Arti umane verso il Divino

Il Campanile di Giotto: le Arti umane come scala verso il Divino
Il Campanile di Giotto, innalzato accanto alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore tra il 1334 e il 1359, non è soltanto uno dei vertici dell’architettura gotica italiana, ma costituisce un vero racconto scolpito in pietra del rapporto fra l’uomo, il creato e Dio. Il Campanile fu concepita da Giotto e dai suoi successori – Andrea Pisano e Francesco Talenti – come un percorso simbolico e verticale: alla base si narra l’operosità umana sulla terra, mentre sulla sommità si innalzano le figure profetiche rivolte al cielo. L’esterno del Campanile è infatti ornato nei primi livelli da ben 54 rilievi marmorei, disposti su due registri sovrapposti, ciascuno caratterizzato da un preciso tema iconografico. Le formelle esagonali del registro inferiore (in origine 26 pannelli) illustrano la Creazione dell’uomo e della donna e una serie di scene dedicate alle prime attività dell’umanità: sono rappresentati i mestieri e le invenzioni che hanno avviato la civiltà. Ad esempio, vi si trovano Adamo ed Eva raffigurati nell’atto di lavorare – Adamo che zappa la terra, Eva che fila al fuso – simboli rispettivamente del lavoro agricolo e di quello domestico originario.
Accanto a loro compaiono figure leggendarie della Genesi, considerate gli inventori delle arti: Jabal, il primo pastore; Jubal, inventore della musica; Tubalcain, padre della metallurgia; e Noè nell’atto di piantare la vigna, con la scena della sua ebbrezza, a indicare l’inizio della viticoltura. Ciascuno di questi personaggi biblici rappresentava, per i cittadini medievali, l’origine di un’arte o di una tecnica fondamentale per la società. Le formelle, con le loro figure semplici ma eloquenti, trasmettevano un messaggio chiaro: il lavoro umano è partecipazione all’opera di Dio.
Secondo la tradizione medievale, Dio stesso è il supremo “artefice” che crea l’universo, e l’uomo, fatto a Sua immagine e somiglianza, lo imita con il proprio ingegno e le proprie attività. Sopra questi rilievi, nel secondo registro, corre una serie di 28 formelle a losanga smaltate in azzurro, che illustrano le forze superiori che, secondo la visione del Trecento, guidano e influenzano la vita umana. Queste raffigurazioni comprendono le personificazioni dei sette Pianeti (in epoca medievale si consideravano pianeti anche Sole e Luna), delle sette Virtù cristiane, delle sette Arti liberali e dei sette Sacramenti. In questo modo, sopra i mestieri terreni si dispongono le virtù morali e le conoscenze intellettuali, sostenute dai sacramenti della Chiesa, il tutto sotto il governo degli astri celesti. L’intera iconografia riflette la concezione medievale di un cosmo ordinato, in cui ogni aspetto della vita dell’uomo – dal lavoro manuale al sapere, dalla pratica etica alla grazia divina – è collegato e armonizzato dal disegno di Dio.
Ad esempio, le formelle dei Pianeti presentano figure mitologiche – come Marte, Venere, Saturno – che venivano interpretate come forze create da Dio per influenzare i temperamenti e le attività degli uomini. Un osservatore trecentesco, magari istruito dai frati predicatori o dalla lettura di Dante, sapeva riconoscere in queste immagini un insegnamento: le stelle possono influire sul destino, ma l’uomo, sostenuto dalle virtù e dai sacramenti, può indirizzare le proprie arti al bene e salire idealmente verso la sapienza divina.
Infine, al livello superiore del Campanile, entro sedici nicchie, erano collocate statue di profeti biblici e di Sibille pagane. Queste figure, scolpite in parte nel Trecento da Andrea Pisano e in parte nel secolo successivo da artisti come Donatello, vegliavano silenziose dall’alto, simboleggiando il compimento della “scala” del sapere e della fede. Secondo molti studiosi, l’intero campanile narrava come l’uomo possa ascendere a Dio tramite il lavoro, le arti, l’esercizio delle virtù e i sacramenti, fino alla rivelazione finale rappresentata dai profeti ispirati da Dio.
Così, la torre campanaria si trasformava in un “pilastro della Sapienza” che unisce idealmente la terra al cielo: un messaggio percepito sia dall’élite colta fiorentina sia, in forma più semplice, dalla popolazione devota. Per i cittadini comuni del Trecento, le scene del Campanile erano comunque familiari nei loro elementi di base: riconoscevano le immagini della vita quotidiana (il pastore con le pecore, il fabbro all’incudine, Noè col vino) e figure della tradizione cristiana (Adamo ed Eva, le Virtù, ecc.). Firenze, città guidata dalle Arti (le corporazioni), vedeva così celebrati, sulle pareti del proprio Duomo, i mestieri e i saperi che costituivano la sua stessa identità.
Oggi queste sculture affascinano per la loro bellezza e la raffinatezza dei rilievi, ma il loro ricco programma iconografico rischia di restare oscuro al visitatore moderno. Senza spiegazioni adeguate, è difficile comprendere che una figura femminile con un calamaio rappresenta la Grammatica, o che un uomo barbuto con un leone ai piedi possa simboleggiare una virtù teologale. Anche le allegorie astrologiche, un tempo ritenute significative, sono ormai relegate al folclore. Eppure, se contestualizzate, queste formelle svelano un progetto educativo preciso: insegnare che ogni talento umano ha valore solo se orientato alla sapienza e a Dio.


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