Il giorno in cui Francesco lasciò

Quando si dice che san Francesco “si dimise dal suo ordine”, bisogna subito mettere a fuoco il momento preciso. Siamo nell’autunno del 1220, molto probabilmente tra settembre e ottobre, dopo il ritorno di Francesco d’Assisi dall’Oriente. Francesco era nato ad Assisi nel 1181 o 1182, aveva dato inizio alla fraternitas dei frati minori attorno al 1208-1209, aveva ottenuto da Innocenzo III una prima approvazione orale della sua forma di vita, e nel giro di pochissimi anni si era trovato a capo non più di un piccolo gruppo di compagni, ma di un movimento enorme, sparso, difficilissimo da governare. A quel punto accadde il fatto decisivo: Francesco lasciò la direzione dell’Ordine, affidandola a Pietro Cattani. Le fonti moderne più serie concordano su questo snodo e lo collocano appunto nel 1220.
La spiegazione edificante, quella che per secoli è piaciuta di più, è che Francesco lo abbia fatto “per umiltà”. E naturalmente l’umiltà c’entra, perché Francesco aveva davvero una spiritualità radicale, diffidava del potere, preferiva obbedire piuttosto che comandare, e nel suo Testamento, dettato poco prima di morire nel 1226, insiste proprio sull’obbedienza al ministro generale. Però, presa da sola, questa spiegazione non basta. 
Non basta perché nasconde il dato storico più interessante: Francesco si ritirò anche perché il suo Ordine stava diventando qualcosa di diverso da ciò che lui aveva immaginato all’inizio. Treccani lo dice con chiarezza: l’abbandono della direzione avvenne dopo i primi contrasti scoppiati mentre lui era in Oriente, nel momento in cui la fraternità si stava trasformando in un vero ordine religioso, con gerarchie, province, sedi stabili, noviziato e una regola sempre più fissata in forma giuridica.
E qui sta il punto vero, quello storicamente più solido. Francesco aveva pensato a una compagnia di penitenti poveri, itineranti, fraternamente uguali, senza proprietà e senza l’ambizione di diventare una macchina ecclesiastica. Ma tra il 1217 e il 1220 i frati erano cresciuti troppo in fretta. Un movimento del genere, nel cuore della Chiesa del Duecento, non poteva restare indefinito. Roma voleva incanalarlo, proteggerlo e al tempo stesso disciplinarlo. Papa Onorio III e soprattutto il cardinale Ugolino d’Ostia, il futuro Gregorio IX, capirono benissimo che i Minori potevano diventare uno strumento potentissimo di predicazione e di riforma religiosa. Così l’Ordine cominciò a essere organizzato secondo criteri sempre più stabili: noviziato, strutture, direzione centrale, compromessi normativi, fino alla Regola bollata approvata da Onorio III nel novembre 1223. Francesco, insomma, si trovò davanti a una trasformazione inevitabile per la sopravvivenza dell’Ordine, ma dolorosissima per il suo ideale originario.
Uno studioso francescano come Noel Muscat ha formulato la cosa in modo molto netto: la rinuncia del 29 settembre 1220, alla Porziuncola, non fu un gesto semplice né puramente devozionale; i biografi insistono sull’umiltà, ma dietro c’era probabilmente anche l’incapacità concreta di Francesco di continuare a guidare un organismo ormai troppo grande e, forse, anche la pressione diplomatica di Ugolino. Questo non significa immaginare un Francesco “costretto” con la forza, ma un Francesco che si rende conto di non avere più in mano il suo movimento come nei primi tempi.
Poi c’è il fattore personale, che non va mai dimenticato. Negli anni successivi al 1220 Francesco sta male. Le fonti ricordano malattie pesanti, sofferenze fisiche, isolamento crescente, pochi compagni fidati attorno a lui. Tra il 1223 e il 1226 la sua vita è quella di un uomo consunto: nel 1224 riceve le stimmate alla Verna, nel 1225 compone il Cantico, nel 1226 muore presso Santa Maria degli Angeli, il 3 ottobre. Quindi sì, la salute conta. Ma anche qui bisogna stare attenti: non è che si dimette solo perché è malato. La malattia aggrava una crisi già aperta, non la crea da zero.
Se vuogliamo metterla nei termini de prof. Barbero, il nocciolo è questo: Francesco si accorge che il successo del francescanesimo rischia di uccidere il francescanesimo delle origini. Alessandro Barbero, nelle interviste uscite prima e dopo l'uscita del suo libro, ha insistito proprio su questo paradosso: Francesco crea un movimento, quel movimento diventa un grande Ordine, e poi lui si dimette perché scopre che è diventato qualcosa che non voleva. È una formula efficace, ed è storicamente persuasiva perché coincide con ciò che emerge dalle fonti istituzionali e dalla storiografia: crescita rapidissima, conflitti interni, intervento della curia, trasformazione della fraternità in struttura, disagio del fondatore davanti a un esito che giudica lontano dall’ispirazione iniziale.
Quindi, detta in modo netto, Francesco non si dimise per una sola ragione. Si dimise perché nel 1220 l’Ordine dei Frati Minori non era più soltanto il piccolo gruppo nato ad Assisi dodici anni prima; era ormai un corpo vasto, attraversato da tensioni fra rigoristi e organizzatori, fra ideale di povertà assoluta e necessità di funzionare nella Chiesa reale. Si dimise perché la curia romana, con Onorio III e Ugolino, spinse verso una normalizzazione giuridica. Si dimise perché lui stesso, uomo di radicalismo evangelico, era probabilmente incapace e forse anche indisposto a fare il superiore di una grande istituzione. E si dimise infine perché era fisicamente provato. L’umiltà, dunque, non è una favoletta, ma non è la causa unica: è il linguaggio con cui le fonti devote hanno rivestito una crisi storica molto concreta.

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