Nella seconda metà dell'Ottocento, una commissione incaricata di esaminare le condizioni igieniche del Mercato Vecchio di Firenze propose di trasferire i venditori di frutta e verdura in sei piazze vicine. Altri commercianti avrebbero dovuto rinunciare ai banchi esterni, mentre alcune attività di preparazione alimentare dovevano essere allontanate o ricondotte all'interno delle botteghe. Erano provvedimenti pensati per affrontare problemi quotidiani di affollamento, pulizia e conservazione delle merci, ma riguardavano uno spazio commerciale che occupava da secoli una parte importante del centro cittadino.
Quando Firenze era capitale del Regno d'Italia, tra il 1865 e il 1871, il mercato costituiva ancora uno dei principali luoghi di approvvigionamento alimentare. Le sue attività si distribuivano tra piazze, vicoli e botteghe, in un ambiente dove il commercio si intrecciava con la vita degli abitanti. La necessità di migliorare le condizioni sanitarie contribuì ad avviare una riorganizzazione che, negli anni successivi, avrebbe accompagnato una trasformazione urbanistica ben più estesa: la scomparsa dell'antico quartiere e la nascita dell'attuale piazza della Repubblica.
Il mercato si trovava nell'area occupata in epoca romana dal Foro di Florentia, all'incrocio delle principali direttrici della città antica. La funzione commerciale di questa zona si era mantenuta nei secoli, adattandosi alla crescita medievale e alle successive trasformazioni urbane.
Il nome Mercato Vecchio lo distingueva dal Mercato Nuovo, costruito nel Cinquecento e oggi identificato soprattutto con la Loggia del Porcellino. Il primo era destinato principalmente al commercio alimentare e comprendeva una rete di banchi, botteghe e spazi di vendita distribuiti anche nelle strade circostanti.
Tra gli elementi architettonici più riconoscibili figuravano la Colonna dell'Abbondanza, che ricordava l'antico centro cittadino, e la Loggia del Pesce, progettata da Giorgio Vasari nel Cinquecento. Quest'ultima offriva uno spazio coperto per il commercio ittico, inserendosi in un ambiente dove edifici di epoche differenti convivevano con le strutture utilizzate quotidianamente dai venditori.
Nelle immediate vicinanze si estendeva il Ghetto ebraico, istituito nel 1571 per volontà di Cosimo I de' Medici. Si trattava di una realtà distinta dal mercato, con proprie abitazioni, attività e luoghi di culto, ma inserita nello stesso tessuto di strade e costruzioni che sarebbe stato coinvolto nel risanamento ottocentesco.
Una testimonianza particolarmente utile per ricostruire le attività presenti è la Relazione della commissione costituita dalla Prefettura e dal Municipio di Firenze, incaricata di studiare i miglioramenti igienici necessari nel principale mercato cittadino.
Il documento non descrive il mercato attraverso un semplice inventario delle merci. Esamina soprattutto i mestieri, gli spazi occupati e le condizioni nelle quali si svolgeva la vendita, permettendo di comprendere concretamente l'organizzazione del commercio alimentare.
Tra gli operatori menzionati figurano venditori di erbaggi, ortaggi e frutta, pollaioli, frattagliai, pescivendoli e testicciolai. Questi ultimi erano commercianti di teste e altre parti animali, appartenenti a un settore della vendita alimentare oggi meno immediatamente riconoscibile. La varietà delle categorie mostra quanto fossero differenziate le attività legate al rifornimento quotidiano della popolazione.
La distribuzione degli spazi non era uniforme. Alcuni commercianti disponevano di una bottega e utilizzavano anche banchi collocati all'esterno per esporre i prodotti. Altri vendevano direttamente sul suolo pubblico, occupando porzioni delle piazze e delle strade. Questa organizzazione consentiva di ampliare le superfici destinate al commercio, ma restringeva i passaggi e rendeva più complicate le operazioni di pulizia.
Accanto alla vendita di prodotti freschi operavano cuocitori e friggitori, impegnati nella preparazione di alimenti destinati al consumo. La loro presenza conferma che il Mercato Vecchio non serviva esclusivamente per acquistare ingredienti da cucinare nelle abitazioni: una parte dell'attività commerciale riguardava anche cibi già preparati.
La commissione valutò la possibilità di allontanare questi operatori oppure di obbligarli a svolgere le lavorazioni all'interno delle botteghe. Le preoccupazioni riguardavano le modalità di preparazione e l'occupazione degli spazi comuni. La relazione, tuttavia, non permette di stabilire quali fossero esattamente i piatti venduti. Collegare automaticamente quei mestieri a particolari specialità fiorentine significherebbe attribuire alla fonte informazioni che non contiene.
L'intervento delle autorità maturò in un periodo nel quale la minaccia del colera rendeva particolarmente urgente il controllo sanitario dei luoghi frequentati dalla popolazione. Il principale mercato alimentare cittadino presentava problemi che non dipendevano soltanto dalla quantità dei venditori, ma anche dalle caratteristiche dell'ambiente urbano nel quale lavoravano.
Le ispezioni evidenziarono l'insufficienza degli spazi, le difficoltà di aerazione e illuminazione e la carenza di condizioni adeguate per l'approvvigionamento idrico. Il selciato presentava irregolarità, mentre la rete fognaria richiedeva interventi. L'affollamento di persone, merci e attrezzature ostacolava inoltre la rimozione dei rifiuti e la pulizia delle superfici.
Le preoccupazioni erano particolarmente elevate per gli alimenti di origine animale. Carne, pesce e pollame richiedevano condizioni di conservazione e vendita che il mercato non sempre poteva garantire. La commissione esaminò quindi l'ipotesi di separare alcune attività e trasferirle in luoghi più idonei.
La soluzione, apparentemente semplice, incontrava però difficoltà pratiche. Le piazze individuabili nelle vicinanze non disponevano necessariamente di acqua, fognature, pavimentazioni e strutture adeguate. Spostare i venditori senza preparare gli spazi destinati ad accoglierli avrebbe potuto riprodurre altrove gli stessi inconvenienti.
Le autorità dovevano quindi intervenire sull'organizzazione delle vendite senza compromettere l'approvvigionamento cittadino. Una parte delle proposte riguardò proprio la distribuzione dei commercianti nelle piazze circostanti.
La commissione propose di liberare il Mercato Vecchio dai banchi esterni utilizzati dai venditori di erbaggi, ortaggi e frutta, individuando sei possibili destinazioni: piazza dell'Olio, piazza degli Agli, piazza della Fraternità, piazza degli Amieri, piazza degli Strozzi e piazza Sant'Andrea.
La scelta di questi spazi rispondeva alla necessità di distribuire una parte del commercio alimentare senza allontanarlo eccessivamente dal centro. Ridurre il numero delle strutture presenti nella piazza principale avrebbe migliorato la circolazione delle persone e consentito interventi più regolari di nettezza urbana.
Per le altre categorie commerciali vennero prese in considerazione limitazioni all'uso dei banchi esterni, insieme alla possibilità di prolungare il servizio di spazzatura dopo la chiusura delle vendite. Le misure erano rivolte soprattutto a rendere più accessibili le superfici da pulire e a impedire che le attività lavorative occupassero indiscriminatamente gli spazi pubblici.
Occorre tuttavia distinguere le indicazioni contenute nella relazione dai provvedimenti effettivamente adottati. Il documento registra le valutazioni e le proposte della commissione, ma non dimostra, da solo, che tutti i trasferimenti siano stati eseguiti secondo il programma indicato.
La riorganizzazione del commercio alimentare trovò una risposta più ampia nella costruzione di nuovi mercati, progettati per concentrare le vendite in strutture dotate di spazi appositi.
Nel 1873 entrò in funzione il mercato di Sant'Ambrogio, mentre il 1° maggio 1874 venne inaugurato il Mercato Centrale di San Lorenzo, progettato dall'architetto Giuseppe Mengoni. Le nuove strutture rappresentavano un cambiamento importante rispetto al sistema di banchi e botteghe distribuiti nelle strade del centro.
Il Mercato Centrale utilizzava ferro, ghisa e vetro, materiali che permettevano di realizzare un grande edificio coperto, con ambienti più ampi e luminosi. L'organizzazione interna favoriva una distribuzione più ordinata delle attività e offriva condizioni migliori per la circolazione dei compratori e per la gestione degli spazi commerciali.
L'apertura dei nuovi mercati contribuì a ridurre la necessità di mantenere tutte le attività alimentari nella vecchia piazza. Si crearono così le condizioni per intervenire su alcune costruzioni che ne occupavano il perimetro.
Tra la fine del 1874 e l'inizio del 1875 furono demolite le antiche beccherie e la cosiddetta Corona di Piazza, un insieme di piccole botteghe e costruzioni commerciali che circondavano l'edificio del mercato, occupando gran parte dello spazio centrale. La loro eliminazione modificò l'aspetto del Mercato Vecchio, ma non comportò ancora la completa distruzione del quartiere.
Il trasferimento delle attività alimentari e il successivo risanamento urbanistico furono infatti due processi collegati, ma distinti. Il primo rispondeva soprattutto all'esigenza di organizzare diversamente il commercio; il secondo avrebbe investito abitazioni, strade, edifici storici e l'intera configurazione del centro.
Negli anni successivi, l'amministrazione cittadina elaborò un progetto di trasformazione che andava molto oltre la sistemazione della vecchia piazza del mercato. Le motivazioni igieniche si intrecciavano con una diversa concezione della città moderna, fondata su strade più ampie, nuovi edifici e spazi pubblici rappresentativi.
Nel 1885, dopo l'avvio delle procedure di esproprio, venne sgomberato il Ghetto ebraico. Dal 1888 le demolizioni interessarono progressivamente altre parti del quartiere, facendo scomparire abitazioni, botteghe, vicoli e testimonianze architettoniche di epoche differenti.
L'intervento ebbe conseguenze dirette per le persone che vivevano e lavoravano nella zona. Gli espropri e gli sgomberi comportarono il trasferimento di residenti e attività economiche, modificando rapporti di vicinato e consuetudini commerciali consolidati nel tempo.
La trasformazione cancellò anche numerosi elementi dell'antico impianto urbano. Gli isolati irregolari e la fitta rete di strade furono sostituiti da un nuovo assetto, organizzato intorno a una piazza più grande e regolare, affiancata da edifici monumentali e portici.
Il nuovo spazio venne intitolato a Vittorio Emanuele II e soltanto in seguito assunse il nome di piazza della Repubblica. Nel 1895, sull'arcone che caratterizza uno dei suoi accessi, fu collocata l'iscrizione celebrativa che presentava il risanamento come la rinascita dell'antico centro cittadino.
«L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ DA SECOLARE SQUALLORE A VITA NUOVA RESTITUITO»
L'iscrizione fu composta dallo storico e letterato Isidoro Del Lungo per celebrare il risanamento urbanistico del centro di Firenze.
Quella formula esprimeva il punto di vista dei promotori dell'intervento. Per essi la demolizione aveva liberato Firenze da condizioni urbane considerate inadeguate e le aveva restituito una piazza conforme alle esigenze della modernità. La perdita di edifici storici e lo sconvolgimento della vita del quartiere rappresentavano, però, l'altra conseguenza della stessa operazione.
L'attuale piazza della Repubblica occupa una parte significativa dell'area nella quale si svolgeva il commercio del Mercato Vecchio. La trasformazione ottocentesca ne ha modificato profondamente l'aspetto, tanto che la disposizione originaria delle strade e degli edifici non è più riconoscibile attraverso una semplice osservazione della piazza.
La Colonna dell'Abbondanza costituisce uno dei principali riferimenti alla precedente organizzazione dello spazio. La Loggia del Pesce, invece, fu smontata durante le trasformazioni del quartiere e successivamente ricostruita in piazza dei Ciompi, dove rappresenta una testimonianza materiale delle architetture scomparse.
La conoscenza del vecchio mercato dipende oggi soprattutto dalla documentazione conservata negli archivi. Fotografie precedenti alle demolizioni, disegni, rilievi, documenti amministrativi e atti di esproprio permettono di ricostruire gli edifici e le attività che occupavano la zona. Le relazioni sanitarie aggiungono a queste testimonianze un aspetto diverso, perché restituiscono informazioni sui mestieri, sull'uso degli spazi e sui problemi della vita quotidiana.
Anche i mercati di San Lorenzo e Sant'Ambrogio conservano un legame diretto con quella stagione di cambiamenti. La loro costruzione rispondeva alla necessità di riorganizzare il commercio alimentare, prima che il risanamento modificasse radicalmente il luogo nel quale esso si era concentrato per secoli.
Il Mercato Vecchio non fu dunque cancellato da un unico provvedimento. La sua scomparsa derivò da una serie di interventi che iniziarono con la regolamentazione delle vendite e proseguirono con il trasferimento delle attività, gli espropri e le demolizioni. Comprendere questa successione permette di leggere piazza della Repubblica non soltanto come il risultato di una scelta architettonica, ma come il luogo nel quale Firenze sacrificò una parte del proprio tessuto abitativo e commerciale per costruire un nuovo centro cittadino.
Bibliografia essenziale
Prefettura e Municipio di Firenze, Relazione della commissione costituita dalla Prefettura e dal Municipio di Firenze per studiare e proporre i miglioramenti richiesti per ragione igienica sul mercato principale della città, Firenze, Barbera, 1867.
Carocci, Guido, Il Mercato Vecchio di Firenze. Ricordi e curiosità di storia e d'arte, Firenze, Tipografia della Pia Casa di Patronato, 1884.
Orefice, Gabriella, Rilievi e memorie dell'antico centro di Firenze, 1885-1895, Firenze, Alinea, 1986.
Sframeli, Maria, Firenze 1892-1895. Immagini dell'antico centro scomparso, Firenze, Pagliai Polistampa, 2007.
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