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Le schegge di storia di G. Corsi

"Utz passava ore e ore nei musei di Dresda, per esaminare le file di statuette della commedia dell'arte provenienti dalle collezioni reali. Rinchiuse dietro i vetri, sembrava che volessero invitarlo nel loro segreto mondo lillipuziano- e anche che lo implorassero di liberarle."
Utz, B. Chatwin, Adelphi, pg. 20
a pensarci bene, è quello che succede anche a noi quando ci rapportiamo con il Passato.

 

Firenze per mare.
Il Granduca Ferdinando I dei Medici, ex cardinale succeduto al fratello Francesco,  promosse spedizioni esplorative fuori dal Mediterraneo, armando navi che avrebbero potuto scoprire anche nuove rotte commerciali. Nei primi mesi del 1608, da Livorno partì una squadra navale comandata da Robert Thornton, ex corsaro inglese. Le agili navi dovevano raggiungere il Rio delle Amazzoni , e cercare di riportare in madrepatria tutto l'oro possibile per il  carico di flotta. La flottiglia rientrò a Livorno nel luglio del 1609, senza risultati economicamente apprezzabili. Dal punto di vista etnografico, però, esse fecero sbarcare in Toscana alcuni indigeni, destando vari stupori. Per comprendere il mondo dell'epoca, occorre ricordare che, nel dibattito antropologico sorto dopo la spedizione di Colombo, dovette intervenire il pontefice Giulio II per sancire, tramite bolla papale, che gli amerindi non erano creature fantastiche precedenti ad Adamo e ai primissimi uomini, bensì esseri umani a tutti gli effetti, compartecipi del peccato originale e della Rivelazione cristiana. Gli “indiani” morirono in breve tempo a causa di febbri europee contro cui non avevano difese immunitarie.
A questo punto, piace segnalare la caratteristica “apertura mentale” di casa Medici: questo finanziava avventure salgariane, quello si circondava di artisti, quell'altro dava impulso all'etruscologia, quell'altro ancora giocava al piccolo chimico ante litteram, quell'altro infine pensava ad una Messa apposita “per gli agonizzanti”..... in tali multiformi esperienze v'è da ricercare un insegnamento per l'epoca attuale, dove la specializzazione estenuante ed esasperata riduce le persone “al remo” della propria occupazione quotidiana, quasi estinguendo il gusto di “riveder le stelle”.
 

Stendhal 
a parte facili ironie, perchè non chiedere la sintomatologia della sindrome di Stendhal al medesimo autore?  
“Ero in una specie di estasi all'idea di trovarmi a Firenze, per la vicinanza dei grandi di cui avevo visto le tombe. Perso nella contemplazione del bello sublime, ne ero tanto preso che potevo dire di toccarlo. Ero giunto a quel grado di emozione in cui si incontrano le sensazioni celestiali che provengono dall'arte e dai sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce avevo quel batticuore che a Berlino chiamano nervi; ero sfinito, camminavo temendo di cadere”.
Stendhal, Roma Napoli Firenze, Avanzini Ed., pg. 222

 
Stendhal, pseudonimo di Marie-Henri Beyle (1783 – 1842)
 

Un errore giudiziario
 Leopoldo II di Lorena venne a sapere di un errore giudiziario relativo ad un recluso presso il bagno penale di Livorno. Fu sua cura il risarcimento del medesimo, contribuendo in parte anche col proprio patrimonio personale, ed una sorta di riparazione pubblica del danno all'immagine patito dal galeotto liberato. Difatti, recatosi nella città labronica, il Granduca fece salire a bordo di una carrozza scoperta lo sventurato e , sedutosi accanto a lui, lo accompagnò per tutta una giornata in giro per la città.

“Far da bischero per non pagare dazio” 
versione fiorentina del “fare lo gnorri”. I contadini, giunti alle barriere doganali cittadine, recitavano la parte  di finti tonti o di  non udenti al fine di esasperare le guardie della cinta daziaria, al fine di farli desistere da controlli più approfonditi su natura e quantità della merce trasportata.

L'uomo di Piazza Pitti
Osvaldo Parrini era un artigiano di via Maggio, accordatore di pianoforti. Nella sua bottega, teneva un busto in gesso di Leopoldo II, con acceso davanti un lumino ad olio perpetuo.
L'ultimo Lorena si recava spesso dal suo trisnonno, perchè aveva l' hobby dell'intarsio sul legno. Il Parrini novecentesco, con orgoglio, era solito mostrare a clienti ed amici il grembiule da lavoro adoperato dal Granduca. Ciò premesso, si narra che una vecchietta aveva visto il giovane principe “in borghese”, senza riconoscerlo, andare e venire da Palazzo Pitti al Parrini e viceversa. Lo fermò e gli chiese di parlare al Granduca di un suo problema, sperando che Sua Altezza non facesse “berlicche berlocche”. Il giovane la rassicurò e le fissò un'udienza privata. Dopo di ciò, come in una commedia, avvenne l'incontro rivelatore di agnizione, il problema venne risolto e Leopoldo II invitò bonariamente la donna a non sparlare di lui, dicendo che faceva “berlicche berlocche”.


La donna di Dorian Gray? 
Villana de' Botti nacque nel 1322 a Firenze (un anno dopo la morte di Dante). Suo padre, mercante, combinò un matrimonio di interesse con Rosso diPiero. Quest'ultimo corruppe i costumi della giovane moglie, inducendola ad una vita licenziosa e libertina. Secondo la tradizione, però, un giorno Villana si sarebbe guardata ad uno specchio, scorgendo lo stato della sua anima, imbruttita e avvilita dai vizi. Da allora, comunque sia, cambiò vita, fino a morire, in odore di santità, nel 1361.
Ciò premesso, piace osservare che Oscar Wilde, pur di rito protestante, era nativo della cattolicissima Irlanda e che, come uomo di cultura, avrà anche conosciuto storie e leggende dei Santi. Non si hanno, tuttavia, prove di un influsso diretto per la sua famosa opera. Non si può opinare di più in merito.

 

Tomba della Beata Villana, Santa Maria Novella, Firenze

A spasso per la Toscana
nella Montagna Pistoiese, si segnala, come degna di nota, la vallata del Reno, tra Pistoia e Modena, con le storiche ghiacciaie. 
Per precisione, si osserva che la ghiacciaia della valle del Reno non è volta alla conservazione degli alimenti ,come le “conserve” e le “neviere” di ville e città, bensì è adibita a luogo di deposito del ghiaccio adibito a tali operazioni. 
Sotto il profilo architettonico, le prime ghiacciaie sono edifici interrati, di regola circolari, costruiti a secco con le pietre prelevate dal fiume; successivamente, le dimensioni aumentano, e la forma diventa rettangolare per soddisfare l'aumento della domanda.
Ciò premesso, la zona de Le Piastre, a partire dalla fine del XVIII sec., vide l'inizio di tale attività protoindustriale, sviluppatasi successivamente fino a Pontepetri e Pracchia. Nel 1781, l'inaugurazione della strada granducale , oggi divenuta la SS n. 66, favorì ampiamente tale attività, avvicinando la produzione ai centri di vendita in città. Al tempo della cd. “levata”, i blocchi di ghiaccio, di 25 kg circa ciascuno, venivano tolti dalla ghiacciaia e trasportati dalle donne in ceste appoggiate alle teste fino ai carri. I barrocci, una volta caricati, partivano per Pistoia, Firenze, Pisa e Livorno, ove rifornivano una vasta clientela di ospedali, alberghi, macellerie e privati. Ulteriore passo verso un vero e proprio sviluppo di tipo industriale venne comportato dalla ferrovia, che trasformò la “fabbrica del ghiaccio” nel settore trainante del territorio, e permise altresì l'affermazione dei produttori maggiori, come i Geri, i Corsini e i Vivarelli: in questa fase, i vagoni ferroviari appositi, dal 1864, permetteranno l'estensione del commercio fino ad Anzio. 
Verso la fine del XIX sec., la produzione di ghiaccio naturale iniziò a declinare a causa della nascita di una fabbrica di ghiaccio artificiale presso Pracchia, fino all'ultima levata ufficiale nel 1939.
Qual era il procedimento di lavorazione del ghiaccio naturale?
Per prima cosa, l'acqua del Reno veniva incanalata verso un lago artificiale a forma di imbuto. Le fasi produttive successive, poi, erano due: la “rimessa” e la “levata”. La rimessa avveniva da novembre a marzo, quando le temperature rigide consentivano il congelamento delle acque raccolte. La grande lastra di ghiaccio così formatasi veniva ridotta in blocchi  rettangolari con la “palamina”- ovvero una sorta di vanga- per essere indirizzata verso il “porto”, ovvero la parte terminale dell'imbuto del lago. Qui, un piano inclinato permetteva che i blocchi sopraggiunti, o “barche”, venissero agganciati mediante rampini di ferro, manovrati in genere da coppie di donne poste ai lati del piano. Dopo di ciò, un anziano, con ruolo di “accomodino”, incastrava i blocchi tra loro in modo tale che l'aria non circolasse tra gli stessi e li ricopriva con foglie di castagno. Così, si concludeva la rimessa e la ghiacciaia sarebbe stata riaperta per la vendita del prodotto solo al momento della levata, ovvero durante la stagione estiva.

Magazzino del ghiaccio della ghiacciaia della Madonnina (Le Piastre) nei primi del Novecento
 

Raffaello Caverni
S. Quirico di Montelupo, 1837- S.Bartolomeo a Quarate, 1900.
sacerdote, filosofo, matematico. Oltre a varie opere di divulgazione inerenti le scienze fisiche, è autore di un importantissimo “ Dizionario di voci e modi dell'uso popolare toscano nella Divina Commedia”, pubblicato nel 1877, in cui confronta la lingua dei contadini, suoi parrocchiani,  completa di  proverbi, motti e credenze, con quella della Commedia. 

Raffaello Caverni
S. Quirico di Montelupo, 1837- S.Bartolomeo a Quarate, 1900

Canarone 
è un frutto tipico della Pasqua fiorentina. Trattasi di un ibrido tra cedro e limone.
è originario di Cannero Riviera, sul Lago Maggiore.

Canarone
 
giuseppe.corsi.fi@gmail.com

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