N.O.F.4. Il libro di pietra

L’esistenza borderline di Nannetti e la nascita di un capolavoro outsider nel cuore del manicomio novecentesco.

Oreste Fernando Nannetti, che in seguito avrebbe firmato le sue opere con l'enigmatico acronimo N.O.F.4, nacque a Roma nel 1927 da madre nubile, Concetta Nannetti, e da padre rimasto ufficialmente ignoto. La sua biografia è segnata fin dall’inizio dall’abbandono e dalla marginalità: a soli sette anni venne affidato a un istituto di carità e, tre anni più tardi, intorno al 1937, fu ricoverato in una struttura per “minorati psichici”. L’infanzia e la prima adolescenza di Nannetti si svolsero dunque quasi interamente in istituzioni chiuse, in un’Italia ancora fascista, dove orfani, poveri e persone considerate “anormali” venivano spesso allontanati dal contesto familiare e sociale e rinchiusi in collegi, brefotrofi, ospizi.
Accanto alla vulnerabilità sociale, si aggiunsero presto i problemi di salute: Nannetti soffriva di una grave forma di spondilite, descritta talvolta come artrite degenerativa, che lo costrinse a lunghi ricoveri ospedalieri, in particolare presso l’ospedale Carlo Forlanini di Roma, negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza. Mentre l’Italia usciva distrutta dalla guerra e affrontava le tensioni del dopoguerra, lui viveva ai margini, tra corsie d’ospedale e camerate d’istituto, senza una vera rete affettiva.
Nel 1948, a ventun anni circa, si verificò l’episodio che determinò il corso di tutta la sua vita successiva. In un clima di grande instabilità sociale e politica, Nannetti ebbe un violento alterco con la polizia: fu accusato di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Il Tribunale di Roma, però, lo prosciolse per vizio totale di mente e, invece di infliggergli una pena detentiva ordinaria, ne ordinò l’internamento in manicomio. Cominciò così il suo lungo cammino all’interno del sistema psichiatrico italiano. Venne ricoverato presso il grande ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Roma, e per quasi un decennio rimase intrappolato nel circuito degli istituti psichiatrici della capitale.

In questi anni maturò lentamente la figura che in seguito avrebbe incarnato: quella di un uomo che, privo di famiglia e di diritti, trovò nell’immaginazione e nella scrittura il solo spazio di libertà possibile. Lo stesso nome “Oreste” – che aggiunse a “Fernando Nannetti” – pare sia stato da lui scelto più tardi, come se volesse conferirsi un’identità più solenne, quasi eroica, in contrasto con la miseria della propria condizione. Nel febbraio del 1958 Nannetti fu trasferito all’Ospedale Psichiatrico di Volterra, in Toscana, uno dei più grandi manicomi italiani. Aveva circa trent’anni. Fu assegnato al padiglione “Ferri”, la sezione giudiziaria inaugurata nel 1933, destinata ai pazienti internati su disposizione della magistratura: di fatto un manicomio criminale dentro l’ospedale. Il Ferri era un reparto chiuso, sorvegliato giorno e notte, circondato da cancelli, muri, grate e filo spinato. La vita quotidiana aveva un’impostazione marcatamente carceraria: grandi camerate sovraffollate, spazi personali ridottissimi, frequenti liti, disciplina rigida, totale interruzione del contatto con l’esterno. Il regolamento vietava a infermieri e personale di trasmettere notizie ai degenti, di portare loro giornali o lettere, perfino di riferire alle famiglie informazioni sulla vita interna.
Sul piano terapeutico, Volterra rispecchiava pienamente le pratiche psichiatriche dell’epoca: elettroshock ripetuti, coma insulinici, forti sedazioni, isolamento in celle, bagni gelati come mezzo di contenimento. Il complesso ospitò negli anni fino a 6.000 ricoverati; nel Ferri, centinaia di internati con condizioni igieniche precarie, pochissimi servizi (si contavano due latrine ogni duecento pazienti circa) e personale paramedico chiamato “guardia” o “superiore”, a sottolineare la funzione di controllo più che di cura. Non era un luogo di terapia, ma di custodia e segregazione: il disagio mentale andava nascosto, allontanato, reso invisibile.
Nannetti, inizialmente destinato a “scontare” due anni di internamento legati ai fatti del 1948, rimase in realtà imprigionato nel sistema per tutta la vita. Dal 1958 al 1961 restò nel padiglione Ferri; nel 1961 fu trasferito alla sezione civile Charcot, riservata ai malati cronici ritenuti non pericolosi. Verso il 1967-1968 tornò tuttavia al Ferri, nel frattempo trasformato in ex-giudiziario, e vi rimase fino al dicembre 1973, quando venne formalmente dimesso dall’ospedale psichiatrico. A quel punto aveva superato i quarantacinque anni e non possedeva né una famiglia né reali prospettive di reinserimento.
Fu quindi accolto dall’Istituto Bianchi, una struttura assistenziale di Volterra, e continuò a vivere in città come ex-paziente, in condizioni più libere ma sempre sotto tutela. Nel frattempo, in Italia stava maturando la grande rivoluzione basagliana: negli anni Settanta il movimento di Franco Basaglia mise in discussione il sistema manicomiale, e nel 1978 la legge n. 180 ne decretò la chiusura. L’ospedale psichiatrico di Volterra fu dismesso nel 1979. Quando ciò avvenne, la vita di Nannetti era ormai indissolubilmente legata a quella città e a quelle mura: privo di legami familiari, rimase a Volterra, accolto in comunità locali e sostenuto anche da una pensione corrisposta dal Comune di Roma. Visse così fino alla morte, avvenuta il 24 novembre 1994.
Il suo destino è esemplare di quello che è stato definito “ergastolo bianco”: una condanna di fatto a passare l’intera esistenza in istituti psichiatrici, senza processo né sentenza penale, ma sulla base di diagnosi e misure di sicurezza che si protraevano indefinitamente. Prima della riforma psichiatrica, questo fu il destino di migliaia di persone ritenute “pericolose” o semplicemente “inadatte” alla vita sociale.
Proprio dentro questo sistema, Nannetti costruì però un universo alternativo. All’interno dei cortili di Volterra, mentre ufficialmente veniva definito “demente” o “malato di mente pericoloso”, egli iniziò a reinventare se stesso con titoli immaginari e fantasiosi: “astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale spazio-temporale”, “colonnello astrale”, “Nannetticus Meccanicus – santo della cellula fotoelettrica”. Le sigle con cui firmava le sue scritte – Nanof, NOF, NOF4 – condensavano il suo nuovo nome (“Nannetti Oreste Fernando”) ma anche bizzarre espansioni come “Nucleare Orientale Francese”, in un gioco continuo di identità possibili. Il numero 4, semplice riferimento al suo numero di matricola nel manicomio, divenne nella fantasia del paziente il segno di una famiglia immaginaria di quattro fratelli, tutti creati dal suo pensiero.
È all’interno di questa traiettoria biografica che si colloca la nascita del celebre “libro graffito” di Volterra: un’opera gigantesca, incisa dal 1959 ai primi anni Settanta sul muro di cinta del padiglione Ferri, lunga circa 180 metri e alta quasi 2 metri, a cui si aggiunsero poi altri 102 metri sulla balaustra di una scala esterna. Nannetti, durante le due ore d’aria concesse ogni giorno, impugnava la fibbia metallica del cinturino del suo panciotto e, con pazienza ossessiva, incideva sull’intonaco ruvido lettere maiuscole, figure, simboli geometrici, frasi interminabili spesso prive di spazi. Ogni “pagina” cominciava con un riquadro tracciato sul muro, che egli riempiva fittamente di testo e disegni, proseguendo il racconto di giorno in giorno, con il sole o con la pioggia, senza lasciarsi fermare né dalle intemperie né dalla fatica.
Dentro quel flusso apparentemente delirante, la vita reale e la fantascienza privata si intrecciano: da un lato, astronavi, battaglie cosmiche, poteri telepatici, messaggi ricevuti da entità extraterrestri; dall’altro, annotazioni sulla mortalità nel reparto, riflessioni amarissime sull’odio e sulla mancanza d’amore come cause di morte, ossessioni per la solitudine, assenza di famiglia, bisogno disperato di essere ricordato. Nannetti, che in tutti gli anni di Volterra non ricevette visite di parenti, riempì anche centinaia di pagine di lettere e cartoline indirizzate a parenti immaginari, spiriti, personaggi storici, come se cercasse di colmare con la fantasia un vuoto affettivo impossibile da sopportare.
Solo dopo la chiusura del manicomio, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, grazie soprattutto alla tenacia dell’infermiere Aldo Trafeli, amico e osservatore paziente di NOF4, questo straordinario “diario di pietra” cominciò a essere fotografato, trascritto, studiato. Nel 1985 fu pubblicato il volume “N.O.F.4 – Il Libro della Vita”; nel 1986 Antonio Tabucchi dedicò a Nannetti un famoso articolo; negli anni successivi, mostre, documentari e studi critici collocarono definitivamente la sua opera nel contesto dell’Art Brut internazionale. Nel frattempo, Nannetti viveva ancora a Volterra, semplice ex-internato che aveva passato quasi tutta la sua esistenza alle spalle di un muro, trasformandolo in un monumento alla propria esistenza.

Quando morì, il 24 novembre 1994, aveva 67 anni. Non aveva mai lasciato davvero il mondo dell’istituzione, ma la sua biografia – fatta di abbandono, internamento e resistenza creativa – era già passata, quasi silenziosamente, nella storia dell’arte e della psichiatria. Oggi il suo nome è legato indissolubilmente a quel “libro di pietra” che sopravvive in frammenti musealizzati e in fotografie: l’ultima, potentissima traccia di un uomo che, privato di tutto, riuscì comunque a incidere il proprio passaggio nel tempo.

Altri articoli
Ghigo Masino
Ghigo Masino

Attore fiorentino, ebbe un controverso passato nella Banda Carità ma divenne noto come comico nel teatro e nel cinema toscano.

Eugenio Agneni, pittore
Eugenio Agneni, pittore

Era un noto pittore romano e amico di Mazzini, celebrato per le sue opere sacre e la difesa di Roma, con il suo capolavoro a Torino.

Simone Martini, pittore
Simone Martini, pittore

Maestro della scuola senese nel Trecento, fu influenzato da Duccio ma sviluppò una sua intensa originalità nell'uso del colore e delle linee.

Angiolo Vannetti
Angiolo Vannetti

Scultore italiano del XX secolo, noto per opere in Italia e all'estero, tra cui Cuba e Libia. Le sue creazioni sono esposte in musei e piazze.