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Sandro Botticelli

Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi
Sandro Botticelli
(Firenze, 1º marzo 1445 – Firenze, 17 maggio 1510)


« Aequarique sibi non indignetur Apelles
Sandrum: iam notum est nomen ubique suum. »

« E non si sdegni Apelle di essere eguagliato
a Sandro: già il suo nome è noto ovunque »
(Ugolino di Vieri, Epigrammata III, 23)

Alessandro di Mariano Filipepi, detto Sandro di Botticello forse dal soprannome del fratello, nacque a Firenze nel 1445; e a Firenze morì nel 1510; poche volte uscì dalle mura della città.

Se si deve credere al Vasari egli fin da ragazzo «ancoraché agevolmente apprendesse tutto quello che e' voleva, era nientedimanco inquieto sempre, né si contentava di scuola alcuna di leggere, di scrivere o di abbaco; di maniera che il padre infastidito di questo cervello sì stravagante, per disperato lo pose all'orefice con un suo compare....». Ora questa sua fondamentale irrequietudine di carattere, che non poteva non acuirsi sotto l'aculeo della sua sottigliezza intellettiva, se anche sembrò placata e dominata negli anni del bel lavoro fino a fare apparire «Sandro persona molto piacevole» e amante di burle; se usualmente si manifestava nel suo modo di vivere senz'ordine; spesso lo trascinava a quelle che gli uomini metodici dicevano stranezze, ed eran poi invincibili intime necessità spirituali; come quando «per esser persona sofistica, commentò una parte di Dante, e figurò lo Inferno, e lo mise a stampa; dietro al quale consumò di molto tempo : per il che, non lavorando, fu cagione d'infiniti disordini alla vita sua».

Finché tale irrequietezza gli traboccò in vecchiaia in una esasperazione maniaca: mania religiosa. Fu travolto dalla predicazione intransigente di Girolamo Savonarola, «del quale fu in guisa partigiano, che ciò fu causa che egli, abbandonando il dipingere e non avendo entrate da vivere, precipitò in disordine grandissimo. Perciocché essendo ostinato a quella parte, e facendo come si chiamavano allora, il piagnone, si deviò dal lavorare; onde in ultimo si trovò vecchio e povero di sorte, che se Lorenzo de' Medici mentre che visse.... non l'avesse sovvenuto, e poi gli amici e molti uomini da bene stati affezionati alla sua virtù, si sarebbequasi morto di fame.... Finalmente condottosi vecchio e disutile, e camminando con due mazze, perché non si reggeva ritto, si morì, essendo infermo e decrepito...».

Tale fu il malinconico tramonto di un artista, dalle cui mani la pittura mondiale era stata sollevata a uno de' suoi vertici più alti.
 

Presunto autoritratto dall'Adorazione dei Magi degli Uffizi

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