1709, disperazione e morte

Firenze, 1709: Un Inverno di Disperazione e Morte.

Il gennaio del 1709 si trasformò in un incubo ghiacciato, segnando giorni di estremo terrore e tragedia per Firenze e la Toscana interna. Le temperature raggiunsero minimi e massimi mai registrati dalla fine del 1500, creando un'atmosfera tetra e mortale che alcuni osarono chiamare "LA MORTE BIANCA". In confronto, le celebri gelate del gennaio 1985 sembrano insignificanti.
Questo evento naturale si trasformò in una catastrofe umana, seconda solo all'alluvione del 1333, che aveva raso al suolo il 35% delle abitazioni del centro-città. Centinaia di neonati, anziani e indigenti persero la vita, aggravati dalla denutrizione dilagante tra le classi meno abbienti. Anche gli animali da cortile, non protetti, soccombettero al gelo, mentre i depositi di Orsanmichele e altri mercati cittadini vennero svuotati in fretta.

In un disperato esodo, famiglie fuggirono dalle zone circostanti, cercando rifugio dal Mugello alle montagne e alle colline. Il Granduca Cosimo III, spesso criticato per la sua gestione, si trovò a fronteggiare la disperazione generale. Per riscaldare le case, furono bruciati anche elementi strutturali come impalcature e armamenti, dimostrando una volontà estrema di sopravvivenza.
Ospedali, palazzi aristocratici, chiese e accademie furono aperti al pubblico, mentre tappeti e arazzi venivano utilizzati per coprire finestre e dipinti nelle Gallerie degli Uffizi. Nel "Ghetto Ebraico", gli stretti vicoli furono coperti per trattenere il calore delle "fornacette" di pietra. Il vecchio quartiere fu trasformato per ospitare i "profughi del gelo".
Gli ulivi e gli arbusti soffrirono, gli alberi da frutta e le piante di limoni e melaranci scoppiarono letteralmente. Persino il mare Ligure si ghiacciò lungo la costa toscana. Si racconta che questa fosse la prima e unica volta nella storia della Toscana. Gli abitanti, sconvolti, interpretarono il fenomeno come una premonizione del Giudizio Universale.
Dopo l'Epifania, il 27 gennaio del 1709, Firenze fu colpita da un gelicidio terrificante, ma le temperature iniziarono lentamente a salire. La città poté finalmente respirare, uscendo da uno degli isolamenti più tristi della sua storia.
Dicembre del 1708 gettò il suo manto di pioggia e nebbia su Firenze, avvolgendo la città in un'atmosfera oscura e severa. "Mai un raggio di sole che potesse illuminare la severità già di per sé oscura di questi monumenti", lamentava il medico romano Filippo Marini in una corrispondenza epistolare con l'amico Giuseppe Conti. “L'aria sembra sempre pesante e molto fredda.”
L'atmosfera cupa trovò momentaneo sollievo con una "serata di grande neve" dopo Santo Stefano. Filippo scriveva con un barlume di gioia: "Non avevo mai visto fiocchi così grandi!!" Tuttavia, la magia della neve si dissolse rapidamente, lasciando spazio a giorni successivi di pioggia e nebbia che penetravano nelle ossa e nel cuore, lasciando un freddo persistente nell'animo della città.
 

Il 3 gennaio 1709, finalmente, il sole fece la sua comparsa, portando un cielo terso simile a quello sopra il Colosseo a Roma. Tuttavia, il freddo e il vento persistevano, rendendo ancora più avvertibile il disagio nella città. Marini lamentava: “Non ricordo che l'odore marcio dell'Arno tumultuoso e del muschio ai bordi delle strade.”
Nel tentativo di ricordare momenti più piacevoli, il medico evocava il ricordo delle giornate invernali sulla spiaggia di Ostia e desiderava il conforto della sua stanza illuminata da candele per sfuggire al gelo.
Il 13 gennaio 1709, Marini descrisse il gelo come "insostenibile". L'Arno era una distesa di ghiaccio, e nonostante il sole rischiarasse l'animo, non emanava calore, quasi come il riflesso della sua stessa morte. Marini si stupiva del carattere dei fiorentini, che sembravano concentrarsi solo sul lavoro e sui guadagni, ignorando la sofferenza circostante.
Il 14 gennaio 1709 portò un'alba ritardata, un silenzio tombale, e una cascata di fiocchi di neve che coprì la città di bianco. Marini, indebolito dallo sforzo e dalla paura, descrisse la città come spettrale dopo il tramonto.
Il 15 gennaio 1709 fu caratterizzato da una nevicata impressionante. Marini, nonostante il suo stato di salute precario, osservava dalla finestra della sua stanza, testimone di artigiani e bottegai che continuavano il loro lavoro nonostante le avverse condizioni. La città, avvolta dalla neve, pulsava di vita, nonostante il freddo e la sofferenza.
La nevicata del gennaio 1709, sigillata nella memoria di Firenze come una delle più violente nella sua storia meteorologica, trasformò la città in un gelido inferno dal 14 al 16 gennaio. La neve, caduta incessantemente e con intensità straordinaria, si trasformò in una tempesta implacabile il 15 gennaio, portando con sé venti violenti da nord-est. Nonostante un iniziale aumento delle temperature, le precipitazioni avvennero in un contesto di freddo estremo, con temperature costantemente sotto lo zero. La situazione precipitò ulteriormente nella notte tra il 15 e il 16 gennaio, con il vento tempestoso di tramontana che fece crollare ulteriormente le temperature fino al 19 gennaio.
Firenze aveva già subito dieci giorni di gelo intenso e inusuale, con temperature particolarmente basse anche nelle ore diurne centrali. La "nevata" finale fu il colpo di grazia, isolando completamente e paralizzando la città. Tutte le vie di accesso furono bloccate, e i commerci si fermarono completamente.
Il Granduca Cosimo III, noto per il suo carattere ombroso e le sue preoccupazioni sulla successione più che per il benessere dei fiorentini, dimostrò un interesse eccezionale e una preoccupazione particolare durante questa emergenza drammatica.
Il giovane medico-chirurgo Filippo Marini, durante la gelida notte del 18 gennaio 1709, scrisse al suo amico romano Giuseppe Conti: “Da giorno 16 vivo nell'ospedale di San Giovanni. Questo freddo maledetto ha già ucciso neonati, anziani e mendicanti. Famiglie di poveri indigenti hanno abbandonato le loro case non riscaldate per cercare rifugio da noi. 

Abbiamo pochi sacchi di farina di castagne, grano, miglio, orzo, fave e castagne secche. Ogni tanto, vado a prendere aria sulla piazza verso il fiume. Ma la neve è troppo alta; il ghiaccio impedisce anche pochi passi. Il tempo è brutto: sono rari gli spiragli di sole tra le nubi.”
La neve secca e polverosa continuò a cadere su Firenze tra il 19 e il 20 gennaio, aggravando ulteriormente una situazione già insostenibile e drammatica. L'aria proveniente direttamente dalla Siberia, che aveva già ibernato gran parte dell'Europa, si scontrò con un complesso depressionario sul Mediterraneo, portando temperature estreme. Si ipotizza una temperatura di -23°/-24° tra il 20 e il 21 gennaio, con temperature "pomeridiane" a Firenze raggiunsero i -8°/-10°, rese ancora più pungenti dai venti da nord-est.
Lo scienziato Lorenzo Malagotti mobilitò giovani appassionati di meteorologia per effettuare rilevazioni e calcoli termometrici in condizioni estremamente difficili. Punti di osservazione furono stabiliti nel Giardino di Boboli, presso il Torrino di Santa Rosa, sull'Arno e nelle "cave di rena" tra Ugnano e Stagno.
Filippo Marino, rinchiuso nell'Ospedale di San Giovanni di Dio, scrisse la sera del 20 gennaio: “Ancora tanta neve su questa città! Aghi di ghiaccio nel vento. Aumentano i decessi e solo per alcuni uomini visibilmente più forti possiamo tentare l'atto estremo dell'amputazione.”
Firenze viveva in uno stato di emergenza, con famiglie stremate che cercavano rifugio nell'ospedale, le strade bloccate dalla neve e le botteghe chiuse. Vecchi medici piangevano, definendo la situazione quasi peggiore della peste.
Le autorità-granducali avevano emanato ordinanze per limitare qualsiasi attività esterna, cercando di proteggere i cittadini dalle condizioni meteorologiche estreme. In quei giorni cupi del 1709, Firenze conobbe un inverno di disperazione e morte, una pagina nera nella sua storia.

 

Tutte le immagini sono state generate dell'IA

 

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