Nadezhda De Santis, storia di una ex schiava

Nadezhda De Santis: dall’Egitto a Firenze, storia di una ex schiava nell’Ottocento.
Nel cuore del XIX secolo, in un’epoca di esplorazioni orientali e fermenti abolizionisti, la vicenda di Nadežda De Santis emerge come una storia straordinaria. Originaria della Nubia – la regione a sud dell’Egitto, allora sotto il dominio di Mehmet Ali – Nadežda (reso talvolta Nadezhda, dal russo “speranza”) era una giovane ragazza africana ridotta in schiavitù. La schiavitù nell’Egitto ottocentesco era una realtà diffusa: i mercati di schiavi al Cairo e a Khartoum vendevano esseri umani provenienti soprattutto dal Sudan e dall’entroterra africano, destinati al servizio domestico o agli harem delle élite ottomane. È in questo contesto storico – in cui l’Europa iniziava a guardare con crescente riprovazione la tratta degli schiavi – che Nadežda compì il suo incredibile viaggio verso la libertà e Firenze.
Nel 1828 una celebre spedizione franco-toscana partì alla volta dell’Egitto e della Nubia, guidata dal francese Jean-François Champollion – il decifratore dei geroglifici – e dall’italiano Ippolito Rosellini, professore di orientalistica a Pisa. Questa missione archeologica, patrocinata dal re di Francia e dal Granduca di Toscana, aveva lo scopo di documentare e raccogliere antichità egizie; ma tra i “reperti” più notevoli riportati in patria vi fu proprio la giovane Nadežda. Rosellini infatti, durante il viaggio in Nubia, acquistò la ragazza in un mercato di schiavi con l’intento di liberarla. L’atto fu al tempo stesso umanitario e altamente simbolico: le fonti riportano che Rosellini condusse con sé la giovane schiava nubiana e, con un atto pubblico, ne proclamò la libertà una volta giunto in patria. In quell’occasione egli le conferì un nuovo nome carico di significato: Nadežda, traducibile come “speranza” (in italiano sarebbe Speranza). Dietro questa scelta onomastica si può leggere l’eco della rinascita e della fede in un futuro libero per la ragazza. Rosellini, uomo di vasta cultura e animato da ideali patriottici e progressisti, trattò la liberazione di Nadežda quasi come parte integrante della missione civilizzatrice della spedizione. Nei suoi diari – pubblicati poi nel Giornale della spedizione franco-toscana in Egitto – si ritrovano tracce di questa vicenda, a testimonianza dell’impatto emotivo che ebbe sui partecipanti il riscatto di una vita umana dalla schiavitù. La giovane nubiana, all’epoca appena quattordicenne, passò così dalla condizione di schiava a quella di protetta di una famiglia europea, entrando a far parte del seguito dei toscani di ritorno a Firenze.
Giunta a Firenze nel 1829, Nadežda si ritrovò immersa in un ambiente del tutto nuovo. La Firenze dell’epoca era una città cosmopolita, dove risiedeva una vivace comunità di stranieri: viaggiatori inglesi e americani, artisti tedeschi, esuli polacchi e russi in Grand Tour animavano i salotti e le piazze cittadine. In questa “colonia” internazionale, la presenza di una giovane donna africana suscitò curiosità ma anche solidarietà. Secondo le ricerche storiche, Nadežda venne accolta ed adottata da una famiglia della comunità ortodossa locale, probabilmente russa o greco-orientale. Ciò spiegherebbe il suo nome di battesimo di matrice russa e il fatto che abbia abbracciato la fede cristiana ortodossa.
È importante ricordare che negli stessi anni a Firenze prendeva forma una piccola comunità ortodossa: nobili russi in viaggio, diplomatici e mercanti greci convivevano accanto ai protestanti anglosassoni. La tolleranza religiosa nel Granducato consentiva a queste comunità di praticare il proprio culto e, come vedremo, di seppellire i loro morti in cimiteri non cattolici. Nadežda crebbe dunque in un ambiente protetto, imparando probabilmente l’italiano e adottando il cognome De Santis – forse assegnatole al momento del battesimo o dell’adozione, per conferirle uno status anagrafico. Quel cognome dal sapore italiano, unito al nome russo e alle sue origini nubiane, fece di Nadežda una figura dall’identità composita, simbolo vivente dell’incontro tra culture che caratterizzò l’Ottocento fiorentino. Poco si sa dei dettagli della sua vita quotidiana a Firenze. Possiamo però immaginare che abbia vissuto presso la famiglia adottiva come una figlia adottiva o forse come una giovane dama di compagnia, ricevendo un’educazione di base. All’epoca, l’evento della sua liberazione dovette destare scalpore nei circoli intellettuali cittadini: Firenze era sensibile alle idee filantropiche e progressiste, e la storia della schiava liberata ricordava a molti le ingiustizie della schiavitù ancora praticata altrove. Non è un caso che proprio in quegli anni la poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning, residente a Firenze, compose versi contro la schiavitù, e lo scultore americano Hiram Powers, attivo in città, realizzò la famosa statua The Greek Slave (la Schiava greca) – nudo allegorico di una donna messa in catene, presentato al pubblico nel 1848 come denuncia delle oppressioni.. La vicenda di Nadežda De Santis riecheggiava questi fermenti culturali: la “speranza” insita nel suo nome e nel suo destino incarnava in carne e ossa il tema della liberazione dalla schiavitù, un tema che artisti e intellettuali dell’epoca stavano esplorando con passione. È suggestivo pensare che Elizabeth Barrett Browning, nel suo sonetto dedicato proprio alla statua Greek Slave, e Hiram Powers, nello scolpire le catene infrante della sua opera, abbiano tratto ulteriore ispirazione sapendo che una vera ex-schiava viveva libera nella loro stessa città.

Si dice che la Bellezza Ideale non possa entrare nella
casa dell'angoscia. Una figura estranea sta sulla soglia,
con le mani incatenate, la Schiava Greca:
come se lo scultore eleggesse lei,
(quella perfezione impassibile che egli le diede,
ombreggiata, non oscurata, là dove la soglia si apre)
per misurare i crimini degli uomini in diversi lidi,
con gli ideali dell'uomo. Penetra nell'intimo,
infuocato dito dell'arte! - e spezza presto
la schiavitù di questo mondo! Appellati, bella pietra,
dalle pure sommità della bellezza di Dio, contro il male dell'uomo!
Cattura nel tuo volto divino, le pene
e dell'oriente e dell'occidente, - e colpisci ed umilia i forti,
da tuoni di bianco silenzio sconfitti!

Nonostante il nuovo inizio a Firenze, la vita di Nadežda De Santis non fu lunghissima. Le fonti la ricordano infatti morire ancora in relativa giovane età, a pochi decenni dal suo arrivo. La sua morte – sopraggiunta presumibilmente intorno alla metà dell’Ottocento – colpì la comunità che l’aveva accolta. La giovane nubiana liberata, divenuta donna fiorentina d’adozione, lasciò ai suoi cari e ai conoscenti il ricordo dolceamaro di una vita strappata alla schiavitù ma anche spezzata prima del tempo. Per le norme del tempo e per la sua fede religiosa, Nadežda non poté essere sepolta in un cimitero cattolico. Firenze all’epoca disponeva di un “cimitero acattolico” – il cosiddetto Cimitero degli Inglesi presso Porta a’ Pinti – destinato ai protestanti, agli ortodossi e in generale a chiunque non appartenesse alla Chiesa cattolica.

Non ci sono lunghi epitaffi o iscrizioni elaborate: a parlare è soprattutto il suo nome inciso nella pietra – Nadezhda De Santis – un nome che unisce mondi lontani e che già di per sé racconta una storia. Accanto al nome, le date di nascita e morte (che fonti riportano rispettivamente al 1813 circa e al 1851) e la menzione della sua origine esotica potrebbero figurare nel registro, ma ciò che colpisce i visitatori è soprattutto quell’austera croce ortodossa di ferro scuro o di pietra, piantata nel marmo, che distingue la sua tomba dalle altre.
La storia di Nadežda De Santis, pur rimasta a lungo ai margini delle grandi narrazioni storiche, oggi rivive grazie alla riscoperta delle fonti d’archivio e alla valorizzazione dei cimiteri monumentali fiorentini come luoghi della memoria. La sua tomba è divenuta meta di studiosi e appassionati, che vi leggono un capitolo del dialogo tra culture nella Firenze dell’Ottocento. In effetti, poche vite come la sua riassumono in modo così vivido i contrasti e le speranze di un’epoca: strappata giovanissima alla sua terra d’origine per essere venduta come schiava, Nadežda trovò in Italia non solo la libertà fisica, ma anche una famiglia adottiva e una fede religiosa in cui riconoscersi. La “speranza” che le diede il nome si realizzò nella sua emancipazione, ma dovette fare i conti con le fragilità dell’esistenza umana, spezzata da una morte prematura. Dal punto di vista culturale, la figura di Nadežda De Santis offre uno spaccato filologico e storico di grande interesse. Il suo doppio nome, Kalima (o forse Halima, secondo alcune testimonianze orali) e Nadežda, richiama rispettivamente la radice araba-africana e quella slava-cristiana della sua identità. Il cognome De Santis aggiunge un ulteriore strato, suggerendo l’integrazione in un contesto italiano. Ogni elemento onomastico è una traccia che gli storici possono seguire: ad esempio, Kalima in arabo significa “parola” o potrebbe essere una variante di nome proprio, mentre Nadežda richiama la martire Santa Speranza venerata nella tradizione cristiana orientale – segno che il padrino o madrina di battesimo di Nadežda volle collocarla sotto una protezione spirituale ben precisa. La contestualizzazione cronologica della sua vicenda la pone in mezzo a eventi cruciali: vide (seppur da Firenze) gli ultimi anni del Granducato di Toscana, l’unità d’Italia nel 1861, e forse ebbe notizia dell’abolizione della servitù della gleba in Russia (1861) e della schiavitù negli Stati Uniti (1865).

Possiamo solo immaginare cosa potesse provare una ex-schiava nubiana nell’apprendere che, a migliaia di chilometri di distanza, altri milioni di persone ottenevano la libertà. La sua stessa presenza a Firenze testimoniava la possibilità di un riscatto. Oggi, il ricordo di Nadežda De Santis vive nella pietra del suo sepolcro e nelle pagine degli storici che hanno riportato alla luce la sua storia. La narrazione della sua vita ci è giunta attraverso documenti sparsi: i diari di Rosellini che menzionano l’atto di manomissione, i registri parrocchiali ortodossi di Firenze che attestano il suo battesimo e decesso, e i racconti tramandati forse all’interno della comunità russa locale. Ogni fonte è stata vagliata con attenzione filologica per distinguere i fatti dalle leggende fiorite intorno alla “schiava di Champollion”. Quel che è certo è che Nadežda lasciò un’impronta emotiva durevole.
La sua tomba divenne a fine Ottocento quasi una piccola meta di pellegrinaggio laico: vi si soffermavano, commossi, alcuni visitatori della “Bella Firenze” internazionale, come attestano lettere e appunti di viaggio dell’epoca. Essi videro in lei un simbolo – la “schiava redenta” – capace di incarnare i valori dell’umanità e della fratellanza tra popoli. In un’isola di sepolcri illustri dove riposano poeti romantici, viaggiatrici intrepide e patrioti risorgimentali, Nadežda De Santis occupa un posto particolare: la sua è la vicenda di una persona comune, una giovane donna venuta da lontano senza ricchezze né fama, eppure la sua memoria brilla con forza proprio perché rappresenta una storia di riscatto. 
La vita, quel poco che sappiamo, e la morte di Nadežda De Santis ci permettono di gettare uno sguardo approfondito sulla Firenze ottocentesca, crocevia di culture e ideali. La vivace narrazione della sua esperienza – dalla Nubia ai lungarni fiorentini – e la sua sepoltura, fuori dalle mura cittadine, ci parlano di libertà, di fede e di speranza. È una storia che gli storici potrebbero definire “minore” ma solo in apparenza, perché in realtà riflette le grandi trasformazioni di un’epoca: la fine di antiche schiavitù, l’incontro tra Oriente e Occidente e la nascita di nuove identità. Nadežda, con la sua breve esistenza, ci ha lasciato una testimonianza silenziosa ma potentissima: quella incisa sul marmo del suo nome e custodita in un cimitero fiorentino, dove ogni elemento – dalla croce ortodossa ai caratteri incisi – racconta la storia di una speranza divenuta realtà.
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