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Chiesa di San Pier Maggiore

Chiesa di San Pier Maggiore
Ex monastero femminile benedettino, fondato nell'XI secolo
 

Arnaldo Cocchi, Volume 1, Le chiese di Firenze dal secolo IV al secolo XX, Firenze, Pellas, Cocchi & Chiti successori, 1903​
 

Gli atti apocrifi di San Zanòbi, compilati nel secolo XIII, fanno memoria di una chiesa dedicata a San Pietro, presso la quale il Santo avrebbe operato il miracolo della resurrezione di un fanciullo (1). L'esistenza di questa chiesa fino dai tempi di San Zanobi, è opinione affatto priva di fondamento; quello che resulta con certezza si è, che da una chiesa dedicata a San Pietro, prese nome una porta della città, che si trova ricordata in un atto del dì 8 luglio dell'anno 969, già da me riferito (2).
La chiesa si disse dapprima semplicemente San Pietro; ma nel 1031 (3) comparisce l'aggiunta del vocabolo maggiore per distinguerla da altre chiese, che circa quel tempo erano già state erette in onore dell'Apostolo.
Un insigne monastero sorse nel secolo XI presso questa chiesa veneranda per opera del vescovo Pietro (4), alle cui donazioni si aggiunsero quelle di Kisla o Grisia, figlia della b. m. di Rodolfo.
Nell'atto (5) in data del dì 27 febbraio dell'anno 1066 ab incarnatone (1067 s. c.) è descritta la donazione di tutti i beni che Kisla possedeva dentro i confini della Toscana con l'intiera quarta porzione della sua corte posta in Firenze. Quindi nella carta sono descritte tutte le corti, terre, castelli, torri e chiese di cui Kisla volle dotare il monastero, con la proibizione a chiunque di alienare o cambiare in altri usi i beni donati, e quando ciò accadesse dichiara che vengano destinati per la fondazione di un altro monastero ad honorem omnipotentis dei et sancii petri ubi sanctum corpus eius requiescit sub potestate romane ecclesie cum omnibus supradictis bonis quia hoc quod beato petro dare decrevi sub hac conditione confinilo.
Il dì 27 novembre dell' anno 1073, Kisla fa donazione al monastero di San Pier Maggiore dell'intiera metà e della intiera sua corte e nello stesso giorno il vescovo Ranieri conferma al monastero il possesso dei beni e le donazioni di Kisla e specialmente ecclesia i beate marie ferlaupe que ita dieta est et ecclesiam beati petri in scraragio et ecclesiam sancii remigi et ecclesiam sancti felicis propc et cum omnibus rebus et causis ad supradictas ecclesias et curtes pertinentibus (6).


Chiesa di San Pier Maggiore, Mappa del Buonsignori, 1586


Papa Eugenio III nel 1152, Ambrogio vescovo di Firenze nel 1156, papa Celestino III nel 1192, confermarono al monastero il possesso dei beni e delle donazioni di Kisla.
Dalla carta del vescovo Pietro chiaramente si apprende che l'antica chiesa di San Pietro, circa l'anno 1066, fu restaurata, forse anche ampliata e rinnuovata nella sua facciata: Est quedam ecclesia in honorem scindi petri non longe a fiorentina urbe posila florentinoriun suinptibus decorata facie innovata guani iti pulchriorem inorimi dirigendam fritetificare desiderans elegantiam redegi.
Nel secolo XIV fu completamente rinnuovata, essendo per l'antichità ruinosa e fatiscente. Tra i legati e i lasciti per l'ampliamento della chiesa, si trova che un tal Guernerio lascia un braccio di pietre murate a calcina a sue spese: prò augmentando dictam ecclesia ni unum brachium lapidem muratimi ad calcinam suis expensis e dopo la morte di Gemma sua moglie ordina che si venda la casa di sua abitazione e se ne impieghi il prezzo per il rifacimento della chiesa.
I lavori furono incominciati ai primi del secolo, ma dovettero procedere lentamente, tanto che nel 1310 il vescovo Antonio D'Orso faceva appello alla carità di tutti i fedeli della sua diocesi, perchè concorressero con elemosine ad perfeciionem honorabilis et sumptuosi opcris ecclesie sancii petri maioris.
Nei libri di spese degli anni 1369, 1370, 1371 e seguenti, sono registrati dei pagamenti fatti a Niccolao, a Tuccio, a Matteo di Pacino, dipintori, che avevano oprato in San Pier Maggiore.


Piazza San Pier Maggiore, Stampa di Giuseppe Zocchi, 1744

Nei secoli successivi altri restauri e rifacimenti tolsero a questa vetusta chiesa quel poco che conservava dell' antica forma. Aveva tre navi ed era ricca di opere d' arte.
Andrea di Cione Orcagna aveva eseguito una tavola bella e grandiosa che, quando la chiesa fu distrutta, fu comprata dai signori Francesco Lombardi e Ugo Baldi e poi venduta al Museo Nazionale di Londra.


Crocifissione, Jacopo di Cione, 1369 - 1370, National Museum London 

Lorenzo Monaco aveva dipinta la cappella dei Fioravanti. Pietro Perugino lavorò un Cristo morto, con San Giovanni e la Madonna. L'affresco pregevolissimo trovavasi in capo a una scala, e all'epoca della distruzione della chiesa fu trasportato in una cappelletta del 2° piano del palazzo Albizi.
La cappella Palmieri era decorata di una bellissima tavola, sulla quale era dipinta l'Assunzione della Vergine di mano di Sandro Botticelli, che l'eseguì secondo il disegno e il concetto di Matteo Palmieri. Questa tavola fu tenuta molto tempo coperta per cagione di essere stata dipinta «secondo una certa opinione che aveva il detto Matteo intorno alle anime nostre et alla natura degli angioli, la quale insieme con un' opera da lui composta fu dannata, e lui dopo morto dissotterrato et arso». L'opinione del Palmieri non era che l'errore di Origene, il quale ammetteva che i nostri corpi fossero animati dagli angeli, rimasti neutrali nel fallo di Lucifero.
Sembra però, che quel dipinto fosse fatto coprire per invidia o per ignoranza, perchè fu dipoi riscontrato, che non aveva vestigio alcuno di quelle opinioni. La pittura, che era importantissima altresì per vedersi nel fondo una parte dei contorni di Firenze, dopo varia fortuna, con disdoro di chi doveva curare il patrimonio artistico della nostra città, è finita in mani straniere. Raffaellino Del Garbo e Baccio da Montelupo oprarono in San Pier Maggiore e Desiderio da Settignano fece il tabernacolo di marmo per l'Eucarestia, che, sebbene privo di figure, era di bella maniera e di grazia squisita. Dopo la rovina della chiesa fu trasportato in una bottega di marmista in piazza Madonna e oggi se ne ignora la sorte.
Questa chiesa antichissima, minacciando rovina, fu demolita nel 1784, senza che alcuno protestasse contro siffatto vandalismo. Non rimase che il portico eretto nell'anno 1638 da Matteo Nigetti e sul quale si legge l' iscrizione:

DEO IN HONOREM PRINCIP. APOSTOL. LUCAS DE ALBIZIS

AN. MDCXXXVIII
 

che ricorda la munificenza del senatore marchese Luca degli Albizi.
Come le più importanti basiliche ebbe annesso uno spedale, la cui fondazione rimonta all'anno 1065. In chiesa erano moltissime sepolture, che ricordavano antiche famiglie fiorentine. Vi furono sepolti anche Lorenzo da Credi, detto il Ghirlandaio, Piero di Cosimo e Mariotto Albertinelli. Al vescovo Pietro sembra rimonti l' istituzione di quella curiosa cerimonia detta «lo sposalizio della Badessa», che si rinnuovava ogni volta che il vescovo nuovamente eletto prendeva possesso della sede. Infatti, avendo egli installate le monache in una delle più ragguardevoli nostre basiliche, e avendo fatta loro donazione di alcune terre, non sembra erroneo l'ammettere che volesse perpetuarne la memoria e in certa guisa il vassallaggio con quest'atto d'infeudazione per annuhim, da rinnuovarsi da ciascun successore.


Piazza San Pier Maggiore, Fabio Borbottoni

Il più antico ricordo del cerimoniale tenuto in questa circostanza l'abbiamo dal Bullettone (7) nella descrizione del possesso del vescovo Jacopo da Perugia, avvenuto il 30 di giugno dell'anno 1286 e della quale riferirò quella parte, che riguarda la cerimonia compiuta in San Pier Maggiore (...)
Nell'atto, di possesso del vescovo Lottieri Della Tosa, avvenuto il dì 24 febbraio dell'anno 1301, è detto che in San Pier Maggiore pranzarono col vescovo Enrico Della Tosa, Gherardo dei Visdomini e altri canonici, il che suscitò una protesta per parte di prete Chello, sindaco del monastero, ricordando che il vescovo secondo l'antico costume doveva pranzare solo, intendendo che questa novità non dovesse apportare alcun pregiudizio al monastero.
Dipoi il vescovo, a istanza della badessa e delle monache, pose nel dito anulare della badessa un anello d'oro con zaffiro per continuare l'antica consuetudine: (...).
Da questo documento si deduce, che la cerimonia dell'anello doveva essere stata già da vari vescovi abbandonata; infatti non se ne fa parola nell'atto di possesso del vescovo Jacopo di Perugia, e Lottieri della Tosa prima di compierla volle ricercarne la verità presso persone degne di fede.
 

L'antica chiesa romanica ebbe varie trasformazioni e nelle sue forme gotiche trecentesche
è visibile nella tavola col Miracolo di san Zanobi di Ridolfo del Ghirlandaio


(1) La resurrezione del fanciullo è narrata, oltreché nella leggenda del falso Simpliciano del secolo XIII (Bibl. Med. Laur., Pluteo XXVII, cod. 1 . anche in quella più veridica del secolo XI di Lorenzo arcivescovo di Amalfi (Bibl. Med. Laur., Plut. XX, cod. I, II). Il luogo su cui San Zanobi si prostrò per ottenere il miracolo, fino dai tempi dell'Amalfitano era detto Geniculum e a quello fermavansi i novelli vescovi, quando da San Pier Maggiore si recavano a Santa Reparata per compiere la funzione dell'insediamento.
Nel lunedì di Pasqua, quando il clero recavasi processionalmente alla stazione a San Pier Maggiore, al ritorno si fermava al Geniculum, dove cantata l'antifona e detta l'orazione di San Zanobi, a ricordanza della letizia provata dalla madre del fanciullo risorto e dello stupore del popolo, si scioglieva la processione e tutto il clero tornava confusamente a Santa Reparata. La processione fu perciò detta degli scappati. Onesta funzione non è ricordata nel codice Rubricete Ecclesiae florentinae (Bibl. Rice, n. 3005J e neppure nell'altro del secolo XIII, intitolato Mores et consuetudine canounicae florentinae (Arch. dell' ()p. di S. M. del Fiore, n. 21, serie II.
Il luogo ove accadde il miracolo è ricordato dalla seguente iscrizione, che trovasi in Borgo degli Albizi, sotto una finestra a terreno del palazzo Altoviti. Fu collocata oltre la metà del secolo XVI dal sen. Baccio di Filippo Valori:

B. ZENOBIVS PVERVM SIBI A MATRE GALLICA ROMAM EVNTE

CREDITVM ATQVE INTEREA MORTVVM DVM SIBI VRBEM

LVSTRANTI EADEM REVERSA HOC LOCO CONQVERENS

OCCVRRIT SIGNO CRVCIS AD VITAM REVOCAT

AN SAL CCCC.

 

(2) A pag. 95.
(3) Arch. di St. fior., Diplomatico, Badia, 103 1, 26 agosto.
(4) Il vescovo Pietro, fondatore del monastero di San Pier Maggiore, non è che il vescovo Pietro Mezzabarba, nato a Pavia, soprannominato il Simoniaco, perchè fu detto che egli aveva ottenuta simoniacamente la Chiesa di Firenze. A questo vescovo si riferisce l'avvenimento della prova del fuoco, a cui si sottopose il monaco Pietro Aldobrandino che per averla felicemente superata si disse perciò Igneo. Narra l'Ughelli [Italia Sacra, tomo III, pag. 95) che papa Alessandro II nella piena convinzione della reità del vescovo Pietro, lo abbia deposto dalla sede, sostituendogli un altro vescovo di nome Pietro, che, a distinzione del simoniaco suo antecessore, sarebbe stato detto il Cattolico, e finalmente poi narra, che quello pentito della sua colpa siasi recato a farne penitenza nel monastero di Settimo, e tuttociò stabilisce avvenuto nell'anno 1063. Ma, con buona pace dell'Ughelli e di quanti da lui copiarono la notizia, è invece a sapersi che resulta da documenti (Fiorentini, Memorie della gran contessa Matilda, lib. I, pag. 95 e pag. 141; Brocchi, Vite dei SS. e BB. fior. ; Lami, Eccl. Fior. Mon., voi. I, pag. 103 e seg.) che il Mezzabarba mai fu deposto dalla sua sede; o se pur lo fu, vi venne ben presto ristabilito. Quanto alla prova del fuoco, sarebbe accaduta nel 1068 e non nel 1063. Perciò non a due, ma a un solo vescovo Pietro appartengono le notizie che di due differenti vescovi recò l'Ughelli, e perciò il documento di cui egli fece menzione e che attribuì al suo Pietro il Cattolico, appartiene all'unico Pietro che resse la Chiesa di Firenze dal 1060 al 1068. Ed è il documento a favore del monastero di Santa Maria di Firenze, dato all'abbate ad esso il dì 15 gennaio dell'anno 1064 ab incarnatione (s. c. 1065).
Ammesse le prove documentate del Fiorentini, del Brocchi, del Lami, anche il diploma del vescovo Pietro a favore di San Pier Maggiore, nonché la successiva bolla di papa Alessandro II a conferma di quanto era stato disposto da lui, entrambi del 1067, devonsi riferire all'unico Pietro che visse a quei giorni, e non all' immaginario Pietro soprannominato il Cattolico.
Ed egli stesso e non altri fu il Pietro che il dì 8 luglio dell' anno 1068 sottoscrisse a una sentenza della contessa Beatrice a favore di Broccardo arcidiacono di Lucca. È probabile che in quest'anno egli sia morto, giacché appunto nel 1068 si trovano memorie, che ci mostrano la Chiesa di Firenze affidata in amministrazione a Rodolfo vescovo di Todi.
(6)L'Ughelli e altri lessero San Benigno, ma è chiaramente indicato San Remigio. 131 Arch. di St. fior., Diplom., San Pier Maggiore, 1073, 27 novembre.
(7) Pag. 356 e seg.
Questa nota di spese si riferisce all'ingresso in Firenze del vescovo Angelo Acciaiuoli.
In un libro di ricordanze (Arch. di St. fior., San Pier Maggiore, 51, c. 27) sotto la data dell' anno 1383, trovansi registrate le seguenti «spese per la venuta del vescovo»:
per spagho et refe per la materassa s. 7;
per VI staia di grano IL XII ;
per una mina di salina 11. II;
battitura la banbagia d. 8 la lib. 11. II s. XIII d. 4;
per facitura lamaterassa s. 32 ;
per lib. 39 di lardo a d. 20 la lib. 11. 3 s. 5;
per I soma di sarmenti per le pere 11. X s. VI ;
per lib. 700 di carboni dicerro il c7° 11. VI s. VI;
per III starne 11. I;
per 9 capponi a s. 14 d. 6 luno 11. VI s. X d. VI;
per un paro chapponi per cascio di forma et per lib. 143 divitella a d. 28 la lib. 11. XVI s. XIII;
al pera per vino biancho fior. 3 doro 11. I s. 5;
per rechatura 2 barili s. 26 al sensale 11 s. 3;
al fante chemeno elcavallo s. X;
per t6 mazze s. 24;
a portatori s. 4;
alla famiglia designori f. 1 doro;
per rena s. 28 a d. 8 la s.° 11 s. iS d. 8.;
per mezzane 11. 4;
a zanobi pacini 11. 3;
a piero ducei 11. 1 s. X;
per rechatura polli s. 1 d. 8;
per 11. 42 di pancia per 11. 21 j discamerita a d. VI la lib. 11. 4 s. 1 d. 4;
per 11. 8 disugnaccio a d. 26 la 1. s. 17 d. 4;
per 11. 247 divitella apacino a d. 3;
per vino vermiglio bar. 4 et metadella V a s. LV1 il barile 11. XI s. VI;
al chuffia chuoco f. llll diegii per marcilo;
per portare et rechare le cose della cucina 11. IIII;
a francescho bicchieraio f. 4 doro et abenino di guccio f 11 di penna per lo piumaccio f. II et s. 18 d. 8.

Arnaldo Cocchi, Volume 1, Le chiese di Firenze dal secolo IV al secolo XX, Firenze, Pellas, Cocchi & Chiti successori, 1903​

 

Giuseppe Conti, Firenze Vecchia, CAP. XXXV
A San Pier Maggiore, anche prima di quell'epoca, si faceva festa solenne; e le monache ivi stabilite, addobbavano la chiesa con grande ricchezza, esponendo all'adorazione dei fedeli il quadro di "Maria Vergine gravida"!
Per dir la verità, quelle monachine tanto spregiudicate avrebbero forse fatto meglio a non toccare un tasto così delicato, facendo invece la festa a qualche altra Madonna che si adattasse più alla chiesa d'un convento di monache!
Ma, riflettendoci bene, non c'era da far le meraviglie, perché la badessa di quel monastero avendo il privilegio di sposare virtualmente per antica usanza l'arcivescovo di Firenze prima che questi prendesse possesso della diocesi, si poteva menar buono anche la "Madonna gravida".


Madonna del Parto, Taddeo Gaddi, Chiesa di San Francesco di Paola

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