La 'fuga' del Babbo

Una delle diverse versioni sulla “fuga” di Leopoldo. 

 

Il 27 aprile 1859, un giorno che avrebbe scritto una nuova pagina nella storia della Toscana, sancì la fine di un regno lungo 122 anni, quello degli Asburgo-Lorena, e segnò la conclusione del Granducato.

In una sera tarda di quel mercoledì post-pasquale, il Granduca Leopoldo e la sua famiglia partirono da Firenze verso Bologna, per poi dirigere il loro cammino verso Vienna, portando con sé solamente l'essenziale. Questa decisione fu presa per evitare il possibile scoppio di violenze orchestrato abilmente dagli agenti piemontesi inviati a Firenze.

La verità è che la cosiddetta "sollevazione" consistette nell'esibizione del tricolore italiano alle finestre di alcuni edifici, preparati in anticipo da coloro che avevano pianificato l'evento. Questa operazione di propaganda coinvolse solo poche decine di persone.

Nella narrazione ufficiale, si dipinse il Granduca come un tiranno in fuga, mentre la folla si preparava a insorgere. Ma questa è una delle molte menzogne create per giustificare l'unità d'Italia.

La realtà fu ben diversa. I cittadini fiorentini salutarono rispettosamente "il babbo," come affettuosamente chiamavano il sovrano, mentre egli percorreva il tragitto da Palazzo Pitti alla via Bolognese. In realtà, pochi erano a conoscenza degli eventi in corso, ad eccezione degli organizzatori dei tumulti di piazza. Il Granduca stesso pensava che si trattasse di un esilio temporaneo, ma così non fu.

L'ambasciatore piemontese a Firenze, il conte Boncompagni, aveva da tempo pianificato le azioni sovversive dal suo quartier generale. Qualche giorno prima del fatidico mercoledì, qualcuno avvertì l'Arciduca Ereditario Ferdinando dell'urgente necessità di intervenire per prevenire il colpo di Stato.

Tuttavia, il giovane Ferdinando, di fronte all'inazione del padre, era impotente. Il 27 aprile, dovette assistere impotente all'incapacità del padre di gestire gli eventi, e scrisse nel suo diario: "Piansi per la debolezza di mio padre, per il Paese che sarebbe caduto nuovamente nelle mani degli esaltati e della canaglia, e per la figura ridicola e triste che avrebbe fatto."

Le memorie del Tenente Colonnello Michele Sardi, ritrovate negli archivi di una famiglia fiorentina, svelano che il colonnello aveva un piano audace per neutralizzare gli organizzatori del colpo di Stato, anche a costo della sua carriera. Il piano prevedeva l'infiltrazione di una spia nell'edificio di fronte alla residenza dell'ambasciatore piemontese, che avrebbe dato il segnale per l'intervento delle forze dell'ordine toscane e l'arresto dei cospiratori. Questa spia avrebbe fornito informazioni cruciali sul momento migliore per l'operazione. Ma il Granduca Leopoldo non diede il suo consenso a questo audace piano, e il resto è storia.

 “comitato dirigente la cospirazione e dove convenivano i principali capi: Ricasoli, Peruzzi, Avvocato Galeotti, eccetera, (la spia in osservazione) poteva facilitare le mie vedute ed informarmi esattamente del momento in cui avrei farli sorprendere da buon numero di Gendarmi, arrestarli tutti, e silenziosamente tradurli a Volterra (cioè nella fortezza, tuttora carcere) e di lì a Portoferraio (…) e questo era un colpo che (…) dovendo ricadere su di me tutta la responsabilità, persuaso che il Granduca, per delicatezza, mi avrebbe forse anche destituito ma, quando era fatto, lo scopo desiderato era raggiunto e tanto bastava!”

Alla fine, paradossalmente, il principale responsabile della fine del Granducato fu proprio il Granduca stesso, incapace di reagire agli eventi. Non fu aiutato da un inadeguato primo ministro, Giovanni Baldasseroni, che non riuscì a percepire cosa stava accadendo sotto i suoi occhi, né dal comandante delle truppe granducali, il generale Ferrari, che non riuscì a conquistare la lealtà delle truppe.

Resta da svelare il ruolo nascosto dietro le quinte, quello di Cavour. Se qualcuno si aspettasse di trovare una serie di lettere e istruzioni di Camillo Benso al suo agente in Toscana, l'ambasciatore Boncompagni, rimarrà deluso. Il furbo Cavour preferiva le istruzioni verbali, consapevole che "verba volant sed scripta manent."

È certo che l'ambasciatore piemontese aveva ricevuto ordini anche per un "Piano B" nel caso in cui il Granduca avesse resistito e fosse rimasto a Palazzo Pitti. Era pronta un'opzione militare, ma grazie alla natura pacifica di Leopoldo, non fu messa in atto. Alla fine di quella giornata primaverile, i fiorentini poterono cenare tranquillamente, senza che un singolo colpo di arma da fuoco venisse sparato in quella che sarebbe stata ricordata come la "rivoluzione civile".

 

Leopoldo II e il rifiuto di abdicare.


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