Ritratto di un metodo: ordine, curiosità e scrittura trasformano una collezione in un’esperienza.
Giuseppe Pelli Bencivenni (Firenze, 19 dicembre 1729 – 31 luglio 1808) è uno di quei personaggi che hanno inciso profondamente sulla storia culturale italiana senza diventare un nome “da manuale” per il grande pubblico. Eppure, se oggi gli Uffizi ci sembrano un museo nel senso moderno del termine, ordinato, consultabile, raccontabile, una parte importante di quel passaggio si deve proprio a lui. Funzionario dello Stato granducale, uomo di studio e diarista instancabile, Pelli fu soprattutto il direttore della Galleria nel momento in cui, sotto Pietro Leopoldo, si iniziò a ripensare l’istituzione secondo una logica più razionale e “illuminista”.
Nato a Firenze nel 1729, Pelli studiò legge a Pisa senza arrivare al dottorato; rientrato in città, dopo un periodo di pratica forense entrò nell’amministrazione. Nel 1758 è già nella Segreteria di Stato del Granducato: un luogo chiave, perché nel Settecento toscano la politica delle riforme passa anche attraverso una fitta rete di funzionari e tecnici che scrivono, misurano, regolano. Pelli appartiene a questa categoria: non un tribuno, ma un organizzatore. Ha però un tratto in più: la scrittura come metodo di conoscenza e come registratore del tempo.
Nel 1759 pubblica le Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri e, nello stesso anno, comincia le Efemeridi, un diario quotidiano destinato a diventare sterminato e a coprire il periodo 1759–1808. Quel diario, oggi valorizzato e consultabile attraverso progetti di digitalizzazione, è una delle grandi miniere per ricostruire la Firenze del secondo Settecento: abitudini, letture, teatro, politica, riforme, opinioni che cambiano giorno dopo giorno.
Il suo profilo intellettuale è tutt’altro che marginale. Treccani ricorda che Pelli guardò con interesse alle idee nuove del suo secolo e che nel 1766 scrisse a Cesare Beccaria per lodare Dei delitti e delle pene. È un episodio rivelatore: ci dice che Pelli non si limitava a “far funzionare” lo Stato, ma seguiva le discussioni che stavano ridisegnando il rapporto tra diritto, pena e umanità. Anche quando non fu un protagonista di primo piano del dibattito pubblico, rimase dentro quel clima culturale che in Toscana, sotto Pietro Leopoldo, avrebbe portato a riforme profonde.
La svolta decisiva arriva nel 1775. In aprile, Pietro Leopoldo nomina Giuseppe Pelli Bencivenni direttore della Real Galleria di Firenze, e affianca a lui Luigi Lanzi (1) come aiuto direttore. Gli Uffizi stessi, raccontando oggi quella stagione, la descrivono come un periodo straordinario di riordino e rinnovamento, in cui la Galleria viene ripensata con ambizioni nuove, legate alla cultura dei Lumi. Pelli resterà direttore fino al 1793. È un arco di quasi vent’anni in cui, più che “amministrare”, si tratta di costruire un museo: definire criteri, dare coerenza agli spazi, rendere le collezioni più leggibili per studiosi e visitatori. È importante capire che cosa significa, nel Settecento, trasformare una grande collezione dinastica in un museo moderno. Significa innanzitutto produrre strumenti: guide affidabili, indici, inventari, cataloghi, cioè tutto ciò che permette di sapere “che cosa c’è” e “dove si trova”, ma anche di raccontare una storia delle opere e dei loro autori senza lasciare tutto al caso o alla tradizione orale. In questa direzione va il Saggio istorico della Real Galleria di Firenze, pubblicato nel 1779 in due volumi, una delle opere più note di Pelli. Non è soltanto un testo descrittivo: è un tentativo di costruire un discorso complessivo sulle collezioni, includendo non solo le pitture ma anche sezioni e materiali che oggi considereremmo fondamentali per l’identità degli Uffizi, come disegni, gemme, monete e medaglie. Treccani sottolinea proprio questa ampiezza, che fa capire quanto Pelli concepisse la Galleria come un organismo complesso e non come una semplice “stanza di quadri”.
Accanto alla pubblicazione del Saggio, Pelli lavora a lungo anche a un Catalogo delle pitture della Real Galleria, legato al periodo 1775–1792. Qui emerge un tratto molto moderno: Pelli vuole che un catalogo sia utile, non teatrale. Spiega di preferire una scrittura sobria, che non “predichi” al visitatore e non gli imponga giudizi attraverso descrizioni enfatiche. Insiste sull’importanza delle informazioni di provenienza e di autenticità quando disponibili, e valorizza strumenti pratici come indici alfabetici per ritrovare facilmente tutte le opere di un autore. È una mentalità da museo pubblico: rendere il patrimonio consultabile, verificabile, percorribile.
Nello stesso testo Pelli lascia anche tracce molto concrete del cambiamento in corso agli Uffizi. Racconta interventi e riallestimenti che mostrano un museo in trasformazione: nuovi assetti, spostamenti di gruppi scultorei, ambienti dedicati a specifiche raccolte come gemme e pietre dure. Al di là del singolo dettaglio, conta la logica complessiva: la collezione va organizzata per essere compresa, e l’allestimento diventa un linguaggio. Un altro capitolo decisivo del suo direttorato riguarda la gestione del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe. I progetti e gli studi dedicati a Pelli insistono sul suo ruolo nella sistemazione e nell’accrescimento di questo settore, che richiede una disciplina inventariale ancora più rigorosa rispetto alle sale di pittura. È il tipo di lavoro meno visibile al pubblico ma essenziale per la tutela e lo studio: numerazioni, volumi, corrispondenze, criteri di ordinamento. In altre parole: la costruzione della “spina dorsale” documentaria del museo.
Nel 1793 Pelli lascia la direzione della Galleria e passa ad altri incarichi amministrativi; gli eventi politici successivi, con l’occupazione francese e i rivolgimenti di fine secolo, segnano un cambio di scenario anche per lui. Muore nel 1808, dopo aver attraversato un periodo in cui l’Europa cambia pelle più volte e anche le istituzioni culturali devono ridefinirsi.
Se si cerca una ragione per leggere Pelli oggi, non è solo perché “è stato direttore degli Uffizi”. È perché rappresenta un modo di intendere la cultura come infrastruttura: catalogare, descrivere, ordinare non sono azioni burocratiche, ma scelte che decidono chi può capire, studiare, tramandare. Le sue Efemeridi, insieme ai suoi scritti sulla Galleria, ci restituiscono un Settecento vivo, pratico, pieno di intelligenza organizzativa e di curiosità. E mostrano che un museo non nasce soltanto dall’accumulo di capolavori: nasce anche dalla pazienza di chi li rende leggibili.
1) Luigi Antonio Lanzi (1732–1810) fu un gesuita, archeologo, filologo e storico dell’arte tra i più influenti del Settecento italiano. Dopo la formazione nella Compagnia di Gesù e l’attività di studioso e insegnante, con la soppressione dell’ordine intraprese una nuova fase di carriera legata alle istituzioni culturali toscane. Nel 1775 il granduca Pietro Leopoldo lo chiamò a Firenze come aiuto del direttore della Galleria degli Uffizi, affiancando Giuseppe Pelli Bencivenni: da lì prese avvio una stagione di riordino e rinnovamento delle collezioni che la storiografia museale considera cruciale. Parallelamente agli incarichi “di museo”, Lanzi costruì la sua fama con gli studi sulle antichità e sulle lingue dell’Italia preromana (tra cui il Saggio di lingua etrusca, pubblicato a partire dal 1789) e soprattutto con la Storia pittorica d’Italia (1795–1796), opera che lo ha reso celebre come uno dei fondatori della moderna storiografia artistica italiana per ampiezza, metodo e attenzione alle “scuole” regionali.
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