Il canale scomparso che faceva lavorare Arezzo.
Oggi chi percorre il centro di Arezzo difficilmente immagina che per secoli una parte della vita economica della città dipendesse da un piccolo corso d'acqua artificiale. Non era un fiume e, nelle fonti aretine, non veniva normalmente chiamato “gora”: era il berignolo del Castro, il canale che derivava acqua dal torrente cittadino e la conduceva dove serviva per mettere in movimento i mulini.
La sua presenza è ormai quasi completamente cancellata dal paesaggio urbano, ma non dalla documentazione. Nel 2023 Piero Benigni gli ha dedicato uno studio specifico, I mulini di Arezzo azionati dal berignolo del Castro, pubblicato nel Bollettino d'informazione della Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti. La ricerca ricostruisce un sistema rimasto in funzione per circa sette secoli e collegato a cinque mulini entro la città e due fuori dalle mura, oltre che a concerie, strutture assistenziali e attività manifatturiere.
Raccontarlo significa quindi recuperare un'Arezzo che non era fatta soltanto di chiese, torri e piazze. Accanto alla città monumentale ne esisteva un'altra, scandita dal rumore dell'acqua, delle macine e delle lavorazioni artigianali.
Che cosa significava “berignolo”?
Il termine merita una precisazione, perché evita di partire da un equivoco. In area aretina berignolo indicava il fosso artificiale che portava l'acqua ai mulini; è questa la parola utilizzata anche per il sistema collegato al Castro. Una “gora”, nel linguaggio molitorio toscano, può invece indicare genericamente un canale di derivazione oppure, in senso più specifico, il bacino nel quale l'acqua viene raccolta prima di essere utilizzata.
Per Arezzo città, dunque, parlare semplicemente di “gore” rischia di sovrapporre termini e sistemi differenti. La documentazione comunale ottocentesca usa espressamente la denominazione “Berignolo dei mulini”: negli atti del Consiglio comunale del 1887 compare una pratica intitolata “Berignolo dei mulini risanamento”, mentre nell'Archivio storico comunale esiste un fascicolo relativo alla sanità dell'abitato denominato nello stesso modo e comprendente documenti dal 1887 al 1940.
Un'altra espressione attestata è “reglia dei mulini”. Una pianta settecentesca della zona di Porta Buia mostra infatti la reglia che attraversava la Torre dell'Alboreto per uscire dalle mura. Anche questo termine indica un canale artificiale destinato a guidare l'acqua verso gli opifici.
Non stiamo quindi cercando un misterioso fiume scomparso chiamato Gora. Stiamo cercando la rete costruita dagli aretini per prendere l'acqua del Castro e trasformarla in energia.
Per comprendere il berignolo bisogna partire dal Castro. Oggi gran parte del torrente attraversa Arezzo sotto terra, ma per secoli fu un elemento visibile del paesaggio cittadino. Giorgio Vasari, nei Ragionamenti, descrisse addirittura Arezzo rappresentandola con «il fiume del Castro, che gli passa per mezzo»: una testimonianza significativa di quanto quel corso d'acqua fosse identificato con la città.
La sua importanza è molto più antica del sistema molitorio documentato in età moderna. Gli studi raccolti nel volume Il fiume e la città. Il Castro e Arezzo dall'antichità ad oggi, pubblicato nel 2020 a cura di Giulio Firpo, mostrano un rapporto protratto dall'età antica fino alla contemporaneità: lungo il Castro si concentrarono produzioni ceramiche, lavorazioni artigiane e, più tardi, gualchiere e mulini.
Anche le fonti medievali permettono di scendere nel concreto. L'Enciclopedia dell'Arte Medievale della Treccani ricorda un mulino dei Lodomeri, situato presso la porta duecentesca che portava lo stesso nome, e un mulino di San Michele, entrambi sul Castro. Nello stesso ambiente urbano sorgeva l'ospedale di “Santa Maria ad pontem”, costruito a partire dal 1213 presso il torrente e un ponte che lo attraversava.
Il rapporto fra Arezzo e l'acqua non è dunque una ricostruzione romantica successiva. Il Castro condizionava la posizione degli edifici, i passaggi attraverso le mura e soprattutto la localizzazione delle attività che avevano bisogno di una forza motrice.
Un mulino ad acqua non poteva dipendere semplicemente dal fatto di trovarsi accanto a un corso d'acqua. Per trasformare la corrente in energia servivano portata e dislivello controllabili. Era quindi utile derivare una parte dell'acqua e farla procedere lungo un canale costruito con una pendenza scelta, per poi sfruttarla nel punto in cui il salto disponibile poteva azionare il meccanismo del mulino.
Il berignolo rispondeva a questa necessità. Il Castro forniva l'acqua; il canale artificiale permetteva di condurla verso più opifici e di utilizzarne l'energia lungo un percorso prestabilito. In questo modo la città non si limitava ad adattarsi alla geografia naturale, ma la modificava per rispondere alle proprie necessità produttive.
La ricostruzione di Benigni individua sette mulini complessivamente serviti dal berignolo nel corso della sua lunga storia, cinque dentro Arezzo e due all'esterno. Non significa che tutti abbiano necessariamente funzionato contemporaneamente per sette secoli: il dato descrive la successione degli impianti individuati lungo la storia del sistema.
Questo punto è importante perché evita di trasformare il passato in un'immagine immobile. Proprietà, edifici e tecnologie cambiarono; ciò che sopravvisse molto più a lungo fu la logica dell'infrastruttura idraulica.
Un'indicazione particolarmente concreta viene dalla zona di Porta Buia. Una planimetria del 1793 mostra il Castro attraversare diagonalmente il complesso fortificato e, poco distante, la Torre dell'Alboreto attraversata dalla reglia dei mulini cittadini. L'acqua doveva quindi trovare un passaggio anche dentro l'architettura difensiva della città.
La presenza di una simile apertura non era un particolare insignificante. Mura e torrenti avevano esigenze opposte: la cinta doveva chiudere e proteggere la città, mentre l'acqua doveva necessariamente entrare o uscire. Ogni canale che attraversava una fortificazione richiedeva quindi soluzioni precise, capaci di permettere il flusso senza creare un punto facilmente vulnerabile.
Il berignolo apparteneva perciò alla struttura materiale di Arezzo almeno quanto alcune strade. Il fatto che oggi non sia più visibile rende difficile comprenderlo, ma per chi viveva allora il suo tracciato faceva parte della geografia quotidiana. E quella geografia conduceva direttamente ai luoghi del lavoro.
Il primo uso che viene spontaneo associare ai mulini è la macinazione dei cereali. Era naturalmente fondamentale: pane e farine costituivano una componente essenziale dell'alimentazione e la capacità di trasformare il grano senza dipendere dal lavoro umano o animale rappresentava un'infrastruttura di primaria importanza.
I mulini urbani erano però anche nodi economici. Vi arrivavano cereali, mugnai, clienti e animali da trasporto; attorno alla macinazione si stabilivano proprietà, concessioni, diritti sull'acqua e obblighi di manutenzione. Una variazione della portata non era soltanto un fenomeno naturale: poteva significare ore di lavoro perdute e produzione interrotta.
Lo studio sul berignolo indica inoltre che l'acqua del sistema non serviva soltanto alle macine. Raggiungeva anche le concerie della zona di Sant'Agostino, l'ospedale di Santa Maria Sopra i Ponti e, in epoca più tarda, il Lanificio Militare. La stessa infrastruttura partecipava quindi a funzioni molto differenti della città.
È questo probabilmente il modo più corretto di immaginare il berignolo: non come il canale privato di un solo mulino, ma come una linea produttiva d'acqua inserita nell'organismo urbano.
Arezzo ebbe anche gualchiere, impianti destinati alla follatura dei panni di lana. In queste strutture il movimento dell'acqua poteva azionare magli che battevano ripetutamente il tessuto, compattandone le fibre e rendendolo più resistente.
Anche le concerie avevano un legame inevitabile con l'acqua, necessaria nelle diverse fasi della lavorazione delle pelli. Ancora all'inizio del Novecento Franco Rossi registra quattro laboratori di concia distribuiti lungo il corso del Castro, segno della persistenza di una geografia produttiva costruita nei secoli precedenti.
Ma proprio concerie, lavaggi e lavorazioni mostrano il lato meno pittoresco della città d'acqua. Ciò che veniva utilizzato per produrre poteva ricevere anche residui e scarichi, trasformando progressivamente il vecchio sistema economico in un problema sanitario.
La zona di Sant'Agostino è particolarmente interessante perché dimostra che l'idraulica cittadina non può essere ridotta al solo berignolo del Castro.
Tra il 1593 e il 1603 Arezzo si dotò del grande acquedotto proveniente dalle pendici dell'Alpe di Poti, che attraversava la collina della Fortezza e raggiungeva la Fontana Pubblica in Piazza Grande. Da lì l'acqua continuava verso Sant'Agostino. Una guida storica citata dal Museo Galileo precisa che, lungo questo percorso, l'acqua aveva già servito vari mulini da grano e, dopo aver alimentato fontana, abbeveratoio e lavatoio, poteva mettere in movimento le macine di altri mulini della città.
Questo non significa che l'acquedotto e il berignolo fossero la stessa cosa. Erano sistemi differenti che partecipavano alla medesima economia urbana dell'acqua. Il primo portava in città acqua destinata anzitutto all'approvvigionamento; il secondo era una derivazione legata al Castro e alla forza motrice. In alcuni settori cittadini, però, gli utilizzi finivano per sovrapporsi.
Ancora nel Novecento il lavatoio pubblico di Sant'Agostino scaricava le proprie acque in un vicino berignolo artificiale che raggiungeva il Castro. Il FAI, ricostruendo nel 2021 le vie cittadine dell'acqua, ha ricordato proprio questo collegamento.
La città utilizzava dunque l'acqua in successione: bere, lavare, produrre, smaltire. Una risorsa poteva essere sfruttata più volte prima di lasciare l'abitato.
Un canale artificiale non funzionava da solo. Sedimenti, vegetazione, danni agli argini e modifiche alle prese potevano ridurne la capacità; inoltre, quando più utilizzatori dipendevano dallo stesso flusso, la distribuzione dell'acqua diventava inevitabilmente una questione economica e amministrativa.
Alla fine dell'Ottocento il Comune considerava ormai il berignolo un problema abbastanza importante da produrre atti specifici sul suo “risanamento”.
L'inventario dell'Archivio storico comunale colloca inoltre il fascicolo “Berignolo dei Mulini” nella categoria Sanità dell'abitato, insieme a disinfezioni, opere igieniche e altri provvedimenti, con carte comprese fra il giugno 1887 e il settembre 1940.
È un cambiamento decisivo nel modo di guardare il canale. Per secoli era stato soprattutto una macchina produttiva; alla fine dell'Ottocento diventava anche qualcosa da risanare.
Nello stesso periodo cambiava la tecnologia. Alla soglia del Novecento Rossi descrive ad Arezzo due mulini a vapore, mentre alcune attività industriali utilizzavano già l'energia elettrica. Il vecchio vincolo geografico cominciava ad allentarsi: per macinare o azionare una macchina non era più indispensabile avere un corso d'acqua nel punto giusto.
Il fenomeno non riguardò soltanto Arezzo. Dalla seconda metà dell'Ottocento i tradizionali mulini idraulici furono progressivamente affiancati e poi sostituiti da impianti a cilindri alimentati prima da vapore e gas e successivamente da elettricità; nelle aree rurali e montane la tecnologia ad acqua resistette più a lungo.
Per il berignolo le conseguenze furono profonde. Se l'acqua non era più necessaria per far girare le macine, rimanevano sempre più evidenti gli inconvenienti di un fosso artificiale che attraversava zone densamente abitate e raccoglieva scarichi. Ciò che per secoli aveva giustificato la sua esistenza stava scomparendo.
Secondo la ricostruzione pubblicata da Piero Benigni e ripresa dalla stampa aretina, nel 1923 il Comune decise il prosciugamento del berignolo. È un dato che preferisco attribuire esplicitamente allo studio, perché la deliberazione originaria non è disponibile nelle fonti online che ho potuto verificare direttamente.
La data è comunque coerente con il quadro che emerge dalle altre fonti: già dal 1887 il canale era oggetto di interventi di risanamento e, all'inizio del Novecento, la forza idraulica aveva perso buona parte della propria centralità economica.
La scomparsa non fu quindi un evento improvviso. Fu l'ultimo passaggio di una trasformazione durata decenni: prima infrastruttura produttiva, poi problema igienico, infine elemento urbano non più necessario.
Nel 1975, sempre secondo la ricostruzione di Benigni, ciò che rimaneva del sistema fu coinvolto nella realizzazione di un collettore fognario. Durante gli scavi nella zona di Corso Italia si verificarono anche danni ad alcuni edifici, episodio che lo storico locale ha raccontato ironicamente come una sorta di “vendetta” dell'antico berignolo.
Anche il Castro è scomparso dalla vista, ma non dalla città
La sorte del berignolo non deve però essere confusa con quella del Castro stesso. Il torrente esiste ancora e continua ad attraversare Arezzo; ciò che è cambiato è il modo in cui lo fa.
Una parte consistente del corso urbano è oggi tombata. Le analisi idrauliche del Comune indicano un tratto sotterraneo di circa 1,7 chilometri, che attraversa buona parte della città; altra documentazione comunale parla di circa 1.600 metri fra il Ponte della Parata e il parco ex Bisaccioni.
Questa copertura ha cancellato dal paesaggio quotidiano qualcosa che per secoli era evidente. Gli aretini moderni attraversano strade e piazze sotto le quali scorre il torrente senza necessariamente rendersene conto.
Ma nasconderlo non significa averlo eliminato. Il tratto tombato continua a essere una delle principali criticità idrauliche cittadine ed è oggetto di monitoraggio e interventi di sicurezza. Il Piano di Protezione Civile del Comune considera proprio l'ingresso nel tombamento uno dei punti critici del sistema Castro-Bicchieraia.
La città contemporanea continua quindi a fare i conti con lo stesso corso d'acqua che aveva alimentato la propria economia medievale e moderna, anche se ora il rapporto è quasi esclusivamente sotterraneo.
Se oggi si cercasse nel centro di Arezzo una lunga gora aperta con ruote e vecchi mulini, si rimarrebbe delusi. Il berignolo urbano non è sopravvissuto come elemento paesaggistico leggibile, e non è corretto presentare come suoi resti le gore e i canali ancora esistenti in altre parti del territorio aretino.
Quello che sopravvive è però sufficiente per ricostruirne l'importanza: documenti comunali, planimetrie, edifici trasformati, memorie dei mulini e studi recenti. Il fatto che la Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti abbia dedicato nel 2023 una ricerca specifica ai mulini azionati dal berignolo mostra quanto questa infrastruttura sia stata a lungo sottovalutata nella storia urbana.
Rimane inoltre la geografia. Porta Buia, Sant'Agostino, il Castro coperto, gli antichi luoghi delle concerie e dei mulini possono essere letti diversamente una volta saputo che erano collegati dall'acqua. La perdita materiale del canale non ha cancellato le conseguenze della sua presenza.
Un palazzo può essere fotografato e una chiesa può essere visitata. Un'infrastruttura come il berignolo è più difficile da riconoscere perché il suo valore non stava in un singolo edificio, ma nel rapporto fra acqua, pendenza, mulini, attività produttive e città.
Per circa sette secoli, secondo la ricostruzione disponibile, questo piccolo canale fece ciò che in seguito avrebbero fatto le macchine a vapore e i motori elettrici: trasportò energia fino ai luoghi nei quali serviva. Fece girare macine, partecipò alla lavorazione dei tessuti e delle pelli e attraversò un'Arezzo che utilizzava l'acqua con una logica molto diversa dalla nostra.
Quando le nuove tecnologie lo resero inutile, la città poté prosciugarlo e infine cancellarne quasi completamente il tracciato visibile. Ma proprio questa scomparsa aiuta a capire quanto fosse cambiato il rapporto fra Arezzo e il proprio territorio.
Oggi guardiamo una strada e vediamo traffico, case e marciapiedi. Un aretino di qualche secolo fa, nello stesso spazio, avrebbe potuto riconoscere il corso dell'acqua che faceva lavorare la città.
Il berignolo del Castro non era una curiosità paesaggistica. Era una macchina urbana. Ed è forse questa la sua eredità più interessante: ricordarci che sotto la città monumentale esisteva un'altra Arezzo, costruita non soltanto con pietra e mattoni, ma anche con acqua accuratamente guidata.
Bibliografia essenziale
Per sette secoli un canale derivato dal Castro portò energia ai mulini di Arezzo, finché vapore, elettricità e risanamento lo cancellarono.
Il distretto resta leader nel tessile rigenerato: filiera completa, infrastrutture circolari e prospettive solide nonostante la congiuntura.