Storia, materiali e segreti del grande tappeto di marmo
Tra le tante meraviglie della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, c'è un elemento che sfugge spesso all’attenzione dei visitatori più frettolosi, ma che merita un’osservazione attenta: il pavimento marmoreo, un'opera che trasforma il suolo della chiesa in un immenso tappeto scolpito e intarsiato, frutto di oltre un secolo di lavoro e di una complessa gestione tecnica, economica e artistica.
Nel 1500, la pavimentazione originaria della Cattedrale — realizzata in cotto e ormai usurata — si presentava in condizioni inadeguate per il prestigio dell’edificio. L’Arte della Lana, storica corporazione fiorentina incaricata della cura della chiesa, commissionò all’architetto Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, un progetto per una nuova pavimentazione che rispondesse al decoro e all’imponenza del Duomo. Il progetto, ambizioso e dispendioso, prevedeva intarsi marmorei disposti secondo geometrie che richiamavano, idealmente, la decorazione a lacunari della cupola. Tuttavia, il cantiere procedette lentamente, complici i costi, le difficoltà logistiche e la morte del Cronaca nel 1508. A quel punto il lavoro fu affidato a due nomi di rilievo della scultura e architettura fiorentina: Francesco da Sangallo e Giuliano di Baccio d’Agnolo.
La pavimentazione del Duomo è frutto di decenni di lavoro artigianale, svolto da scalpellini e maestranze specializzate che operarono sotto la direzione dei diversi architetti succedutisi alla guida del cantiere. Il lavoro riprese sistematicamente nel 1520, quando Baccio d’Agnolo e Francesco da Sangallo coordinarono la ripavimentazione delle tribune e della navata centrale, mantenendo l’impostazione decorativa concepita dal Cronaca: un susseguirsi di figure geometriche, motivi floreali e campiture simmetriche, capaci di enfatizzare la monumentalità dello spazio liturgico.
Un mosaico di pietre pregiate: provenienza e colori
Il pavimento fu realizzato mediante la tecnica della tarsia marmorea, che consiste nell’intarsiare lastre di marmo di colori diversi per formare disegni decorativi. La scelta dei materiali non fu casuale: ogni colore, ogni venatura rispondeva a esigenze simboliche e stilistiche.
Ecco i principali tipi di marmo utilizzati e la loro provenienza:
- Marmo bianco: proveniente dalle Alpi Apuane, in particolare da Seravezza, inizialmente destinato alla facciata di San Lorenzo per volontà di papa Leone X.
- Marmo verde: estratto nelle cave di Prato, utilizzato per delineare contorni e campiture secondarie.
- Marmo nero: proveniente da una vena oggi esaurita delle cave di Colonnata, ideale per creare profondità visiva nei motivi geometrici.
- Marmo rosso: in parte rosso ammonitico dalle Alpi centrali e in parte estratto nei pressi di Monterantoli, in Toscana.
- Granito dell’Impruneta: resistente e dall’aspetto omogeneo, impiegato in alcune porzioni della navata.
- Verde antico di Tessaglia e marmo africano: utilizzati in zone selezionate per particolari effetti cromatici; il marmo africano in particolare presenta tonalità gialle, blu e rosa, che aumentano la complessità e la ricchezza visiva dell’intera pavimentazione.
Le pietre non vennero solo acquistate: in alcuni casi, si ricorse a materiali di riuso. Un episodio interessante riguarda la decisione di riciclare i marmi già estratti per la facciata di San Lorenzo, mai completata ma soprattutto mai iniziata. Dopo l’annullamento del progetto da parte di Leone X, quei blocchi furono destinati al pavimento del Duomo, riducendo gli sprechi e rendendo possibile il completamento dell’opera.
Nonostante gli sforzi e le competenze coinvolte, la pavimentazione richiese decenni di lavoro. Gli operai dell’Opera del Duomo dovevano affrontare costi sempre crescenti per materiali, trasporto e manodopera. Le lastre dovevano essere tagliate, lucidate e incise con precisione, seguendo modelli geometrici che dovevano adattarsi alla pianta complessa dell’edificio, mantenendo coerenza tra la navata, il transetto e l’area absidale.
L’ultimazione dei lavori avvenne nel 1660, a più di 150 anni dalla prima progettazione. A quel punto, la pavimentazione era divenuta una delle più estese e raffinate d’Europa, un vero museo orizzontale incastonato nel cuore liturgico della città.
Nel 1966, durante la tragica alluvione di Firenze, l’intero pavimento fu sommerso da acqua e fango. Nei mesi successivi, l’Opera del Duomo avviò un complesso intervento di restauro per recuperare i danni. Fu proprio durante questi lavori che vennero alla luce alcuni pezzi di marmo antichi, reimpiegati probabilmente dalla vecchia facciata progettata da Arnolfo di Cambio. I frammenti decorativi erano stati rovesciati, levigati e adattati, una pratica diffusa nel Rinascimento, che coniuga rispetto della materia e spirito di economia.
Un’opera da guardare… sotto i piedi: Ancora oggi, il pavimento del Duomo di Firenze conserva gran parte della decorazione originale. Solo alcune aree, in particolare nelle tribune, sono state oggetto di parziali rifacimenti. La maggior parte delle tarsie, tuttavia, è intatta, testimoniando una straordinaria capacità progettuale e tecnica, oltre alla tenacia delle istituzioni che hanno curato l’edificio nei secoli.
Spesso, entrando nella Cattedrale, lo sguardo sale verso la cupola. Ma basterebbe chinarsi un attimo per cogliere sotto i propri piedi un altro capolavoro: un'opera paziente, silenziosa, ma non meno grandiosa di quelle che si ergono verso l’alto.
Bibliografia essenziale:
- M. Haines, Santa Maria del Fiore. La costruzione della cattedrale di Firenze, Mandragora, Firenze, 2012
- A. Cecchi, Architettura e decorazione del Duomo di Firenze, Edifir, Firenze, 2016
- S. Borsi, Firenze nel Rinascimento. Arte, architettura, urbanistica, Marsilio, Venezia, 2021
Dalla loro origine portatile alle strutture permanenti per la devozione e la sicurezza durante le epidemie di peste.
Monumento quattrocentesco in marmo e maiolica invetriata, con figura distesa del vescovo e cornice decorata.
La chiesa ha avuto un ruolo nella storia fiorentina, culminato negli anni Trenta del secolo scorso con le "Messe dei poveri".
La chiesa dei Santi Apostoli a Firenze, ricca di storia e leggende, è celebre anche per le schegge del Santo Sepolcro e la sua facciata romanica.