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Battistero, il Duomo di San Giovanni

Duomo di San Giovanni
Oggi Battistero di Firenze

I. Del Duomo di San Giovanni e delle sue origini sono oltre due secoli che i dotti discutono, e tuttavia le loro discussioni non approdarono fin qui a tale resultato che eliminasse una volta per sempre le controversie. Ne parlarono il Borghini, il Marmi, il Del Migliore, il Nelli, il Gori, il Richa, il Lastri, il Del Rosso e tanti altri, e molte e svariate opinioni accamparono sul conto di lui. Nessuno però di questi scrittori, quantunque dottissimi, sostenne la propria tèsi con argomenti saldi per modo da resistere vittoriosamente a una seria confutazione; di che vogliono incolparsi in parte le condizioni della critica archeologica, la quale, fino a tempi non molto discosti da noi, non forniva forse abbastanza elementi a bene e completamente risolvere la questione. Ma, a senso mio, ciò che principalmente fece difetto in quelle indagini fu lo studio del monumento. Intendo dire di quello studio serio, largo e profondo, senza del quale, anziché raggiungere la verità, si ribadiscono spesso gli errori. Nelle ricerche che s’istituiscono intorno agli antichi monumenti, per solito i monumenti stessi sono quelli che, più di ogni altra cosa, possono far luce nelle questioni; imperocché, bisogna pur crederlo, quelle vecchie mura sono le pagine del libro, sul quale, meglio che altrove, sta registrata la loro storia; ed allorquando esse sono interrogate a dovere, raro è che non diano risposta. Utile e necessarissima cosa è pertanto lo studio dei monumenti, siccome quello che, oltre a far luce sui medesimi, giova anche a preparare i materiali per la storia dell’Arte basata su fondamento di verità. In quella guisa che per giungere all’intelligenza d’una lingua morta bisogna prima raccogliere e studiare i testi appartenenti alla letteratura di lei, e compilarne col loro aiuto i lessici e le grammatiche, così per giungere a capire un’arte che non è più la nostra, bisogna prima raccoglierne e studiarne i monumenti, e per via di confronto e di esame tirarne fuori i criterj ed i cànoni che ci guidino alla conoscenza della loro età, dei loro stili e delle loro vicende, e con questo mezzo si giunge a deciferarli ed a tesserne la cronologia e la storia. Così hanno fatto gli oltramontani rispetto alle loro arti, e così bisogna fare anche noi, se pur ci preme di avere la storia delle arti nostre, che ora non abbiamo, con molto nostro scapito e disdoro (1). Mosso da queste considerazioni, mi sono accinto allo studio del Duomo di San Giovanni; studio importantissim: imperocché parlare e discutere del San Giovanni, delle sue origini e delle sue vicende vai quanto parlare e discutere delle origini e delle vicende dell’architettura medioevale fiorentina; la quale in esso trova il suo archetipo, le sue ragioni e i germi delle varie sue evoluzioni. Io dunque m’ingegnerò adesso di studiare quel monumento come meglio mi sarà dato, per tentare, se mi sarà possibile, di stabilire sul conto di lui qualche cosa di più vero e di più certo di quanto fu detto finora.
 


II. Sulle origini del Duomo di San Giovanni non vi è ipotesi che i dotti passati e presenti non abbiano mandata al palio. Vi è chi lo volle opera dei Romani e tempio antico di Marte (2); chi ravvisò in esso un monumento dell’epoca cristiana primitiva; chi dell’età longobardica e carlovingia; chi dei tempi posteriori di poco al Mille, e c’è stato perfino taluno che, inspirandosi forse alla non troppo autorevole autorità del Vasari, o alla non bene interpetrata dizione di qualche vecchio cronista, ha tolto a sostenere che la sua incrostazione marmorea discende al tempo ed al1’opera di Arnolfo di Cambio, famoso. Di queste ipotesi, come ognun vede, ce n’è per tutti i gusti; ed esse investono siffattamente la cronologia dai tempi di Augusto a quelli di Dante, che bisogna pur convenire che una di esse deve essere senza dubbio la vera; a meno che qualche spirito bizzarro (fiorentino o no) non saltasse fuori a sostenere, che l’architettura del San Giovanni è roba del così detto Risorgimento e del secolo di Lorenzo il Magnifico; ipotesi d’altronde che, per quanto avventi, non sarebbe gran fatto più strana di molte fra quelle che furono pocanzi enunciate. Se dunque in una di cotesta ipotesi sta certamente il vero, noi adesso le andremo di mano in mano esaminando e discutendo una ad una, per iscoprire in quale di esse cotesto vero è riposto. E per tenerci all’ordine cronologico, cominceremo da quella che vorrebbe vedere nel San Giovanni un monumento dei tempi pagani.

III. Io non so in verità quali buone ragioni possano avere avvalorato siffatta credenza. Probabilmente essa è nata da quel vezzo che spingeva i Fiorentini del medio évo a novellare

Dei Troiani, di Fiesole e di Roma.

Però se cotesta opinione non è corroborata da serii argomenti, anche le ragioni che si accamparono per oppugnarla, veramente, non sono serissime (3); imperocché esse, oltreché si aggirano soltanto nel cerchio estetico, e perciò mirano alla decorazione architettonica del monumento, e ciò non basta, anche per questo lato sono difettive, fondandosi in principal modo sul pregiudizio dei precetti vitruviani e sull’altro dell’ottimità permanente dell’arte romana; quasi che gli antichi edilìzi per fas o per nefas dovessero tutti acconciarsi alle regole di Vitruvio, e non ci pensano nemmeno, e quasiché 1’architettura romana da Augusto a Costantino procedesse sempre eccellente e immutata, ed è tutt’altro che vero (4). Argomenti più validi a quella confutazione sarebbero i capitelli e le basi delle colonne interne della chiesa, di varia forma e misura, e i loro fusti tutti monoliti e di antica provenienza, ma pure anch’essi isvariati ; e certa lastra marmorea con epigrafe latina del tempo imperiale, posta in opera capovolta; cose tutte che disdicono a una fattura dell’epoca romana e che accennerebbero invece a una costruzione intrapresa posteriormente alla caduta dell’ impero, o almeno del paganesimo, con materiali tolti da fabbriche più antiche. Ma i sostenitori dell’opinione opposta potrebbero schermirsi allegando, che se coteste cose disdicono ai tempi romano-pagani (5), non sono però punto strane ed insolite in quelli romano-cristiani; e potrebbero aggiungere inoltre che esse investono principalmente la suppellettile decorativa, la quale potrebbe essere stata modificata in età più tarda senza pregiudizio della origine essenzialmente romana del monumento. Epperciò, quantunque alcune delle obiezioni accennate possano avere qualche valore, più che ad esse e più che alle considerazioni d’indole estetica, io credo che in questa confutazione noi dobbiamo mirare alla costituzione essenziale dell’ edilizio, siccome quella che non dà presa a simili schermi.
 


Fig. 1 Pianta del San Giovanni. Proporzione di 1 a 300

IV. E in questo senso dirò che il Duomo di San Giovanni male a ragione potrebbe ritenersi opera del tempo romano, in primo luogo, perchè fondato e costituito essenzialmente sull’ottagono (fig. 1 e 2). Dei monumenti romani ce ne sono tuttavia nel mondo molti e diversi; eppure, comunque svariatissimi, io non so, o non rammento, che fra essi ve ne sia alcuno essenzialmente e completamente ottangolare o poligono. Se la forma poligonare apparisce qualche rarissima volta negli edilìzi romani, questo è soltanto negli ultimi tempi dell’impero, ed è sempre un’apparizione non solo eccezionalissima, sì anco accidentale e incompleta; perchè quella forma non si compenetra mai alla struttura intima del monumento e non ha in essa le sue ragioni; ma sembra più che altro una velleità che, nata lì per lì, investe superficialmente e senza un concetto premeditato tale o tale altra parte dell’edilizio, e non ne costituisce per conseguenza il modo essenziale dal1’alto al basso e dal di dentro al di fuori, come nel San Giovanni nostro.
Ond’è che nell’architettura romana se per rarissimo caso tu incontri un edifizio ottagono al di fuori, lo troverai rotondo al di dentro, com’ è appunto a Spalatro il tempio di Giove; e se lo incontri ottagono al di dentro, lo vedrai al di fuori quadrato, come in due sale delle terme Diocleziane; e la sua vòlta, abbandonando il quadrato o l’ottagono od altra pianta poligonare che esso si abbia, assumerà la forma di callotta emisferica.


Fig. 2. - Alzato esterno del San Giovanni. Proporzione di 1 a 300.

Nell’architettura romana la prevalenza quasi esclusiva del circolo al poligono è forse solamente una questione di gusto; ma non sarebbe del tutto impossibile che si legasse in qualche modo anche al genio e alle ragioni dell’arte. È un fatto che gli elementi architettonici della decorazione classica male si acconciano alle linee poligonari ed alle ottusità degli angoli da esse ingenerati; essendo che cotesti elementi, siccome quelli che si derivano dalla tradizione italo-greca, sono essenzialmente connaturati e subordinati alle disposizioni rettangolari, da cui trassero origine; ed è perciò naturale che l’architettura romana, insofferente nella sua gran vitalità di starsene confinata nei limiti delle linee rettangolari, volendo uscirne, preferisse al poligono la forma circolare, che oltre ad essere più estetica, per il sottrarsi alla molestia degli angoli, s’inimicava meno ai coefficienti architettonici del classicismo; ed è naturale altresì che le forme poligonari non trovassero grazia se non molto raramente, e soltanto in quegli ultimi tempi dell’arte in cui si cominciava a deviare dai vecchi modi classici e a derogare all’antico rigore, per far luogo a nuove e più libere fogge di decorazione, forse contemperate meglio alla trasformazione che L’architettura andava subendo.
Ecco dunque che nella struttura ottangolare del San Giovanni noi abbiamo subito un fatto, che se non prova addirittura l’impossibilità dell’origine romana, ne dimostra almeno l’improbabilità grandissima; essendoché non sia razionale riferire ad una data arte una forma insolita ed inusitata dall’ arte medesima.

V. Se si pensa ai modi ed alle consuetudini dell’architettura romana, il monumento nostro, riferito ad essa, non potrebbe essere stato che una sala di terme, od un tempio. Qui però le terme bisogna escluderle addirittura, perchè in Firenze non si hanno memorie nè tracce che esse esistessero in questo luogo, e perchè in sì piccola città, com’essa era a quel tempo, non avrebbero potuto assumere tanta magnificenza e grandezza. Rimane dunque l’ipotesi del tempio. E qui allora torna in campo l’eccezione della sua forma ottagona, repugnante, per non dire incompatibile, alle leggi architettoniche ed agli usi del tempio romano. Perchè il tempio romano, e in genere ogni e qualunque tempio del paganesimo, vuol sempre di necessità davanti a sè, o d’ intorno a sè, un portico, non tanto per la dignità dell’edilìzio, quanto per gli usi e per le cerimonie del culto, solite praticarsi sempre all’aperto e dinanzi al tempio medesimo. Ora con la forma ottagona un portico al dinanzi non è architettonicamente possibile, perchè bisognerebbe limitarlo e adattarlo, o ad uno dei lati dell’ottagono, o a tutto il suo diametro esterno, riuscendo nell’ uno dei casi meschinissimo, nell’altro stragrande, e sempre poi di effetto sgraziato e tutt’ altro che bello. Anche il portico all’ intorno, se fu usato nei sacri edilìzi di piccola mole, come sarebbero i tempietti peripteri rotondi, applicato ad un edifìzio di proporzioni assai vaste, e relativamente piuttosto basso e schiacciato, com’è il nostro, risulterebbe un accozzo infelice, diretto più che ad abbellire, a sciupare l’armonia generale dell’ edifìzio. Probabilmente per questa ragione l’antichità non ci offre altro esempio di tempio ottagono che quello di Giove, esistente nel Palazzo di Diocleziano a Spalatro, il quale per la sveltezza delle sue proporzioni può assomigliarsi agli anzidetti templi rotondi peripteri, ed è periptero infatti per il portico che lo cinge tutto all’intorno. Nel caso nostro però tutti questi ragionamenti tornano inutili, perchè, come vedremo meglio a suo tempo, la nostra chiesa non ha nessun indizio che accenni alla preesistenza di portico o di peristilio, e perchè gli scavi, che nel decorso dei tempi si sono fatti intorno alla medesima, non hanno mai rivelato tracce di fondazioni che a portico o a peristilio si riferiscano, e ci hanno sempre mostrato il corpo dell’edifizio puramente e semplicemente ottagono tanto al di sottoterra come al di fuori.
Cosi dunque, stando all’ ipotesi accennata, noi avremmo nel San Giovanni un tempio antico senza portici o peristi! ii di sorta, cioè fuori delle leggi dell’ arte e disadatto agli usi del culto, e per converso avremmo in esso una cella straordinariamente grande e sovranamente inutile; perchè nel tempio pagano la cella, destinata soltanto a stanza del nume, non ha bisogno di tanta grandezza e si tien piccola sempre, ed ha gran bisogno invece del portico o pteroma esterno per l’ uso dei sagrifizi e delle altre cerimonie del culto. La nostra chiesa è dunque in ogni sua parte in aperto contrasto alle disposizioni ed agli usi degli edifizi sacri del paganesimo, e per conseguenza non può essere stata nella sua origine un tempio romano.

 

(1) Rammento al lettore che questo mio studio sul San Giovanni è stato scritto intorno al 1874. Da questo tempo anche fra noi si sono prese a studiare le cose nostre, ed oggi se ne comincia a sentire il benefizio grandissimo.

(2) Furono di questa opinione tutti gli antichi scrittori fiorentini: il Malespini, il Villani, il Boccaccio, Marchionne di Coppo Stefani, il Pucci, il Sacchetti, i due Palmieri, l’Aretino, il Poliziano, e vollero corroborarla più tardi il Baldinucci e il Borghini, non però con molta fortuna.
Che ai tempi del paganesimo Marte avesse culto in Firenze questa è cosa' possibile e probabile. Non altrettanto probabile però è che egli fosse il dio tutelare, il padrone della città, come lo chiama Dante, seguendo l’opinione volgare. Il culto di Marte fra gli antichi non era anzi il più diffuso. Pausania infatti non cita alcun tempio di Marte nella Grecia; e se in Italia, e in Roma specialmente, questo nume era più venerato, tuttavia non ricordo che fra noi siano state città che l’avessero scelto a tutelare e patrono. Anzi, se si dà retta a Vitruvio, i templi di Marte dovevano farsi fuori del recinto delle mura, per tener lontane le discordie intestine e per vegliare alla salvezza delle mura medesime. Ma la tradizione popolare del patronato di Marte min Firenze bisognerebbe ritenerla addirittura una fòla, se come credo, non avesse altro fondamento che quella statua, quella vista che rimaneva ancora di lui sul passo d’Arno, cioè appiè del ponte Vecchio, e che fu travolta insieme al ponte dalla famosa piena del fiume avvenuta nel 1333. Basti il dire che cotesta statua, a quanto afferma il Villani, era equestre, epperciò non poteva rappresentare il Dio Marte; non essendo mai stato costume di rappresentare Marte a cavallo, e non avendoci l'antichità tramandata statua alcuna di Marte a quel modo.

(3) Si possono leggere nell’opera del Nelli, intitolata: Piante e alzali interiori e esteriori dell'insigne Chiesa di Santa Maria del Fiore, metropolitana fiorentina. Firenze 1755.


A. Nardini Despotti Mospignotti, Il Duomo di San Giovanni, oggi Battistero di Firenze, con trenta illustrazioni due tavole fuori testo, Firenze, Tipografia di Salvatore Landi, 1902
 


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