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Grazie e miracoli al Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso

Grazie e miracoli.
Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso

Nella Bolla, colla quale Giulio II aggrega l’Oratorio del Sasso al convento della SS. Annunziata, è detto tra le altre cose : — Propter miracula quce inibi intercessione Beatae Mariae Virginis operatur Altissimus, quoddam Oratorium incceptum existit, ad quod oh hujusmodi miracula confluit multitudo fidelium, pias in eodem Oratorio eìecmosinas, et oblationes off erentium... — Delle quali parole avremmo una conferma più luminosa, se di molte grazie e miracoli non fosse perita affatto la memoria. Nell’agosto del 1542, a far cessare i terremoti, che desolavano Firenze e i suoi dintorni, ma sopratutto il Mugello, fu portata processionalmente nella nostra città l’Immagine della Madonna del Sasso, movendo ad incontrarla presso la porta a S. Gallo i Padri Serviti; e dopo aver fatto il giro del Duomo e di altre chiese, fu esposta alla pubblica venerazione sulla piazza dell’ Annunziata. 
Molte elemosine, furono offerte, dalle quali detratta la spesa della festa, avanzarono 350 lire toscane, oltre i seguenti doni:
6 tovaglie, 4 ammitti, 4 cortine, 4 veli da calice, 12 purificatoi, 9 fazzoletti, 3 mantellini, 4 corporali, una borsa ricamata d’ oro, un fiore in una guastada, lavorato di seta, che donarono le monache delle Murate, 8 fiori di seta, una ghirlanda di fiori di seta con tre colombine, un aspersorio e due lampade nuove. I tintori portarono 14 ceri grossi, 4 mezzani e molta cera minuta; i facchini un mantelìino di broccatello coll'arme di S. A. R.


Gli ex voto Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso


Accadde dunque in quella occasione, come racconta il Giani, che un tale, a vedere il tabernacolo passare per il Duomo, dicesse: Che importa dare incomodo a tanta gente, spender tanto denaro, e perder tanto tempo intorno ad un'immagine adorata da quattro guardiani di pecore? E subito fu ucciso da un fulmine.
Nel giorno della SS. Trinità dell’anno 1568, vennero a visitare questa santa Immagine la compagnia della SS. Trinità di Firenze ed altre compagnie del contado.
Dopo avere assistito ai divini uffizi, alcuni di quella gente pretesero rallegrarsi con danze e balli sul prato della chiesa. Turbossi il tempo, nè per questo smisero di ballare, ma proseguirono il loro divertimento sotto l’arco grande, avanti la chiesa, poiché non erano ancora fabbricate le logge; quando improvvisamente cadde un fulmine sul detto arco, uccise uno di quelli che ballavano, e restarono storpiati sette per la rovina di una parte dell’arco. Così la SS. Vergine mostrò che le sue feste non devono essere profanate.
Filippo Patriarchi di Fiesole avendo un artritide nelle mani e nei piedi in modo che non poteva fare un passo senza le grucce, fattosi condurre a visitare la Madonna del Sasso il giorno di S. Matteo dell’ anno 1606, e fatta quivi orazione, tornò a casa libero e sano. Nel 1609 Lorenzo Navarri di Farneto, essendo attratto in tutte le membra e patendo grandissimi dolori, fatto voto di andare a visitare la Madonna del Sasso, e fattovisi condurre, dopo aver pregato davanti alla S. Immagine, tornò a casa perfettamente guarito.
Nello stesso anno 1609, certi Stefano e Alessandra sua moglie, giardinieri dei Pitti, abbandonati dai medici in una loro incurabile malattia, fecero voto di andare alla Madonna del Sasso, ed offerirle un dono; e appena fatto un tal voto, restarono perfettamente guariti. Non ebbe però la stessa sorte una loro figlia, ancor giovinetta, che sebbene molestata da leggerissimo male, deridendo i suoi genitori per il voto di andare al Sasso, e negando di andarvi, cessò di vivere.
Un’altra donna, l’anno 1618, abbandonata dai medici nella sua irrimediabile infermità, fatto ricorso a questa santa Immagine, riacquistò la salute, e ne appese il voto.
Filippo Franceschi di Santa Brigida tornando da Firenze con due suoi compagni, nell’oscurità della notte non potea vedere i fossi che erano ridondanti d’acqua per la moltissima pioggia caduta. I due compagni un dopo l’altro perirono nei fossi medesimi; e credendo Filippo che questi fossero avanti a lui, tentò di passare col suo cavallo; ma questo portato dall’impeto dell’acqua, cadde sotto un pignone, traendo sotto disè nell’acqua lo stesso Filippo. Nell’evidente pericolo di restare affogato, invocata la Madonna del Sasso, si trovò fuori dell’acqua attaccato alla briglia del cavallo, e fu tolto così dal grave pericolo. Laonde confessò pubblicamente che la Madonna lo avea liberato; e in contrassegno del ricevuto prodigio appese una tavoletta all’altare di Lei.
Giuseppe Carcassi, muratore di S. Martino all’Opaco, nel 1710, cadde giù da una fabbrica, ed ebbe addosso una trave, e mentre nel cadere diceva: Madonna del Sasso aiutatemi, restò libero ed illeso. Si vede questo fatto espresso in una tavola appesa all’altare.
Maria Maddalena d’Antonio Seravalli di S. Martino, per una lunga infermità restò impedita nelle gambe, cosicché non poteva andare senza le grucce. Fattasi portare alla Madonna del Sasso, tornò a casa senza grucce, e disse che la Santissima Vergine 1’avea liberata.
Ciò seguì nell’ anno 1720. Parimente nell’anno 1720 a Bartolommeo del Rocca di Santa Brigida, mentre sparava un archibugio, scoppiò la canna di modo tale che dovea rimanere ucciso, o per lo meno storpiato, ma restò totalmente illeso.
Egli affermò di aver ricevuta questa grazia, perchè ogni giorno era solito di recitare una certa breve orazione alla Vergine del Sasso, e in memoria della grazia portò al suo altare una tavoletta con i pezzi dell’archibugio.

Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso

Francesco Terzani del popolo di S. Martino all’ Opaco, l’anno 1755 cadde da un moro per la rottura di un ramo, e sebbene venisse a precipitar col capo sopra alcuni grossi sassi, non si fece alcun male, e ripetè la grazia dalla Santissima Vergine, al cui altare appese una tavoletta che rappresentava questo fatto. Nell’ anno 1764, Domenico Bonaiuti appese un voto in questa chiesa, consistente in una tavoletta nella quale si esprime una grazia ricevuta dalla Vergine col non aver permesso che gli perissero due muli caduti nel fossato sotto la detta chiesa, e precisamente in un luogo dove, per tutti gli umani sforzi, non era possibile impedire il precipizio.
Nell’anno stesso un povero, per nome Pasquale, sonando in occasione di festa le campane per divozione, come suol farsi in simili casi, restò colpito nel capo da un sasso di sette libbre caduto dalla cima del campanile, e non ne riportò che pochissima offesa, dalla quale in breve tempo restò libero.
La mattina del 16 maggio 1804, verso le ore 9, giunse all’Oratorio del Sasso per eseguire la sacra visita pastorale in questa parte della sua diocesi, mons. Ranieri Mancini Vescovo di Eiesole, accompagnato dai sacerdoti canonico Francesco Fracassini visitatore, Giuseppe Mariani segretario, Romolo Boni pievano di S. Martino all’Opaco, dalle persone di servizio, e dal senatore Giovan Batista Guadagni, uno degli Operai dell’ Oratorio, tutti a cavallo, dalla villa Guadagni del Poggiolo dove avevano pernottato.
Incominciata da monsignor Vescovo la sacra visita in chiesa con le debite formalità, assistito dai suddetti sacerdoti e da altri, cioè Luca Del Soldato, custode dell’Oratorio, Francesco Pieracci, priore di Santa Brigida, e Verecondo Baglioni, cappellano curato della pieve all’Opaco; undici contadini, che aveano seguita la comitiva per essere addetti alle respettive cavalcature, si posero a tavola per far colazione in una stanza terrena dell’abitazione del custode contigua alla cucina, la quale suol servire a tal uso quando vi è ancora un maggior numero di commensali, come appunto era stato fatto nella domenica antecedente.
La detta stanza è lunga quasi sei metri e larga quattro, pavimentata di lastroni di pietra. Sotto di essa rimaneva un sotterraneo privo affatto di aria ed inservibile, lungo quattro metri e mezzo e largo tre metri in circa, essendo terrapienato il restante della detta stanza.
Nel mezzo della stanza eravi la tavola di castagno, dove stavano a far colazione i suddetti contadini, larga più di un mezzo metro e lunga tre e mezzo circa, con due panche simili; ed accosto al muro, da quella parte dove sotto non era terrapieno, stava una madiella parimente di castagno con due sportelli a credenza larga più d’un mezzo metro, lunga e alta più d’un metro.
Quasi un quarto d’ora dopo che si eran posti a mangiare tranquillamente, sentirono uno sgrigliolìo di legname nel pavimento, il quale cedendo nel mezzo, rovinò totalmente da tre parti, per essersi troncata un braccio e mezzo distante dal muro la sola trave che lo reggeva. Si trovaron tutti all’ istante precipitati malamente nel sotterraneo, con addosso la tavola, le panche, la madia, i lastroni, e dei calcinacci, da far creder sicuramente che tutti fossero rimasti soffocati, e percossi a morte.
Lo strepito orribile della rovina, e le strida dei subissati, che raccomandandosi a Maria Santissima chiedevano soccorso, spaventarono, e richiamarono le persone che erano nella contigua cucina, le quali accorse, nulla poterono scorgere per la gran polvere sollevatasi; ma questa alquanto dileguata, videro col più alto stupore il successo, e tutti i caduti alzarsi con una facilità prodigiosa di sotto le rovine senza essersi fatti alcun male.
Fino in chiesa si sentì il rumore di tale rovina, in guisa che ne furono alquanto disturbate le sacre funzioni; terminate le quali, monsig. Vescovo, il Guadagni e tutti gli altri si portarono sul luogo, e restarono sommamente attoniti , e nel tempo stesso consolati in vedere felicemente estratti sani e liberi da quelle macerie, mediante l’intercessione di Maria Santissima, tutti quei contadini. Essi tosto confessarono concordemente che le pietre, i legnami, e quant’ altro cadde loro addosso, sembrava di carta, o di lana, tanto ogni cosa era leggera nel percuoterli, e flessibile nel cedere ai loro deboli sforzi per uscire da quella profondità, non minore di due metri.

In seguito, per maggior chiarezza del prodigioso successo, essendo stato ordinato da monsignor Vescovo a Luca del Soldato, custode dell’Oratorio, di esaminare sulle circostanze del fatto i suddetti contadini per riferire in iscritto il resultato di ciascuno, col respettivo nome e cognome, si venne nella chiara e sicura notizia di quanto appresso: Angiolo Collini della Pieve di Monteloro nello sprofondare fu colpito nel capo da una cantonata della madiella che gli sfondò il cappello senza offenderlo nella testa.
Gaspero Puliti di Monteloro riferì essergli caduto un gran lastrone di pietra sopra un braccio, che gli fece una piccola sgraffiatura senza cagionargli dolore. Giuseppé Signori di Monteloro, nel cadere, ebbe un lastrone sul capo, ed un altro sul braccio.
Lorenzo Pratesi di Monteloro cadde in piedi. Santi Bertini di Monteloro si trovò laggiù sotto la tavola, con dei lastroni intorno ai piedi, senza esserne offeso.
Angiolo Marini di Pagnolle, restato in parte sotto la tavola, vedendosi cadere addosso un gran lastrone, alzata la mano sinistra, potè con somma facilità farlo girare, e cadere a’ suoi piedi senza niuna lesione. Angiolo Guidotti della pieve di S. Martino all’Opaco restò gravemente colpito sul dorso dalla madiella, senza alcun suo danno. Antonio Terzani di S. Martino all’ Opaco restò in piedi nel sotterraneo, e gli cadde un grosso sasso sul piede sinistro, rimasto illeso. Pasquale Guidotti di Santa Brigida depose che precipitatagli addosso la madiella, lo colpì malamente ned collo e nella mano destra, senza soffrirne verun dolore.
Francesco Montini di Santa Brigida cadde col capo all’ingiù, battendo prima nel muro e poi nel profondo dall’altezza di un metro e mezzo, come se nulla fosse stato.
Giovanni Crescioli di Santa Brigida sprofondò supino, ebbe addosso la tavola e la madiella, che lo colpì nella fronte, e una pioggia di sassi, senza risentirne nulla.
Finalmente deposero i sopraddetti che nulla neppure soffersero in seguito per lo spavento, giacché dopo essersi tutti unitamente e con lieto animo portati in chiesa per ringraziare Maria Santissima insigne loro benefattrice, poterono dopo breve riposo continuare il loro viaggio sani e liberi.
Il tempestoso vento della notte del 2 dicembre 1806 precipitò una croce di legno ben grossa, alta tre metri e mezzo, distante circa dugento passi dal Santuario. Da chi presiedeva fu creduto bene doversi mettere in detto luogo una guglia di pietra con croce di ferro. Nel fossato detto Massetino, poco distante dalla Pieve all’Opaco, lontano più di un miglio e mezzo dal Santuario, fu scavata la pietra. Questa ridotta a guglia lunga più di tre metri e larga iu pianta un mezzo metro quadrato, nella mattina del 23 aprile 1807 fu caricata sopra un carro. In tutta la mattina vi manovrarono sedici persone, cio: Sabatino e Filippo Raveggi, maestro Gio. Batista Fassora, maestro Pietro Falcini, maestro Michele Benelli, maestro Francesco Manoelli e due suoi figli scalpellini, Giuseppe Casini, Gaspero Celli, Tommaso Gabbrielli, Stefano Masini, Angiolo Giannelli, Giuseppe Paoli, Tommaso Giannini e Àngiolo Parigi. Con tre paia di manzi, appena potè condursi fino alla terra detta di Massettino, distante circa un mezzo miglio dalla cava. Dopo il mezzogiorno ritornaron tutti al lavoro, ma non fu possibile condurla avanti. La strada che aveano già fatto era la migliore perchè selciata, quantunque tutta salita.

Il rimanente di strada, di più d'un miglio, che ancora restava, tutta montuosa e pessima, era cosa da scoraggiare.
Furono ordinate la mattina del 27 aprile le medesime 16 persone con due paia più di manzi e tre uomini, cioè Francesco Bardi, Francesco Balloni, Piero Sabatelli.
Francesco Manoelli, Angiolo Parigi, ed altri dissero : Raccomandiamoci a Maria Santissima che ci aiuti, altrimenti non vi si sale. Attaccate le cinque paia di manzi, e tutti messi in ordine, colla massima facilità fu trasportato quel carico attraverso campi e boschi. Giunti vicino alla strada del Roncaccia, detta la Croce delle Pianola, distante più di mezzo miglio del Santuario, una ruota del carro cominciò a salire sul balzo; quando Francesco Manoelli, capo scalpellino di Fiesole, accorso con stanga alla ruota, perchè non si rovesciasse il carro, restò col piede destro sotto la ruota di dietro, la quale gli girò sopra tutte le dita del piede. Sentì il Manoelli in quel momento un dolore grandissimo; ma fatti tre o quattro passi, parendogli di sentire al piede del molle, si cavò la scarpa e la calza, e vide che nulla avea sofferto, e si sentì cessare ancora ogni dolore.
Il medesimo poi confessò essere stata questa una grazia di Dio per l’intercessione di Maria SS.., poiché dal gran peso, giudicato di sei mila libbre, dovevano restare le dita del piede e la scarpa quasi affatto divise.
Maestro Pietro Falerni, Angiolo Parigi, e Tommaso Giannini videro il piede sotto la ruota, e gli altri videro bene l'impronta della ruota, lasciata sopra la scarpa. Potè il Manoelli seguitare il carro e il suo lavoro tutti i giorni.
Alle ore sette e tre quarti della mattina giunsero al posto e scaricarono la pietra, tutti maravigliati della facilità in una salita così ripida, e in una strada così cattiva e pericolosa. Arrivati al Santuario, sonarono le campane per dar gloria a Maria Santissima del fatto successo, e ringraziarla del felice trasporto.
L’anno 1824, il sacerdote Giuseppe Misuri, custode dell'Oratorio, appese un voto in quadretto per esser precipitato colla cavalcatura nel fosso detto della Madonna, senza riportare la minima lesione.
L'anno 1831, il dì 8 maggio, Giuseppe Casini, Lorenzo Ciullini e Lorenzo Pabbrini, tutti del Pontassieve, tornando dalla visita fatta a Maria Tergine del Sasso, prima di arrivare al Trebbio, caddero tutti col cavallo e calesse al di sotto d’ un muro, rimanendo totalmente illesi, tornarono all Oratorio il dì 29 dello stesso mese a ringraziare Maria Tergine, e vi appesero il voto in un quadretto esprimente il prodigio.

Il 22 Agosto 1875, festa titolare del Santuario, celebrandosi la messa solenne dal molto rev. Luigi Tronci di Firenze, coll’assistenza del sac. G. Corsoni, custode attuale, e del P. Alessandro dei Minori riformati di Fie sole ; nel tempo che si cantava il Vangelo, rottosi il canapo della lumiera maggiore, questa venne giù, investendo due giovanetti ed una giovane, senza recar loro nessun grave danno, e si udì una voce sonora gridar: — miracolo. — Per la qual cosa, terminata la messa, il celebrante intonò solenne Te deum.

Pier Maria Cassi, Filippo Giannini, Luca Del Soldato, Giuseppe Misuri, Il Santuario della Madonna del Sasso, 1884

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