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Torre al Gallo

Torre al Gallo

Storici e poeti trassero argomento dalla Torre al Gallo, che maestosa sulla cima dell'omonimo poggio, domina i celebri e pittoreschi colli di Arcetri, argomento che, con vanto sempre maggiore di questo luogo, è pur troppo di massima fama più all’ estero che fra noi. 
Io poco storico e meno poeta, dirò tuttavia da quel che sono, che dai registri sui quali giorno per giorno i visitatori della Torre al Gallo e del Museo Galileiano lasciano scritto il proprio nome, si rileva nel modo più esatto e positivo quante migliaia di persone, nazionali e straniere, quivi annualmente affluiscono. Dirò che più monografie mi stanno adesso sott’occhio, le quali sono tutta un’emanazione di memorie gratissime serbate dai singoli monografisti di quanto ammirarono di oggetti d’arte in questa grandiosa villa, e di Galileiano nel Museo della Torre; e sono altresì lo sfogo spontaneo della più naturale meraviglia pel sublime spettacolo che vedesi dal ballatoio della vecchia torre, cioè il più vasto e interessante panorama che esista e che immaginare si possa di Firenze e della Toscana tutta. Su ciascuno di questi temi mi pregierò d’intrattenere il lettore, che spero mi seguirà volentieri, se animato, come mi sento, da vivo affetto per l’arte e per ogni glorioso ricordo patrio.


La Torre del Gallo che servì come osservatorio a Galileo Galilei

Se devesi prestar fede al più antico storico fiorentino. Ricordano Malespini, che oggi, come Dino Compagni, viene sempre più riscontrato veritiero ed autentico, nonostante gli esagerati dubbi della moderna critica, fino dai tempi di Carlo Magno era questo resedio e il circostante poggio in possesso della celebre famiglia dei Galli o del Gallo, detta d’origine consolare ossia romana.
Rispettabile essendo anche la tradizione, sempre più importante è il racconto che fra i personaggi fiorentini armati cavalieri dallo stesso Imperatore quando venne in Firenze, se pure ci venne, circa 1’anno 806, fu un Federigo dei Galli. Di questo non moderno, anzi anche troppo antico, cavaliere speron d’oro leggo memoria ed il nome in caratteri gotici sotto un suo stemma, appoggiato alla più antica muraglia del cortile della Torre al Gallo.
Ed è finalmente storia indubitabile che la repubblica fiorentina nel secolo suo più eroico, quando ebbe vinta e debellata la potenza dei ghibellini, e conclusa la pace fra le due fazioni con la mediazione del cardinale Latino Malabranca, fece distruggere, nella massima parte almeno, anche questo castello nel quale i Galli riscuotevano il pedaggio per antico costume, e altri loro castelli a Miransù ed altrove, perchè detta famiglia era ghibellina e troppo potente.
Dopo una sorte così tremenda toccata nel 1280 circa a questa illustre famiglia, annoverata negli Statuti fiorentini anche nel 1343 fra le casate di nobili che dovean farsi di popolo, e credesi estinta in detto secolo, sembra che gli avanzi dell’ antico edifizio passassero, come beni di ribelli, agli ufficiali di parte guelfa, che poi ebbero a vendergli ai Lamberteschi, famiglia pure magnatizia ed illustre, e però esclusa dai pubblici uffici della repubblica. Da essi principalmente ricostruito questo palazzo presso a poco comè adesso, si sa con certezza che fu in seguito venduto ad altra famiglia fiorentina, i Lanfredini, e ciò con contratto stipulato in Lucca nel 1464 dal procuratore di madonna Lena del cavaliere Andrea De’ Pazzi vedova di Lamberto di Bernardo Lamberteschi, la quale allora viveva in Bologna, contratto di cui l’originale pergamena interessantissima conservasi nell’Archivio Centrale di Stato a Firenze, tra le carte che furon di casa Guidi.


Torre del Gallo

Iacopo e Giovanni fratelli, e figli d’Orsino Lanfredini, furono i compratori di questo edifizio torrito, avente già un cortile che potè essere l'attuale, forse allora in costruzione, o appena ultimato. Ed è da rammentarsi che gli stessi Lanfredini erano allora già proprietari di altra villa limitrofa con annesso terreno, qual villa con terreno è stata ora riunita al principale possesso mediante compra fattane dall'attuale proprietario della Torre al Gallo, conte Galletti (1).
I Lanfredini la possederono per quasi tre secoli, cioè fino all'estinzione della loro casa, spentasi nel cardinale Iacopo illustre vescovo d’Osimo e Cingoli, morto nel 1741.
A tempo dei Lanfredini, durante l'assedio di Firenze, la Torre al Gallo appartenendo a Baccio, cioè Bartolommeo Lanfredini, personaggio storico sommamente affezionato ai Medici, e da Cosimo duca nominato nella prima elezione dei 48, ossia dei Senatori fiorentini, fu abitata specialmente dal conte Pier Maria di San Secondo dei Rossi di Parma, del quale tutti sappiamo ciò che ne dicono gli storici e romanzieri.


Panorama

Finalmente, ed è questa gloria di rinomanza mondiale, Galileo Galilei, com’è tradizione notissima, registrata da molti, e in apposita epigrafe nel cortile della villa, si servì di questa torre per varie sue osservazioni, anche in compagnia dei tanto celebri suoi scolari.
Tralasciando dei successivi proprietari i nomi, quali vedonsi coi rispettivi stemmi nel cortile stesso, ricorderemo che proprietario fino dal 1872 è oggi il conte Paolo Galletti fiorentino, figlio dell'illustre bibliofilo e letterato Gustavo, che nel 1849 fece acquisto di questo possesso, per vendita fattane dalla famiglia Alberti di Monterchi.
Di questo interessante edifizio adunque osserviamo con attenzione il vasto cortile, che servendo come cour d'onneur gira da tre lati con otto colonne di macigno d’un sol pezzo, con capitelli corintii di finissimo lavoro, e che gl’intelligenti vogliono sia disegno, con i soprastanti loggiati ora chiusi, del Brunelleschi.
Osserviamo ancora, alla destra di chi entra, un grazioso gruppo di gesso rappresentante di proporzioni natura un'Ebe col suo coppiere lavoro attribuito a Lorenzo Bartolini, e nella cui base si leggono, allusivi ad uno dei più celebri prodotti delle vigne d’Arcetri, la Verdea, i seguenti versi del Redi nel suo Bacco in Toscana:

Oggi vogl'io che regni entro a’ miei vetri

La Verdea soavissima d'Arcetri.

Dai vini, sian pure prelibati, come so anche per esperienza, passiamo a un tema più divino ancora, alla Facciata del Duomo di Firenze immaginata e modellata con sommo studio ed eccessivo amore da quella vittima della propria volontà e fermezza di carattere, che fu il compianto Ferdinando Lasinio. E questo il modello stesso originale, alto più che sette metri e largo in proporzione, quale il detto architetto fece con ingentissime spese nella speranza di vederlo adottato per la fronte della nostra Metropolitana più di trent'anni fa, quando di questo argomento tutta Firenze, e quasi tutta l'Europa artistica, si occupava e accalorava. Eppure senza la buona volontà del conte Galletti sarebbe andato irremissibilmente distrutto questo progetto basilicale, che gli eredi del povero Lasinio non avevano dove collocare, e che non sappiamo per quali ragioni non sia stato conservato nella sua degna sede nel museo dell’Opera del Duomo. E cosi che nel cortile della Torre al Gallo, di fianco all’ antica cappella gentilizia, fa meraviglia trovare questo troppo grandioso lavoro, che col castello dei Galli non ha relazione alcuna.
Dalla porta che resta difaccia al principale portone d’ingresso si accede alla sala maggiore, nella quale si conserva il Ritratto di Galileo (n. 101 dei cataloghi) dipinto dal celebre fiammingo
Giusto Susterman, il quale era proprietario d’una villetta oggi Giovannelli, attigua al possesso della Torre del Gallo. Credesi sia stato eseguito per incarico della famiglia Lanfredini, e dai critici più competenti, fra cui Carlo Gebler (Sulle Orme di Galileo) si qualifica il più bello dei ritratti che del Grande Scienziato si conoscano.


Justus Sustermans - Rittratto di Galileo Galilei, 1636

Biblografia:
Cesare Da Prato, La Torre al Gallo e il suo panorama, estratto dal giornale fiorentino La Vedetta, Firenze, Le monnier, 1891​


(1) Nel 1872, dopo vari passaggi, la torre giunse al conte Paolo Galletti che vi allestì un piccolo museo dedicato proprio a Galileo, nel quale figuravano busti, ritratti e cimeli, in gran parte oggi confluiti nel Museo Galileo in piazza dei Giudici. Il conte fece affrescare le sale dal pittore Gaetano Bianchi.​

 

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