Un esule tra potere e poesia

Tra castelli, alleanze e profezie politiche.
La metamorfosi di un intellettuale nelle lotte dell’Italia medievale
Dante Alighieri fu condannato all’esilio perpetuo nel marzo del 1302, con una sentenza che prevedeva perfino la pena del rogo in caso di ritorno. Da quel momento non mise più piede a Firenze. Nei primi tempi del bando si spostò tra le vallate toscane e romagnole: Arezzo, il Casentino e la Romagna. Tra marzo 1303 e giugno 1304 trovò ospitalità presso Bartolomeo della Scala a Verona. La sconfitta dei fuoriusciti bianchi e ghibellini alla Lastra (luglio 1304) segnò per Dante la fine di ogni speranza di rientrare attraverso l’azione politica comunale. Da quel momento egli «agì parte per sé stesso», svincolandosi dalle fazioni. Si trasferì poi a Bologna, dove operava un governo guelfo bianco: qui iniziò la stesura del De vulgari eloquentia, lasciato incompiuto alla caduta del regime nel 1306.
Nell’autunno di quello stesso anno si rifugiò in Lunigiana sotto la protezione del marchese Moroello Malaspina, probabilmente completando in quel periodo l’Inferno (1307-1308). Dopo un breve rientro in Casentino, nel 1311 seguì l’arrivo in Italia dell’imperatore Enrico VII, al quale dedicò le epistole V-VII in favore della missione imperiale. Infine, tra il 1318 e il 1319 si stabilì a Ravenna, accolto da Guido Novello da Polenta. Qui concluse il Paradiso e morì nell’estate del 1321.
Durante l’esilio Dante intrecciò rapporti con diverse signorie italiane. In Veneto godette del favore degli Scaligeri: prima Bartolomeo, poi il nipote Cangrande, celebrato anche nel Paradiso. In Romagna mantenne legami stabili con i Da Polenta, che gli offrirono rifugio fino alla fine. Di rilievo furono soprattutto i rapporti con i Malaspina di Lunigiana. Giunto da Moroello nel 1306, Dante divenne procuratore della famiglia nella complessa trattativa di pace con il vescovo-conte di Luni. Il risultato fu la Pace di Castelnuovo (6 ottobre 1306), firmata sotto la sua mediazione. Un elogio ai Malaspina compare nel Purgatorio VIII.
Tra il 1307 e il 1308 soggiornò anche presso i conti Guidi di Battifolle, entrando in contatto con ambienti ghibellini e allontanandosi definitivamente dal repubblicanesimo fiorentino. In ogni corte Dante offrì le sue competenze diplomatiche, ottenendo in cambio ospitalità e protezione. Il periodo dell’esilio fu anche il più produttivo per il pensiero politico dantesco. Nel De Monarchia (1311-1313), Dante difende l’indipendenza dell’autorità imperiale da quella papale, sostenendo che l’imperatore riceva il potere «direttamente da Dio» e non per investitura del pontefice. Pur riconoscendo la superiorità del fine spirituale, respinge ogni subordinazione dell’Impero al Papato. Contemporaneamente compose le Epistole politiche (1308-1313), nelle quali intervenne con toni profetici sugli eventi del momento. Nelle lettere V-VII, scritte all’arrivo di Enrico VII, esorta i sovrani della penisola a riconoscerlo come legittimo imperatore e condanna le città che ostacolano il disegno divino, Firenze inclusa. Il linguaggio, intriso di citazioni bibliche, riflette la visione di una pax christiana fondata sull’unità imperiale.
All’inizio dell’esilio Dante rimase fedele all’ideale dei guelfi bianchi, sperando di rientrare attraverso alleanze militari — tentativi condivisi anche con Scarpetta Ordelaffi (1). La disfatta del 1304 e le divisioni interne ai fuoriusciti lo spinsero però ad allontanarsi dai ghibellini «puri» e a cercare una via autonoma. L’arrivo di Enrico VII nel 1311 riaccese in lui un forte entusiasmo: Dante credette nell’idea di un rinnovamento pacificatore e universale. Ma l’inerzia dell’imperatore e la sua morte nel 1313 infransero ogni aspettativa. L’ideale politico dantesco si spense così insieme alle vicende dell’impero: nelle ultime opere, a partire dal Paradiso, non rimane traccia di speranze civili concrete. 
Pur escluso dalla vita istituzionale fiorentina, Dante svolse comunque un ruolo diplomatico significativo. Oltre alla Pace di Castelnuovo del 1306, che lo vide mediatore tra i Malaspina e la curia vescovile di Luni, egli indirizzò lettere a papi e imperatori — tra cui Clemente V ed Enrico VII — cercando di influenzare la politica italiana. Nel complesso, l’azione politica dantesca mostra un progressivo distacco dagli affari locali e un orientamento sempre più cosmopolita: Dante si fece promotore di un progetto imperiale universale, che avrebbe voluto applicare all’intera penisola ma che rimase, alla fine, un ideale non realizzato.

(1) Gli Ordelaffi erano un’importante famiglia nobiliare e signorile che dominò la città di Forlì e altri territori della Romagna dal tardo Duecento fino ai primi del XVI secolo, alternandosi con altri poteri e con varie interruzioni. La loro ascesa li portò a esercitare il potere locale come signori ghibellini, schierati a favore dell’Impero contro l’autorità papale; proprio a Forlì Dante li menziona nell’Inferno come simbolo del potere cittadino dell’epoca. Tra i membri più noti figura Scarpetta Ordelaffi, signore di Forlì alla fine del XIII e inizio XIV secolo, che fu anche ospite e alleato dei fuoriusciti fiorentini, tra cui Dante Alighieri durante i primi anni dell’esilio.  La famiglia mantenne il proprio ruolo fino al 1504, quando l’ultimo dei signori principali morì senza eredi maschi, segnando la fine della dinastia al potere.

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