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Viaggiare a Firenze nel XVII secolo

Viaggiare a Firenze nel XVII secolo


Dimentichiamo, per un momento, i treni lampo, i tranvai elettrici, le biciclette e gli automobili, e trasferiamoci con l'immaginazione in un tempo, in cui, in certi luoghi, si andava in lettiga o in portantina; mezzi di locomozione antichissimi, già noti a' Babilonesi, a' Greci e a' Romani, e non smessi ancora in quel poetico Oriente, dove anche oggi si va in palanchino. Cocchi e carrozze senza vetri e prive di molle, portantine et similia sono a' giorni nostri anticaglie, che si conservano in musei, in gallerie private, in palagi patrizi, e formano oggetto di studi eruditi e geniali. Il visitatore dell' Esposizione Universale di Parigi potè, alla fine del secolo delle locomotive, osservare parecchi di quei veicoli storici, e pensare al gran re Enrico lV, assassinato dal Ravaillac in una carrozza con le tende di cuoio, e alla regina Maria Antonietta, adagiata nel suo Trianon, sorta di lettiga dipinta dal Watteau. Della seconda metà del Seicento, non usava più la carretta, la cui cassa posava direttamente sulla sala delle ruote, e che aveva servito nel Cinquecento a trasportar le dame alle feste. Non usava più il cocchio, « che era dentro di velluto per lo più rosino e di fuora di panno pagonazzo, con otto pomi alle testate dorati » ; e la carrozza non era più « fabbricata sulle cigne », ma queste stavano « attaccate.... ad archi d'acciaio ben temperati », e cedenti all'urto. Si erano adunque inventate le molle! Ma da certe parole del contemporaneo Rinuccini, il quale ci fornisce questi e altri curiosi particolari, si ricava, che si tornò di poi « a' cinghioni », andando in disuso gli archi « per il rischio di rompersi »! Era un regresso, dovuto alla imperfezione delle prime molle, male costruite.
 



 

Gli italiani, che erano stati maestri de' Parigini col perfezionare il cocchio, sorta di veicolo di origine ungherese, e coll'inviare in Francia carrozze bellissime; nel 1672 invece seguivano la moda della Senna, alla quale dovevano una nuova foggia di carrozza senza molle, detta poltroncina, perché comodissima, e il calesse. Non avevano allora le carrozze le semplici e snelle forme moderne, ma in compenso erano dorate, molto adorne e con le portiere — noi diciamo sportelli — fregiate di figure dipinte da artisti non mediocri. Basti il dire, che si conserva ancora a Vienna (scrive il Campori) « un'antica carrozza di gala degli imperatori ornata di pitture di Rubens »!
 


Museo delle carrozze a Firenze

Le Fiorentine, dove la strada era buona, andavano in carrozza, e « in lettiga a vettura »; invece le dame più ricche e d' età solevano recarsi alla loro villa dalla torre merlata in lettiga propria. Le signore uscivano a passeggio in città con staffieri a livrea, mollemente adagiate in carrozze foderate internamente « di velluto nero et anco di colore, e con frange di fuori e di dentro e con il cielo di dentro dorato » (Rinuccini, cap. VI). Il granduca, conduceva « alla portiera a piede il paggio di valigia; ma in campagna » questi andava « a cavallo dietro alla carrozza » (cap. XXXVI). Invano papi e principi, e tra gli altri Ferdinando II di Toscana (nel 1622) e Luigi XIV, avevano cercato impedir l'uso delle carrozze, o almeno il lusso smodato di esse: questo non fece che crescere sempre, in onta di tutte le prammatiche suntuarie. Del resto l'esempio veniva dall'alto; che i sovrani, sfoggiando equipaggi splendidissimi, invogliavano i grandi ad imitarli. In Firenze i gentiluomini si contentavano di privarsi di un'infinità di piccoli piaceri — secondo osservava il Lassels (I, 16) — pur di far mostra di servitori e di belle pariglie.

In Firenze, che aveva forse precorso nell'usare cocchi le altre città d' Italia, le carrozze di corte potevano gareggiare con quelle del duca di Parma, una delle quali, vista dal detto viaggiatore, era di argento battuto, con i cuscini e le tendine ricamati in oro e in argento (I, 158). Il Duval (p. 323) attesta, che alcune del granduca erano rivestite di drappi d'oro lavorati, e che nel mezzo del cielo portavano l'arme de' Medici, le cui palle eran tutte grosse pietre preziose di gran valore.
Apprendiamo dal Deseine (p. 147), che la Granduchessa possedeva due carrozze, ciascuna delle quali era costata 30,000 scudi; e dalla Storia di etichetta (car. 38), che in occasione delle dette nozze si fece per la principessa Margherita una carrozza del valore di 117,000 scudi. È naturale che il Duval, il Lassels, il Deseine, lo Spon, il Wheler, il Misson e altri forestieri non mancassero di visitare la rimessa di Sua Altezza, posta presso la corte di Palazzo Vecchio, la quale conteneva quei legni da Mille e una notte.
Dal detto diario di etichetta (car. 14) si desume, che Margherita andò in Marsiglia alla messa in una lettiga, detta altrimenti seggiola o sedia; in una portantina, cioè, simile a quella che si ammira nel Museo Nazionale di Firenze. Sappiamo inoltre ch'ella fece il suo solenne ingresso nella capitale toscana in un veicolo di tal genere; imitando Maria Teresa, la sposa del Re Sole, che v'anno innanzi era entrata a Parigi in lettiga; mentre prima le donne regali avevano preferito mostrarsi a cavallo di un palefreno, riccamente bardato.
I signori fiorentini più infingardi ed effeminati tenevano lettiga per servirsene in campagna, appunto come le dame; ma comunemente le lettighe si prendevano a nolo. Esse però nel 1667 erano in gran numero scemate, essendo cresciuti i calessi, « comodità » venuta anch'essa dalla Senna. Il calesse aveva avuto l'onore di accogliere, nel 1644, la regina di Francia, e di essere nominato dal re de' commediografi, che dice ne' Facheiux (1661).


 

Era una specie di sedia coperta, « posta », scrive il Rinuccini, « su due lunghe stanghe, che brandivano assai, posate dinanzi su la groppa d'un cavallo, e di dietro su due ruote ». Era, secondo la definisce il Grottanelli, una carrozza leggiera, che aveva « una cassa sostenuta da cigne, raccomandate a' soliti colonnini ».
In certi sentieri — nel 1688, quando l'uso de' calessi era molto generalizzato — si preferiva la lettiga; come. vetture, locande, viaggi e poste. 93 per esempio, nella strada alpestre e malagevole, che menava da Firenze a Bologna (Misson, III, 225). Si sarebbe potuto andare anche in calesse, ma col pericolo di ribaltare.
In certe gole da lupi si andava a cavallo, ma nelle strade buone era consigliabile il calesse. Perché, si domanda il Misson, — al quale dobbiamo molte notizie sul modo di viaggiare verso la fine del secolo XVII — perché esporsi inutilmente, in inverno, alla pioggia e al vento gelido, e, di estate, a' raggi cocenti del sole, quando si può andare comodamente in calesse, al riparo e all'ombra! C'è inoltre il vantaggio di poter portare, dietro la vettura, le valigie dentro la cesta. Vero è che bisogna spesso voltarsi indietro a guardarle.... Infatti qualche ladroncello potrebbe aver l'idea poco spiritosa di alleggerire il legno, e più prudente sarebbe far cavalcare dietro di esso un servitore, che tenga d' occhio la roba.
 


In Firenze, nello Stato del Papa, a Modena, a Parma, e in alcuni altri luoghi, si potevano avere de' cavalli e dei calessi di cambiatura. La maggiore comodità di questo modo di viaggiare consisteva nel potere il forestiero fermarsi dove gli piaceva, e cambiare cavallo o calesse a tutte le poste, senza pagare il ritorno e senza correre (Misson, III, 181); ma c'era però la noia di staccare e riattaccare i cavalli, e di trasportare i bauli da un calesse all'altro. Meglio era averne uno proprio (ivi, p. 182), e, quanto a' cavalli, prenderli a nolo, per non aver sopraccapi.
Poteva perfino darsi il caso, che qualche perfido mozzo di stalla inchiodasse ad arte un cavallo per obbligare il mal capitato tourista a trattenersi più a lungo in una posta (ivi, p. 199). Così egli era costretto a contemplare più giorni un paesaggio, che avrebbe certo preferito vedere alla sfuggita.

In quegli angusti trabiccoli ambulanti non c'era posto che per due persone, e quindi, se si trattava di una comitiva, bisognava patteggiarne parecchi. Il Misson consigliava, nel 1694, le calèches vetture rapide e comode, — erano le cosiddette chaises roulantes, proibite in Francia dal Louvois nel 1680, perché rovinavano i cavalli, di cui vi era bisogno per la cavalleria? — mentre il viaggiare in sette od otto in un lento carrozzone di posta era, una specie di purgatorio, al quale non tutti i cristiani potevano rassegnarsi. Non trovo chiara menzione di tal modo di viaggiare ne' diari e ne' Viaggi in Italia della seconda metà del secolo XVII; ma esso era comune in Francia, e credo usasse anche altrove, e segnatamente in quella Toscana, che aveva un ordinamento postale molto simile al francese. Il povero diavolo, che prendeva un posto in una « carrosse de volture », se per sua disgrazia tirava vento, o venivano folate di pioggia e di nevischio, vi restava quasi al buio insieme con gii altri compagni di.... sventura, perclié bisognava tenere abbassate le tende di cuoio, che i vetri usavano soltanto nelle vetture di città. Quell'enorme diligenza lumaca, che partiva quando poteva — cioè quando tutti i posti erano presi — sovraccarica di bauli, di valigie e di portamantelli e guidata da postiglioni, impiegava da Parigi a Nizza — afferma il Marcevaux — non meno di 438 ore: proprio come il direttissimo Parigi- Modane!
Mentre chi non aveva la borsa gaia doveva contentarsi della voiture léthargique, al contrario il touriste ricco correva nel proprio calesse, e il signore e il principe viaggiavano nella propria carrozza a quattro o a sei cavalli.
A' tempi del Misson esistevano già in Firenze, e in altre città d'Italia, le vetture di piazza, chiamate in Francia fiacres, perché il fondatore di quel pubblico servizio abitava (avanti il 1650) in Parigi nella rue Saint-Martin all'insegna di Saint-Fiacre.





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