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Schiavitù a Firenze

Schiavitù a Firenze nel XVII secolo

La libertà di culto concessa in Livorno agli Ebrei, a' Turchi, agli Armeni e agli Orientali in genere, oltreché agli Inglesi, agli Olandesi e agli altri protestanti, era, insieme con la franchigia del porto, una delle cause della prosperità di quell'emporio commerciale. Una curiosa prova della tolleranza che ivi si aveva per le diverse religioni si trova nel Voyage en Italie fatto nel 1671 dal giovine marchese di Seignelay figlio del potente ministro Colbert. Era stabilito in Livorno un tal Cheri-Bey, già « maestro » della dogana di Costantinopoli. Egli, da quel buon Turco che era, vi menava la vita di un gaudente, lontano dal suo paese, dove si era arricchito e suo fratello era stato strangolato per ordine del Gran Signore, che non amava fare a metà co' suoi sudditi. Cheri nel suo suntuoso palazzo di architettura orientale aveva trapiantato il suo harem, in cui gli appartamenti delle donne erano separati da quelli degli uomini. Nel 1671 Cheri ospitava il Seignelay, che ci ha lasciato memoria di quel Turco e di quelle ricchezze, delle quali il maomettano aveva istituito erede il Granduca.
Ma la tolleranza del governo e la mitezza dell'indole toscana, non valevano però a impedire certi delitti raccapriccianti, in cui l'uomo del volgo, la bestia umana, palesava tutta la sua brutale ferocia. Si legge nel Diario del Pastoso: « A di 14 marzo 1689. Nel fiume d'Arno, dalla porticciuola delle mulina, di sul Prato, fu trovato un cadavere d'uomo quasi tumefatto, che dissesi essere d'un Turco, quale a' giorni passati era stato tirato nel detto fiume da alcuni, che conducono gli schiavi per vendere. Essendo quello malato sopra d'un cavallo, e per non avere a pagare d'esso la gabella in dogana, prima che pervenissero alla porta, gli legarono i piedi con un sacco, ed al Pignone, fuori della porta San Frediano, lo scagliarono nell'acqua ». Ci è lecito dubitare per quel dissesi della veridicità di tale racconto; ma se correva tale voce ed essa era creduta, vuol dire, che fatti di questo genere dovevano accadere a que' tempi.

A ogni modo, dalle parole su riferite si ricava, che nella seconda metà del Seicento esistevano in Firenze degli schiavi; che vi erano persone, che ve li conducevano per venderli; e che, come in parecchie città medievali, vi si riscuoteva ancora un dazio su quella merce umana. Né il passo su citato è il solo documento, che ci rimanga sull'esistenza degli schiavi in Firenze nell'ultimo scorcio del secolo XVII. Sappiamo, al contrario, che una volta dal granduca fu fatto a Francesco Redi il singolare regalo di una schiava mora, e che come Innocenzo VITI nel 1488 ricevè in dono cento Mori da Ferdinando il Cattolico, cosi Cosimo III di Toscana ebbe nel 1687 centocinquanta Turchi dall'imperatore. Erano venuti in potere di Sua Maestà, con chi sa quanti altri, un anno innanzi, quando Budapest era stata rivolta alla Mezza Luna. Il cronista Ghiselli, che li « vide nel giugno al Porto Navile di Bologna.... legati a due a due », scrive che « eran gente tutta male in ordine e miserabile », e che doveva servire per le galere del granduca; e il poeta Fagiuoli nota nel suo diario che era « tutta bella gente e fiorita », e che ne erano morti due per strada, suppongo per lo strapazzo e per i mali trattamenti. Strappati per sempre alle loro famiglie, considerati quale proprietà di un signore cristiano aborrito, destinati come i servi di pena, a far da forza motrice delle galere, « fanno—scrive il Ricci — compassione anche oggi, a due secoli di distanza »! Quando una nave barbaresca, guasta e sdrucita dalla bufera, era gettata a terra, i naufraghi venivano con poca carità cristiana incatenati e poi venduti.

Tale sorte miseranda toccò nel 1677 ad alcuni Turchi a Viareggio. Il governo lucchese li mise all'incanto; e il console francese, certo Francesco Cotolendi, ne comprò dieci per L. 5786 di nostra moneta, « forse per le galere del re ». L'esistenza in Firenze di persone, che vi conducevano gli schiavi per venderli, di mercanti, cioè, di schiavi, il ricordato dono imperiale e il pubblico incanto lucchese, ci assicurano, che l'inumano uso di far servire i Turchi caduti in schiavitù come galeotti durò sino alla fine del Seicento e, credo, anche più tardi. Che poi quegli infelici fossero adoperati in Toscana, oltreché in quel pubblico servizio, negli umili uffici di servi domestici e di staffieri, a me non risulta da alcun documento. È poi probabile che non fossero del tutto scomparse le schiave nelle famiglie de' ricchi, tanto più che non trovo leggi che le proibissero. Un indizio dell'esistenza di schiave in Firenze a' tempi di cui mi occupo, mi sembra di ravvisare nel dono della Mora fatto al Fedi. Aveva lui solo in casa una schiava negra? Non credo. Ricordo, a proposito, il caso descritto con tanta eloquenza dal Segneri, di « quel cavaliere impenitente, che volle morire tra le braccia della serva moresca »; e le peripezie e gli amori di quella schiava turca, che fu in Bologna al servizio della strana dama di origine inglese Cristina di Nortumbria.

La schiavitù domestica adunque — sia pure per eccezione — esisteva ancora nel declinante Seicento; e ciò voglio notare, perché comunemente si ritiene, che, floridissima nel Trecento, declinasse nel secolo seguente, andando poi scomparendo. Invece io ne ho trovato esempi nella seconda metà del Seicento, oltre a quello additato dallo Zanelli di una negra da Capoverde, di nome Francesca, « di anni 16 incirca fuggita (1618) di casa di Lacham venetiano Hebreo habitante in Pisa » e che diceva d' esser battezzata. È da credere che a' tempi del Filicaia come in quelli antichi del Pucci, le schiave, che non di rado erano bruttine, dessero tuttavia « scacco matto alle padrone », essendo molte le attrattive di un frutto esotico; e che le mamme del Seicento temessero de' vezzi — o se vogliamo de' filtri! — delle Turche, come l'Alessandra Macinghi negli Strozzi era stata in pensiero per Filippo suo, invaghito non so se di una Tartara o di una Rossa. Di una Russa, crederei, perché le schiave di quel paese erano, secondo la Strozzi, « più gentili di compressione e più belle ». Ma lasciamo da parte « le schiavette amorose...., fresche e gioiose più che fior di spina », che in antico erano state nelle case fiorentine serve, balie, bambinaie ed altro, e sempre poi cose e non mai persone, comprate, vendute, prestate, date in cambio e perfino in pegno; e occupiamoci un po' di un' altra specie di donne, che non è ancora scomparsa, e che non potrà mai venir meno.... Il lettore ha capito....: esse però, come gli Ebrei, formavano nel granducato e negli altri Stati italiani una classe a sé, distinta anch'essa con un segno, e sottoposta a leggi speciali ; ma simili nelle diverse città della penisola.
Que' provvedimenti che erano intesi a tutelare il buon costume, erano inefficaci e tali da rendere sempre più abietta e infame la condizione di tante traviate, che sogliono essere anche oggi più sventurate che colpevoli.Esse erano, si direbbe, uguagliate a' cani, perché si seppellivano — almeno in Firenze — lungo le mura, « in sui bastioni », allo stesso modo degli Ebrei e delle streghe.La religione era pietosa con le donne perdute, se, pentendosi — come la peccatrice menzionata da San Luca — de' passati errori, chiudevano la loro sfiorita giovinezza in un monastero delle Convertite.
Gaetano Umbert, La Vita Fiorentina del Seicento, FI, R. Bemporad e Figlio, 1906
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Il mercato degli schiavi (Gustave Boulanger)

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