio un urlo ─
basta, smettila di guardarmi ─ senza sapere come, vedo il manico del mio coltello spuntare dalla sua pancia.
Guardo senza capire, come in un sogno. Impaurito afferro il coltello con rabbia e lo estraggo ─
che cazzo succede ─ comincio a gridare preso dal terrore e mentre vedo le sue interiora uscire dallo squarcio, urlo senza parole ─ Dio Onnipotente, aiutami, cosa ho fatto? ─, faccio un salto all’indietro per evitarle, scivolo sul sangue e frattaglie oramai sparsi sul pavimento, “e caddi come corpo morto cade[8]. Mi rialzo immediatamente, imbestialito, rabbioso e odiando quel vecchio assassino, alzo il coltello e con un colpo violento le ficco la lama nel collo. Il mio sangue si mescola col suo. Urlo di dolore. Mi rendo conto che mi è scivolata la mano sulla lama, a causa del viscidume, e mi sono squarciato il palmo della mano. Mi fa male, incolpo il vecchio per il dolore, così comincio a dare calci a quel corpo oramai distrutto ed irriconoscibile. Il mio fiato sibila, cerca di uscire ma non è facile con la bocca chiusa.

Finalmente tutto tace, e mentre mi allontano vedo il coltello piantato nel collo, che divertente… comincio a ridere, la scena mi provoca divertimento… sono impazzito… voglio solo scappare e, quando penso di farlo, sento un rabbioso agitarsi in un angolo buio del mulino… mi spavento, ma poi ricordo… Mariotto. Cazzo. Lo avevo scordato, ora cosa faccio? Mio fratello mi ha detto che nessuno dei due può uscirne vivo, o per noi sarà il “carro”.
L’eccitazione che l’odore del sangue mi ha provocato è finita. Mi sento così stanco che non so come ho fatto ad avvicinarmi a Mariotto. E’ terrorizzato, continua a divincolarsi e cerca di dirmi qualcosa. Io non lo capisco e non ascolto più, sono a pezzi. Voglio solo buttarmi da qualche parte e dormire, per tanto tanto tempo. L’eternità sarebbe il tempo giusto. Continuo a guardare quel corpo che si agita. Sulle sue braccia il sangue cola e non ne capisco il motivo. Cerco di capire, vorrei colpirlo per farmelo dire, ma la mia mano ferita mi pulsa e sanguina. Sto male. Cerco di chiamare mio fratello, ma non ho voce. Mi si appanna la vista, cado in mezzo alla farina e sangue il tutto impastata di merda e piscio, rimango a lungo stordito. Sento la porta aprirsi. Mi hanno trovato, finirò sul carro. Dico parole senza senso ─
non sono stato io, ma lui, Nostro Signore mi ha detto di farlo, sono innocente ─ mi rendo conto che nessun suono esce dalla mia bocca, tutto è nella mia testa. Provo ad alzarmi, ma le gambe non reggono e pesantemente casco. Mentre sono a terra ho la forza di girare la testa e con grande sforzo apro gli occhi ─ Girolamo aiutami, ti prego ─ lui si avvicina e mi getta dell’acqua fredda, ho un sobbalzo, non respiro. Annaspo senza fiato. Dopo il panico stranamente mi sento meglio.
Perdonami, non ce l’ho fatta ad ammazzarli entrambi, perdonami ─ mi rannicchio aspettandomi di essere picchiato.
 Lui si china e mi dice calmo ─
sei stato bravo, era la prima volta per te, hai fatto ciò che dovevi e potevi ─ io lo guardo spaventato e sussurro ─ non sei arrabbiato? ─ Girolamo mi guarda serio e poi sorride ─ mi hai reso orgoglioso di te, ora sei un uomo e sarai rispettato ─ adesso ride allegramente ─ dormi, fratellino, ora ci pensiamo noi, cancelleremo ogni traccia ─ Io cerco di ringraziarlo, ma lui mi ferma ─ riposati ti ho detto! anche quel ragazzo sparirà, non ti devi preoccupare… ora basta chiudi gli occhi e non pensare, quando ti sveglierai starai bene, credimi, molto bene ─ sorrido felice per avere un fratello cosi. Vorrei dirgli tante cose, ma sono debole e, poi, mi ha ordinato di dormire. Non sono mai stato così lieto di obbedire. Sprofondo felice in un sonno malato, maledicendo tutto e tutti. Gridando a me stesso che sono un mostro, un sanguinario mostro.
Ma non mi interessa, ho dato la mia anima per Ginevra, solo lei capirà.
 
Ogni volta che vedo la mia faccia attraverso un secchio pieno d’acqua oppure da un oggetto levigato, lucido
[9], riesco a vedere lei, Ginevra. Lei è dietro di me... non ho paura. Voi invece dovreste, perché quando sarete in mano mia vi prometto che l’avrete. Non posso dimenticare e mai lo farò… tutti dovrete piangere e soffrire per quello che sono diventato e, giuro su Dio, che lo farete. Ogni uomo o donna che soffrirà per mano mia, come ultima parola sentirà: Ti odio. Manderò tutti a fare compagnia a Ginevra e la cercherà per me e dovrà dirle che io non l’ho dimenticata. Non la rivedrò mai più, le nostre strade si sono separate per sempre, lei in paradiso ed io all’inferno, ma saprà che io la ricorderò.
Indomabile. Eterna. Paura. Oramai ho accettato il mio destino, ma voi, maledetti, accetterete il vostro quando vi avrò in mio potere?
Fine


[8] e caddi come corpo morto cade, estratto dal Canto V della Divina Commedia di Dante Alighieri.
[9] Specchi, nel XIV secolo a Venezia si producevano unendo una lastra di cristallo lucidato con fogli di stagno e mercurio: i sottili strati di stagno venivano uniti al vetro tramite un bagno di mercurio ed esercitando pressione; tale processo era costoso e complesso, rendendo lo specchio un prodotto di lusso.
 

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