Braccio di Bartolo

Morgante: dal poema cavalleresco alla corte dei Medici.
Nel cuore della Firenze del Quattrocento, Luigi Pulci compose tra il 1478 e il 1483 il poema eroicomico Morgante. In quest’opera, che mescola ironia popolare e solennità epica, un gigante pagano, sconfitto da Orlando, rinuncia alle sue credenze, si converte al Cristianesimo e diventa compagno d’armi del paladino. Il personaggio incarna il gusto rinascimentale per il paradosso: smisurato nelle proporzioni ma ingenuo nello spirito, devoto e insieme comico. Il poema conobbe ampia fortuna anche fuori d’Italia e offrì a François Rabelais uno dei modelli per il suo Gargantua e Pantagruele.
Un secolo più tardi il nome “Morgante” venne attribuito, con ironia, a un uomo reale: Braccio di Bartolo, originario di Castel del Rio, affetto da acondroplasia (1). Entrò giovanissimo al servizio di Cosimo I de’ Medici e ne divenne uno dei più celebri buffoni di corte. Un documento del 1555 lo ricorda come “servo dilettissimo” del duca, anno in cui Cosimo gli concesse in dono una fattoria nei pressi di Arezzo, identificata tradizionalmente con la tenuta di Foracava a Faella, già appartenuta alla famiglia Aquilani. Il privilegio ducale gli consentì non solo di gestire un podere in proprio, ma anche di sposarsi e avere figli, benché i nomi della moglie e della discendenza restino tuttora ignoti nelle fonti pubblicate. L’esistenza di questa famiglia è attestata da cronache e studi successivi, mentre eventuali dettagli anagrafici vanno cercati nei registri del Mediceo del Principato e nelle trascrizioni del Medici Archive Project.


Il ruolo ufficiale di Morgante era quello di uccellatore (2), specializzato nella cattura di piccoli volatili da richiamo con l’ausilio di civette. Proprio in questa veste Agnolo Bronzino lo immortalò intorno al 1553 in un celebre ritratto a doppia faccia: sul recto il nano compare prima della battuta di caccia, con la civetta pronta a essere usata come esca; sul verso lo si vede poco dopo, con una ghiandaia catturata in mano. Il dipinto, oggi a Palazzo Pitti, fu restaurato nel 2010 riportando alla luce dettagli originari e cancellando aggiunte ottocentesche. Anche la scultura celebrò la sua figura: Valerio Cioli lo rappresentò nella Fontana del Bacchino (1560) nel Giardino di Boboli, nudo e corpulento a cavalcioni di una tartaruga, mentre Giambologna lo raffigurò in bronzo nel 1582, seduto su un mostro marino, oggi conservato al Museo del Bargello.

Morgante restò legato alla corte fino alla morte, avvenuta intorno al 1580, probabilmente a causa di un’influenza (“mal castrone” nelle fonti). La sua memoria non si esaurì nella funzione di buffone: fu un uomo arguto e pungente, capace di conquistare l’affetto del duca e la curiosità degli artisti. Attraverso ritratti, sculture e cronache, la sua figura sopravvive come testimonianza della complessità sociale e simbolica della Firenze medicea, sospesa tra arte, ironia e potere.

1) L’acondroplasia.
È la forma più comune di nanismo disarmonico, dovuta a una mutazione genetica che colpisce lo sviluppo osseo. Chi ne è affetto presenta tronco di dimensioni regolari, arti corti e testa relativamente grande con fronte prominente. Nel Rinascimento, persone con acondroplasia erano spesso accolte nelle corti come buffoni o curiosità viventi, ma potevano anche conquistare ruoli di rilievo e privilegi, come dimostra la vicenda di Morgante, che trasformò la sua condizione in un tratto distintivo della propria presenza sociale e artistica.
2) L’uccellatore.
Nelle corti rinascimentali l’uccellatore era colui che si occupava di catturare uccelli vivi, utilizzati sia come richiami nella caccia sia come curiosità da collezione. L’attività, praticata con reti e civette ammaestrate, non apparteneva alla caccia nobile (riservata a cervi, cinghiali o falconeria), ma aveva un ruolo importante nell’economia e nell’intrattenimento di corte. Nel caso di Morgante, l’incarico gli consentì di distinguersi e di essere raffigurato in celebri opere come il doppio ritratto di Bronzino.

 

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