Un volto scolpito sospeso tra fatica e slancio trascende la forma, catturando un impulso che sfugge alla quiete.
Nella straordinaria collezione di antichità della Galleria degli Uffizi di Firenze si trova una delle opere più coinvolgenti di tutta la statuaria classica: la celebre Testa del cosiddetto Alessandro morente.
L’effigie, scolpita in marmo bianco insulare di grande qualità, cattura immediatamente l’attenzione per l’intensità espressiva del volto e la torsione drammatica del collo. L’opera proviene dall’antichità tardo-ellenistica, databile alla fine del II secolo a.C., e probabilmente apparteneva originariamente a una figura di dimensioni maggiori, inserita in un gruppo statuario narrativo di tipo eroico o mitico.
La testa è rappresentata con la bocca socchiusa, lo sguardo corrugato e rivolto verso l’alto, come se fosse immersa in un momento di intenso pathos, sospesa fra sofferenza e aspirazione. Per lunghi secoli questa scultura fu identificata — con grande suggestione — come ritratto di Alessandro Magno nel momento della morte, da cui deriva ancora oggi la denominazione popolare. Questo accostamento però ha perso credito in seguito alla scoperta di altri ritratti più direttamente attribuibili al sovrano, mentre la critica moderna la interpreta piuttosto come un frammento di un complesso più ampio o come un pezzo ispirato a soggetti epici, magari un gigante morente o un personaggio simile alle figure della grande scultura ellenistica del Pergamo.
La testa giunse a Firenze nel tardo Cinquecento, entrando nella collezione medicea attraverso la raccolta del cardinale Pio da Carpi ed è documentata a partire dal 1550, quando figura già come una delle antichità più ammirate e discusse nelle raccolte romane. La fama di questa immagine fu tale da spingerne la replica, in marmo e porfido, in numerose botteghe rinascimentali e barocche, influenzando pittori e scultori per almeno due secoli dopo il suo arrivo in Toscana.
Oggi la testa è esposta nel percorso delle antichità della Galleria, dove si ammira come un raro esempio di sensibilità formale e carica emotiva dell’arte ellenistica, capace di rendere il marmo quasi vivo sotto l’effetto della luce e della profondità dello sguardo.
Rilievo in stucco dipinto attribuito alla bottega di Benedetto da Maiano, conservato a Palazzo Davanzati e databile tra il 1475 e il 1500.
Restaurata nel XVI sec., è una copia dell’Apollo Sauroktonos di Prassitele. Conservata dal 1565 a Firenze.
Uno dei tanti capolavori di Donatello ma questa scultura unisce tecnica innovativa e profondità spirituale, fondendo realismo e valori simbolici.
Un tondo di devozione: La spiritualità nella Madonna del Perdono.