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Aspetto esterno della chiesa di Santa Croce

Aspetto esterno della chiesa di Santa Croce

Sopra comoda scalinata, la quale conferisce in bel modo a farla imponente e maestosa, sorge la fronte del tempio, nuda, rozza, annerita dalla ruggine dei secoli, come un'accusa alle discordie cittadine, come un testimonio delle tempeste, delle sventure che travagliarono, che dettero morte alla repubblica.Un grande occhio o finestra orbicolare del diametro di quattordici braccia si apre al sommo della muraglia, e col disegno di Lorenzo Ghiberti con bello artificio di vetri colorati vi è rappresentata la deposizione dalla Croce (1).
Sopra quest'occhio , in prossimità del triangolo che finisce la facciata, scorgesi a mala pena in un altro tondo il nome di Gesù Cristo, significato nel solito monogramma e scolpito in pietra serena. Questo, con licenza de' signori e con divota e solenne processione di popolo, vi fece collocare nel 1437 san Bernardino da Siena, allorché in Firenze e nel contado infuriava il contagio; vi si leggono attorno in caratteri longobardici, appena visibili da basso, le parole: In nomine Jesu omne genu flectatur coelestium, terrestnium et inferorum.
Dentro l'arco a sesto acuto che corona la porta maggiore, in una nicchia ornata più modernamente, e di stile non bello e discordante colI'edifizio, fu collocata la statua colossale di san Lodovico di casa d'Angiò, poi vescovo di Tólosa (2), colata in bronzo da Donatello, in quella stessa attitudine che la si vede dipinta da Taddeo Gaddi nell'imbotte dei pilastri della cappella Rinuccini che avremo agio di ammirare nell'interno della chiesa.
 


Nulladimeno la fama del celebre artefice non ha fàtto velo al giudicio dei conoscitori; e, quantunque voglia il padre Richa che abbia quella statua a tenersi in pregio perchè procede da uomo di tanto valore, sapendo noi che Donatello stesso spregiavala, con piena libertà di parola anche noi la diciamo indegna di lui. D'altra parte, foss'ella di finissimo magisterio, siamo persuasi che nel concetto di Arnolfo non entrassero nicchie sulla facciata, e molto meno poi ci persuadiamo che avesse voluto la mostruosità d'una nicchia scavala sotto l'arco d'una porta, e gravitante sopra un architrave con manifesta paura di chi la guarda. Statua e nicchia sono un delitto di lesa architettura, vi sono state cacciate a dispetto dell' armonia dell'ediflzio, a dispetto del buon senso. Quel povero santo, quantunque nell'imbotte dell'arco e attorno la nicchia siano dipinti con molta grazia certi angioletti in adorazione, pure siccome ora si scorgono appena, guasti e sbiaditi dal tempo, quel povero santo, dicemmo, ci pare un romito perduto in un vasto deserto. Mille volte soffermandoci a guardarlo, ci è tornato alla memoria quel verso virgiliano:

Apparent rari nantes in gurgite vasto, (3)

E quegli angioletti, colle mani giunte, alla compunzione, delle movenze e dei volti, ci è sembrato dovessero adorare ben altro che quella nicchia, o quel santo, e siamo stati sempre d'avviso che nella mente dell'architetto , dovesse esser collocato in mezzo a quell'arco un bassorilievo o una dipintura a mosaico che rappresentasse il simbolo della umana redenzione, come quello cui era il tempio intitolato.
L'esempio di altre chiese, e fra le altre del duomo di Siena, ove sulla porta maggiore è un bassorilievo che rappresenta la Vergine patrona del tempio, corroborava la nostra induzione. Ma chi può mettere un freno ai capricci in fatto di decorazione? Ogni monumento offre i suoi, quasi a significare che le idee d'un secolo si son volute innestare a quelle del secolo precedente, come le alluvioni lasciano ciascuna il loro strato sui terreni pei quali si spandono.


Senza infirmar però quello che siamo andati fin ad ora notando rispetto alle esigenze dell'arte, vuolsi por mente che non a caso , non senza ragione politica volle il Comune di Firenze collocata quella statua di san Lodovico di Francia sulla prima fronte d'un tempio pel quale significava tante amorevoli cure. Niuno ignora come alla nostra repubblica stesse a cuore l'amicizia di Francia, quantunque le tornasse poi sempre fatale; e la collocazione appunto di quel santo sulla facciata, e lo avergli intitolato una cappella (4), sono un argomento di deferenza e di omaggio a Roberto re suo fratello e verso la casa d'Angiò. Troviamo infatti fra le provvisioni del Comune dell'anno 1419 un ordine dato a quei della Mercanzia e alle capitudini delle arti di portarsi ogni anno processionalmente nel dì di san Lodovico alla chiesa di Santa Croce, e di tributarvi un'offerta; e quest'ordine incontrasi rinfrescato più tardi, forse perchè nel cozzo delle fazioni (5) questa cerimonia adulatoria era stata trasandata.
Gli stemmi del Comune e del popolo, dipinti sopra le porte, ricordano pubblicamente a chi si debba la costruzione del tempio, e chi ne abbia il dominio diretto. Non si hanno dolorosamente ricordi sul disegno di Arnolfo rispetto alla facciata; nulladimeno a giudicarne dalle linee grandiose e severe dell'interno della chiesa, abbiamo ragione di credere che il frontespizio avrebbe convenientemente armonizzato colla fabbrica. Intanto, prima che per vicende politiche fossero venuti meno i sussidii del Comune, prima che l'antica fede e la devozione del popolo verso la pia fabbrica si fossero indebolite e poscia spente, vivevano in Firenze cittadini facoltosi, larghi delle loro dovizie per l'incremento del culto divino, pel maggior lustro dei patrii monumenti. Ricorda la storia con amore un Castello Quaratesi, d'antica e cospicua famiglia signora del castello diQuarata donde trae il nome, il quale prima della meta del secolo XV aveva erogato centomila fiorini d'oro, affinchè si ornasse di decoroso frontespizio il tempio di Santa Croce. E se mal non ci apponiamo questo Quaratesi dovette esser quel Castello figlio di Piero che nel dicembre del 1441 era gonfaloniere, e che con tanto zelo insieme coi priori vedemmo adoperarsi a vantaggio dei Frati Minori di Santa Croce.


Al Cronaca ne aveva affidata l'esecuzione, e già, come si veggono anche oggidì, n'erano stati posti i basamenti in marmo da un lato, allorquando, se narrò il vero la storia o i ricordi del tempo, insursero miserabili gare fra il pio ma vanitoso cittadino, il quale voleva che a memoria del magnanimo atto campeggiasse lo stemma suo nel mezzo della facciata, e gl'ingrati operai che noi vollero contentare. La caparbietà di costoro, tenaci a non volere sopra un monumento del Comune lo stemma d'un privato, vinse l'amor patrio del cittadino; l'incominciato frontespizio rimase interrotto, e i denari furono volti alla edificazione d'un'altra chiesa, in onore anch'essa di san Francesco, al Monte del Re, presso San Miniato(6).
Gridano gl'illustratori dei nostri monumenti contro l'inurbano rifiuto degli operai, ed hanno forse ragione, imperciocché per colpa loro una sì bell'opera sia andata fallita; noi però non sapremmo scolpare affatto dalla taccia di vanitoso quel cittadino che a meschine considerazioni di un amor proprio piccato subordinò l'amore del patrio decoro. Peccarono forse gli operai; peccò certo il cittadino. In difetto di stemma la storia dispensatrice integerrima di laude e di biasimo avrebbe notato il nome del generoso, e lo avrebbe raccomandato alla venerazione dei posteri. Anche il Comune durava nel pensiero della facciata, ma non corrispondevano al bel desiderio le forze. Nell'Archivio delle Riformagioni trovasi questo ricordo del 1476: «È concessa grande autorità agli operai dell'esigere dai debitori dell'Opera, e anche di mettere a specchio i non solventi, e questo prò costruendo faciem anteriorem Ecclesiae Sce. Crucis».

Qualche tentativo si fece pure ai dì nostri nello stesso proposito; e si citano con lode i disegni del Veneziani e del Matas; noi però che piangemmo frustrate fino ad ora le comuni speranze di veder compiuta la facciata del nostro maggior tempio, con più ragione disperiamo di veder compiuta quella di Santa Croce. A chi ne chiedesse il perchè, l'indole dei tempi che corrono, degli uomini e delle loro passioni diverse, darà risposta vera. — Ma a che lo spendìo di parole, di tempo e d'ingegno? Quando nel secolo XII si volle edificato il battisterio pisano, 34.000 famiglie della città e del contado pagarono volontarie un soldo d'oro ciascuna, e in quindici giorni pilastri e colonne erano surti dal piano. Il secolo del vapore applicato alle navi, alle vetture, agli opifìcii; quel secolo in cui l'uomo ha risoluto il problema difficile di ottenere il più gran prodotto possibile nel più breve tempo e col minore impiego di forze e di capitali, di lottar colla furia degli elementi, di vincer forse nei suoi stupendi risultamenti le meraviglie della stampa, non è tempo da far facciate alle chiese del secolo XIII. Volge l'età nostra alle speculazioni positive; ella vuole che i suoi capitali si moltiplichino, che gl'ingegni chieggano alle scienze l'accrescimento delle industrie, il miglioramento degl'interessi materiali.
Forse le industrie perfezionate cresceranno le dovizie, e le dovizie incoraggiranno le opere d'arte e faranno rinascere l'amore ai monumenti. Noi lo desideriamo per quella carità che ci move pel nostro paese!
 

 

Tratto da Filippo Moisè, Santa Croce di Firenze illustrazione storico-artistica, Firenze, a spese dell'autore, 1845

Filippo Moisè, nacque a Firenze nel giugno del 1803. Dal giugno 1845 fu archivista presso l’Archivio Mediceo e quindi, istituito nel 1852 l’Archivio centrale dello Stato, fu nominato vicepresidente ed archivista generale per gli archivi storici ed elaborò un inventario delle filze dei carteggi dal duca Alessandro al granduca Cosimo II.  Nel 1856 fu nominato direttore dell’Archivio di Stato di Firenze, incarico che un’improvvisa morte gli consentì di ricoprire solo per pochi mesi.

 

(1) Il Vasari ha detto che 11 Ghiberti dipingesse i vetri di questo tondo e quelli della cupola di Santa Maria del Fiore, ma s'inganna; il Ghiberti non ne fece mai altro che i disegni.
(2) Nacque Lodovico a Carlo lo Zoppo d'Angiò re di Napoli, da Maria figlia di Stefano V re d'Ungheria, e fu secondogenito. Coi due fratelli fu statico di Pietro d'Aragona, e di Alfonso III suo fratello e di Giacomo II, dal 1288 al 1294, e nelle angustie della prigionia deliberò di mutar la porpora nel sacco de' Frati Minori. Bonifazio VIII lo creò vescovo di Tolosa nel 1296, e nel 1317, diciott'anni dopo la sua morte, Giovanni XXII lo ascrisse nel numero dei santi Confessori.
(3) Rari nantes in gurgite vasto è una locuzione latina traducibile con «rari nuotatori nel vasto gorgo»; si tratta del secondo emistichio di un verso (I, 118) dell'Eneide di Publio Virgilio Marone.
(4) Quella dei Bardi.
(5) Archivio delle Riformagioni. Clas. IF, Dislr. II, pag. 102-
(6) La Chiesa dedicata al Salvatore e a San Francesco al Monte fu cominciata nei primi mesi 1449 , come si ritrae dagli Spogli dello Strozzì fonda lore vi è seppellito; e davanti all'altar maggiore si legge questa epigrafe:

Castellus Quaratesius
nobilitatis et religionis
Egregie civis Florentinus
Salvatori Deo templum et
Beato Francisco cenobium
hoc ex re sua edificavit
An. Sa. No. M. CCCCL.

Morendo raccomandò col suo teslamento questa fabbrica all'Arte ed Università de' Mercatanti, ch'egli istituì erede, col carico d'invigilare alla conservazione e al mantenimento di essa. Ne fu architetto Simone del Pollaiolo dello il Cronaca, quello stesso che aveva fatto il disegno per la facciata di Santa Croce. Michelangiolo solea chiamarla la sua bella villanella. Fra gli spogli del Del Migliore si legge che ai suoi tempi il modello si conservava all'Arte dei Mercatanti.

 

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