Beppa La Fioraia.
Zelindino mio
Per tutti era Beppa, ma per l'anagrafe era Giuseppina Caciotti, maritata e poi vedova Mannucci, nata all'inizio del secolo, nel 1809. Aveva sempre abitato fuori Porta San Frediano, ma in vecchiaia, con un po' di risparmi, si fece una casa fuori Porta Romana. Lì morì a 82 anni, il 6 febbraio del 1891. Con lei finì si può dire l'Ottocento dei fiorentini...
A Firenze, nell'Ottocento, c'era una donna che poteva rivolgersi al re d'Italia con la stessa confidenza riservata a un vecchio amico. Gli offriva un mazzo di fiori, lo chiamava «Zelindino mio» e continuava tranquillamente il suo lavoro. Quella donna era Beppa la Fioraia, una delle figure popolari più conosciute della città, capace di farsi accogliere tanto negli ambienti aristocratici quanto fra la gente comune. Il suo nome compariva raramente nelle cronache dei grandi avvenimenti, ma chi raccontò la Firenze di quel secolo non dimenticò la sua presenza.
All'anagrafe si chiamava Giuseppina Caciotti, coniugata Mannucci e rimasta successivamente vedova. Era nata nei primi anni dell'Ottocento, probabilmente nel 1809, anche se alcune ricostruzioni indicano il 1808. Abitava a Monticelli, fuori Porta San Frediano, e per molti anni attraversò quotidianamente quella parte dell'Oltrarno per raggiungere le strade dove esercitava il suo mestiere. La riconoscevano dal grande cappello bianco di paglia, dallo scialle corto e dal paniere colmo di fiori. La sua eleganza era semplice, ma abbastanza caratteristica da renderla immediatamente riconoscibile anche in mezzo alla folla.
Una testimonianza particolarmente preziosa è quella di Giuseppe Conti, che nel volume Firenze vecchia, pubblicato nel 1899, ricorda un'abitudine della fioraia. Quando attraversava Porta San Frediano, Beppa regalava un fiore agli impiegati che incontrava, accompagnando il gesto con una raccomandazione: «Ecco, bambini, tenetene di conto». Conti racconta anche che, presso il ponte alla Carraia, esisteva un piccolo oratorio con un'immagine della Madonna, alla quale Beppa lasciava ogni giorno un mazzo di fiori. Non erano soltanto occasioni di vendita: il fiore diventava un saluto, un'offerta religiosa oppure un gesto di familiarità verso persone incontrate abitualmente.
Il marito lavorava come giardiniere nel Giardino di Boboli e questo legame le permetteva di accedere a Palazzo Pitti per consegnare i suoi fiori. Durante il governo granducale frequentò quindi ambienti che normalmente rimanevano lontani dalla vita quotidiana di una venditrice ambulante. Conti riferisce anche le maldicenze secondo cui Beppa avrebbe goduto di particolari simpatie da parte di Leopoldo II, ma le presenta chiaramente come pettegolezzi. Ciò che emerge dal suo racconto è piuttosto la familiarità della donna con le famiglie aristocratiche fiorentine. Beppa sapeva trattare con quelle persone senza assumere atteggiamenti servili e, nello stesso tempo, senza rinunciare alla propria spontaneità.
La sua attività si svolgeva soprattutto nei luoghi della vita pubblica. Si poteva incontrarla davanti ai teatri, nei pressi della stazione ferroviaria, lungo le strade del centro e all'esterno dei caffè frequentati dalla buona società. Tra questi spiccava il Caffè Doney, in via Tornabuoni, uno dei ritrovi più rinomati della Firenze ottocentesca. Qui i fiori accompagnavano passeggiate, conversazioni, appuntamenti e incontri mondani. Beppa non era l'unica fioraia della città, ma la sua notorietà era tale che, secondo le memorie dell'epoca, le altre venditrici non cercavano di contenderle il posto davanti al celebre locale.
Quella familiarità con le persone acquistò un significato particolare quando Firenze attraversò i grandi cambiamenti politici del secolo. Beppa aveva conosciuto la città dei Lorena, assistito alla fine del Granducato nel 1859 e visto arrivare funzionari, militari e uomini politici del nuovo Regno d'Italia. Dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871 Firenze fu capitale del Regno, con conseguenze profonde sulla vita cittadina. Alle antiche famiglie fiorentine si affiancarono ministri, deputati, impiegati provenienti da altre regioni e personaggi legati alla corte sabauda. Per una donna che viveva vendendo fiori nei luoghi più frequentati, ogni trasformazione significava anche incontrare volti nuovi, imparare altri nomi e confrontarsi con abitudini differenti.
Beppa attraversò questi cambiamenti continuando a trattare le persone con la stessa disinvoltura. Le cronache popolari la ricordano mentre offriva mazzolini ai granduchi, agli ufficiali, ai rappresentanti delle famiglie nobili e ai commercianti. La sua confidenza aveva anche una ragione molto concreta: lavorando per decenni negli stessi ambienti, aveva conosciuto diverse generazioni di fiorentini. Sapeva chi si era sposato, chi era morto, quali figli erano cresciuti e quali famiglie avevano cambiato fortuna. Quando si rivolgeva familiarmente a un giovane aristocratico, poteva aver conosciuto suo padre e venduto fiori ai suoi nonni. In una società dove il rango stabiliva rigorosamente molte forme di comportamento, quella conoscenza personale le consentiva una libertà di linguaggio piuttosto insolita.
L'episodio più famoso riguarda Vittorio Emanuele II. Il giornalista e memorialista fiorentino Ugo Pesci, nel ricordare la vita della città durante gli anni della capitale, racconta che Beppa continuava a chiamare tutti «Zelindino mio», compreso il sovrano, al quale offriva un mazzo di fiori in occasione dei suoi arrivi e delle sue partenze in ferrovia. Zelindino è un diminutivo affettuoso del nome Zelindo, ma non conosciamo con certezza l'origine di quell'espressione personale. La sua particolarità stava soprattutto nel fatto che Beppa non cambiava appellativo davanti a una persona importante. Il re riceveva lo stesso trattamento confidenziale riservato agli altri clienti, senza che quel modo di rivolgersi a lui venisse ricordato come un'offesa. L'aneddoto restituisce bene un tratto della sua personalità, ma anche il carattere informale di certi incontri nella Firenze dell'epoca.
Un'altra memoria cittadina aggiunge un particolare curioso agli incontri con Vittorio Emanuele. Durante le passeggiate del sovrano nei pressi di Palazzo Strozzi, Beppa, descritta come una donna di piccola statura, sarebbe salita sul muricciolo del palazzo per potergli sistemare un fiore all'occhiello. Si tratta di un aneddoto tramandato nelle rievocazioni della Firenze capitale, non di un episodio per il quale disponiamo di una documentazione diretta. È comunque significativo del modo in cui la memoria popolare ha conservato l'immagine della fioraia: una donna che poteva avvicinare il sovrano senza abbandonare i gesti semplici del proprio mestiere.
Con l'avanzare degli anni, anche Beppa cambiò. Ugo Pesci la ricorda ormai anziana, quando aveva perduto buona parte dell'esuberanza giovanile, pur conservando le espressioni affettuose che l'avevano resa famosa. Intanto la città continuava a trasformarsi. Firenze aveva cessato di essere capitale nel 1871 e gli interventi urbanistici stavano modificando profondamente strade, quartieri e consuetudini. I caffè, i teatri e i luoghi di ritrovo non erano più quelli della sua giovinezza, mentre molte persone che aveva conosciuto erano scomparse. Beppa continuava però a rappresentare un collegamento concreto con la Firenze granducale, della quale conservava rapporti personali e ricordi.
Negli ultimi anni riuscì a mettere da parte abbastanza denaro per avere una casa fuori Porta Romana. Qui morì il 6 febbraio 1891, all'età di circa ottantadue anni. La sua lunga esistenza aveva accompagnato il passaggio da uno Stato granducale all'Italia unita e aveva attraversato un periodo di trasformazioni che modificarono radicalmente Firenze. Di quelle vicende Beppa non fu protagonista politica, né lasciò libri o memorie personali. La sua notorietà nacque esclusivamente dalla presenza quotidiana nelle strade e dai rapporti costruiti attraverso il proprio lavoro.
Il suo nome, tuttavia, non scomparve con lei. Nell'Oltrarno fiorentino sopravvive anche nell'insegna di un ristorante di via dell'Erta Canina, che richiama esplicitamente la figura di Giuseppina Caciotti. È una forma di memoria diversa da quella riservata ai personaggi celebrati nei monumenti, ma perfettamente coerente con la sua storia. Beppa aveva raggiunto una notorietà straordinaria attraverso qualcosa di ordinario: vendere fiori, riconoscere le persone e chiamarle per nome. A distanza di oltre un secolo, quel curioso «Zelindino mio» conserva il ricordo di una Firenze nella quale persino un re poteva essere salutato con la confidenza di un vecchio conoscente.
Al termine delle mura e della spalletta - scriveva Giuseppe Conti - del ponte esisteva un chiesino, nel quale si diceva messa tutte le feste. Sopra il piccolo altare eravi una Madonna, per devozione alla quale, la bellissima e famosa Beppa, fioraia, che nata nei primi anni del secolo visse fin dopo il 1870, vi lasciava ogni giorno un mazzo di fiori. Costei abitava a Monticelli; e quando la mattina passava dalla Porta San Frediano; regalava un fiore a tutti gli impiegati, dicendo col suo sorriso bonario, non essendo punto orgogliosa della sua bellezza: "Ecco, bambini, tenetene di conto". Essa era nota per la semplicità elegante del suo vestire, che contrastava col cappellone bianco di paglia e con lo sciallino corto che portava sempre.
La Beppa, che era moglie di un giardiniere di Boboli, aveva passo libero a'Pitti, dove andava a portare i fiori: e le linguaccie, che a Firenze direbbero male anche di Cristo, dicevano che fosse nelle grazie di Leopoldo II: è un fatto però che era la prediletta di tutta l'aristocrazia, ed ebbe sempre l'abilità di non far geloso nessuno!
Donatello aveva la particolare capacità di infondere umanità e introspezione psicologica alle opere.
Un precursore del teatro e del cabaret contemporaneo.
Maestro della scuola senese nel Trecento, fu influenzato da Duccio ma sviluppò una sua intensa originalità nell'uso del colore e delle linee.
Era un grande mercante di libri in epoca rinascimentale, influenzò tutte le biblioteche del tempo, tra cui quella Laurenziana e quella Vaticana.