Un uomo che attraversa città, guerre e fallimenti (con date e luoghi ben chiari).
Quando nasce, tra l’inverno 1181 e il 1182 ad Assisi, non si chiama nemmeno Francesco: al battesimo è Giovanni di Pietro di Bernardone, figlio di un ricco mercante di stoffe e di una madre francofona, Pica. Sarà il padre, rientrando dai suoi affari in Francia, a soprannominarlo “Francesco”, il “francesino” di casa. Se lo guardiamo con gli occhi degli storici (Barbero, Frugoni, Vauchez), la prima cosa da dire è semplice: non esiste “il” Francesco, ma molti. Le biografie medievali sono tante, contraddittorie, spesso riscritte dall’Ordine per motivi interni. Barbero parla proprio di “un personaggio dell’immaginario collettivo” nato da secoli di ritocchi, più che dal ricordo diretto di un uomo solo.
Proviamo allora a seguirlo attraverso date e luoghi, restituendo soprattutto l’uomo.
- Assisi, 1181/82–1202: figlio di mercante, non di un santo.
Assisi, fine XII secolo. Francesco cresce in una città comunale vivace e litigiosa, piena di commerci e di sogni cavallereschi. Da ragazzo ama i vestiti belli, le feste, i banchetti: le fonti lo descrivono come uno che vuole fare carriera, non come un asceta precoce.
Nel 1202 partecipa alla guerra tra Assisi e Perugia. La battaglia va male: Francesco viene fatto prigioniero e trascorre circa un anno nelle carceri di Perugia. Quando torna, nel 1203, non è più lo stesso. Una lunga malattia fisica e una depressione lo costringono a fermarsi. Gli storici insistono su questo: non è una conversione “romantica”, ma una crisi lunga, fatta di paure e fallimenti.
- Assisi, 1204–1206: il crollo del sogno cavalleresco.
Fra il 1204 e il 1205, Francesco prova ancora a inseguire il suo sogno di gloria: parte verso il sud Italia per arruolarsi come cavaliere al servizio del papa. Ma si ammala lungo la strada, torna indietro, e qualcosa si rompe definitivamente.
In questi terribili mesi, segnato dalla malattia, evita le feste in città che lui amava tantissimo, si ritira a pregare nella piccola chiesa di San Damiano, alle porte di Assisi e per finire prova ribrezzo per i lebbrosi ma poi, un giorno, si costringe a baciarne uno sulla piana ai piedi della città. Qui non c’è l’icona del santino, ma un ragazzo ricco che combatte con se stesso, con la paura della malattia e del declino sociale.
- 1206–1208, Assisi: la spogliazione in piazza e l’inizio della povertà.
Tra l’inverno del 1206 e la primavera del 1207, lo scontro con il padre esplode. Pietro di Bernardone vuole un figlio mercante, non un “pazzo” che spreca i soldi per restaurare chiesette cadenti. Francesco risponde portando la logica alle estreme conseguenze: davanti al vescovo d’Assisi, in piazza, si spoglia nudo, restituisce gli abiti al padre e rinuncia legalmente all’eredità. È una scena pubblica, umiliante. La storica Chiara Frugoni insiste sul fatto che, da quel momento, Francesco si ritrova solo, d’inverno, quasi senza vestiti, senza casa né famiglia: non è una fiaba edificante, è un taglio netto con ogni sicurezza.
- Dal 1207 al 1208, lo vediamo aggirarsi tra: la chiesetta di San Damiano (che continua a restaurare), la Porziuncola, la minuscola chiesa di Santa Maria degli Angeli nella piana sotto Assisi, i campi e i villaggi intorno, vivendo di elemosina e lavori occasionali. È un periodo di prova, di solitudine, di sperimentazione: l’uomo cerca una forma nuova per la sua vita, senza avere ancora un progetto chiaro.
- 1208–1216: dalla Porziuncola a Roma, nasce un movimento. La svolta arriva attorno al 24 febbraio 1208. Alla Porziuncola, ascoltando il Vangelo della missione apostolica, Francesco capisce che la sua strada sarà quella di un predicatore itinerante, povero, a piedi nudi. Non vuole fondare un ordine: vuole “vivere il Vangelo alla lettera”.
- Tra il 1208 e il 1209, gli arrivano i primi compagni; nel 1209 li conduce a Roma, a San Giovanni in Laterano, per chiedere a papa Innocenzo III l’approvazione di una “regola” semplicissima fatta di brani di Vangelo. Il papa non concede una bolla, ma un’approvazione orale: è abbastanza per cominciare.
Francesco per qualche anno lo vediamo muoversi tra Rivotorto, una specie di capanna comune vicino ad Assisi, la Porziuncola, che diventa il centro della nuova fraternità e le prime città umbre e marchigiane, dove predicano nelle piazze. In questi anni Francesco è un leader carismatico, ma non un capo amministratore. Gli storici sottolineano la sua difficoltà a scrivere regole chiare, a gestire la crescita numerica, a tenere tutto sotto controllo.
- 1219–1220: l’uomo che arriva a Damietta. Nel 1219 Francesco parte per l’Oriente, raggiunge il campo della V crociata a Damietta, in Egitto, e si spinge fino al campo del sultano al-Malik al-Kāmil. Le immagini moderne ne hanno fatto il simbolo del dialogo interreligioso; gli storici, più sobri, notano che probabilmente Francesco: è animato da un misto di zelo missionario e curiosità, non è un pacifista “moderno”, ma vuole parlare di Cristo anche al nemico, accetta un rischio enorme, quasi incosciente, pur di seguire l’intuizione evangelica. A Damietta ovviamente non converte il sultano, non ferma la guerra, non cambia la geopolitica. Torna in Italia con una sconfitta storica, ma anche con una visione più ampia del mondo e della Chiesa.
- Anni ’20 del Duecento: successo, vertigine e crisi interna. Quando rientra, tra 1220 e 1221, trova un Ordine esploso: migliaia di frati in tutta Europa. La macchina gli è già sfuggita di mano. Nel 1220 si dimette dalla carica di ministro generale; il governo passa ad altri frati e al cardinale Ugolino (futuro Gregorio IX). Francesco resta un fondatore messo da parte, rispettato ma non più colui che controlla.
- Nel 1221 nasce la cosiddetta Regola non bollata, un testo lungo e poco “giuridico”; nel 1223, dopo molte discussioni, viene approvata dal papa la Regola bollata, più equilibrata e meno estrema sul tema della povertà assoluta. Con l'ultima Bolla l’uomo Francesco vive una delle sue maggiori delusioni: l’ideale iniziale – “nessuna proprietà, nessuna sicurezza” – deve fare i conti con la realtà di un ordine grande, con case, scuole, biblioteche. Barbero insiste su queste tensioni e sugli aspetti di durezza e amarezza che le fonti lasciano filtrare: non un santo sempre sereno, ma un uomo che vede la propria creatura cambiare volto.
- 1224, Toscana: il dramma della Verna. Nell’estate del 1224 Francesco si ritira nel Santuario della Verna, in Casentino, tra i monti della Toscana. Il luogo gli era stato donato nel 1213 da Orlando di Chiusi; ora lo sceglie per una quaresima di digiuno e preghiera “tra Tevere e Arno”, lontano da tutti. Qui, il 17 settembre 1224, sperimenta quello che i biografi descrivono come la ricezione delle stimmate: segni di piaghe su mani, piedi e costato. La tradizione li presenta come miracolo; gli storici, a partire da Frugoni, analizzano l’episodio anche come culmine di una crisi fisica e psichica, un corpo sfinito che “incarna” nel dolore l’imitazione di Cristo. Più che fissarci sul prodigio, qui vediamo un uomo che, a quarant’anni, non possiede più nulla, è malato, quasi cieco, e porta addosso in modo letterale le conseguenze della sua scelta.
- 1225–1226: malattia, cecità e le sue ultime tappe. Gli ultimi due anni sono una geografia di sofferenze, a San Damiano (Assisi), 1225 – ospite di Chiara e delle sorelle, quasi cieco, compone il Cantico di frate Sole, lodando il creato mentre il suo corpo cede. A Valle reatina (Rieti) – soggiorna a Fonte Colombo, Poggio Bustone, dove i frati sperano di curargli gli occhi con interventi dolorosissimi. A Siena invece, nella primavera 1226 – si ammala gravemente; crede di morire e detta un breve scritto spirituale, il cosiddetto “Testamento di Siena”. Gli storici lo considerano una delle voci più autentiche e disarmate di Francesco anziano. A Cortona, Eremo delle Celle – secondo la tradizione, vi passa ancora, stremato, diretto verso Assisi. Un luogo di pietre e silenzio che lo aveva visto giovane e pieno di forze, ora lo rivede consunto.
- Il 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, nella pianura di Santa Maria degli Angeli, chiede di essere steso nudo sulla nuda terra e muore al tramonto, “frate Francesco d’Assisi”, senza aureola. Solo due anni dopo, nel 1228, Gregorio IX lo canonizzerà e inizierà la costruzione della grande basilica di Assisi.
Francesco è un uomo nella storia, non fuori dalla storia. Gli storici contemporanei – da Chiara Frugoni, che parla programmaticamente di “vita di un uomo” nel suo titolo, a André Vauchez, che lavora “tra storia e memoria”, fino al più recente Barbero – concordano almeno su un punto: Francesco non è un personaggio caduto dal cielo, ma un uomo del suo tempo, pieno di contraddizioni. Era figlio di un mercante, affascinato dal denaro e dai sogni cavallereschi; è stato un giovane che attraversa guerra, prigionia, malattia, crisi psicologica; è stato fondatore geniale ma incapace di gestire il successo della sua stessa opera; era radicale nella povertà fino a pagare con il corpo, ma anche duro e talvolta spigoloso con i frati e infine, malato, quasi cieco, spaesato di fronte a un Ordine che non riconosce più.
Vederlo così – uomo prima che santo – non significa sminuirlo.
Al contrario: rende più leggibili le sue scelte e più vere le sue cadute. E, soprattutto, ci permette di leggere date e luoghi non come tappe di una leggenda, ma come punti di una mappa molto concreta: Assisi, Perugia, Roma, Damietta, La Verna, Rieti, Siena, Cortona, Santa Maria degli Angeli. Sono i luoghi di un’esistenza breve (1181/82–1226), intensissima, in cui la santità – qualunque cosa sia – passa attraverso una biografia terrena, piena di fatica e tutti noi dovremmo oltre che ammirarlo dovremmo anche amarlo profondamente.
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