Buffalo Bill in Europa

Il Wild West di Buffalo Bill effettuò tre tournée in Europa. La prima, nel 1887, fu anche la più trionfale e si svolse interamente in Gran Bretagna. 

La regina e milioni di sudditi britannici accolsero con entusiasmo William Cody, noto come Buffalo Bill, e la sua compagnia. Il fascino dello spettacolo risiedeva soprattutto nella sua apparente autenticità: non vi erano attori chiamati a interpretare personaggi immaginari, ma autentici cowboy, nativi americani, cavalli selvaggi e bisonti, impegnati a rappresentare episodi proposti come fedeli ricostruzioni di vicende realmente accadute. Sull’onda del successo inglese, il Wild West trascorse il biennio 1889-1890 nell’Europa continentale, dove alcune sue sezioni rimasero in attività senza interruzioni fino alla tournée conclusiva del 1893. Per una parte consistente del pubblico europeo, quell’esperienza costituì il primo vero incontro con la frontiera americana. Se tedeschi e inglesi avevano già familiarità con il West grazie alla narrativa popolare e a una certa divulgazione scolastica, in molte altre aree del continente i cowboy e gli indiani appartenevano ancora a un immaginario vago, se non del tutto sconosciuto. E anche tra coloro che ne avevano sentito parlare, non erano pochi quelli che tendevano a considerare quelle storie come esagerazioni o invenzioni. Fu Buffalo Bill a trasformare quel repertorio in una realtà visibile, portandolo direttamente nelle città europee: cowboy ruvidi, cavalli bradi e indiani che, in diversi casi, provenivano davvero dai territori in cui il governo statunitense li aveva confinati dopo le guerre contro l’esercito americano.
La ricezione del selvaggio West messo in scena da Buffalo Bill variava inevitabilmente da paese a paese, ma l’effetto fu ovunque profondo e duraturo. L’importanza storica di quel successo sta proprio qui: da allora in poi, la storia della frontiera americana venne largamente interpretata attraverso la rappresentazione spettacolare offerta da Cody. Anche Hollywood finì per adottare una visione del West fortemente modellata su quella del Wild West, contribuendo a consolidare un immaginario che, nel frattempo, in Europa si era ormai imposto come norma. In questo senso, le radici simboliche dello spaghetti western possono essere fatte risalire proprio alla tournée italiana del 1890, quando lo spettacolo di Buffalo Bill giunse nel nostro Paese.
Nel 1890, Firenze, pur essendo una città relativamente contenuta nelle dimensioni, occupava una posizione di primissimo piano nel panorama culturale europeo. Forte della sua eccezionale concentrazione di arte e architettura, coltivava la consapevolezza di essere stata culla del teatro e dell’opera, patria di Dante e Petrarca, luogo legato a Leonardo da Vinci, a Galileo, a Michelangelo e a Brunelleschi. A questa eredità si aggiungevano una tradizione artigianale di alto livello, una vivace cultura musicale e una reputazione ormai consolidata per la qualità della cucina e dei vini. Sul piano del prestigio culturale, soltanto Parigi — e forse Vienna, Berlino e Roma — potevano essere considerate sue rivali. Ben pochi luoghi, dunque, apparivano più lontani, per sensibilità e tradizione, dalla rude civiltà del West americano. 
Firenze era una città sofisticata, abituata alla meraviglia e all’eccezionalità dello spettacolo. Aveva ospitato corse di carri nelle piazze e fatto innalzare persino vulcani artificiali per scenografie pirotecniche. Nei giorni festivi si riempiva di folle imponenti, mentre i visitatori continuavano ad affluire per contemplare i suoi monumenti. Proprio per questo, essendo una città esperta nell’arte del meravigliare, si rivelava anche un luogo difficile da sorprendere.

Non stupisce, quindi, che l’annuncio dell’arrivo di Buffalo Bill a Firenze, fissato per l’11 marzo 1890, non producesse inizialmente particolare eccitazione. Il clamore suscitato dagli spettacoli di Napoli e Roma non sembrava essersi trasferito verso il pubblico più settentrionale, e i manifesti pubblicitari provocarono più ironia che attesa. Lo slogan «Sto venendo» dovette offrire ampio materiale al consueto spirito corrosivo dei fiorentini. Del resto, la stampa era occupata da temi ritenuti ben più urgenti: la politica, le vicende della casa reale, la crisi africana legata alle ambizioni coloniali italiane e l’epidemia influenzale. Accanto alla visita della Compagnia d’Opera della Scala di Milano, che peso poteva mai avere un circo itinerante di americani?
A interessarsi all’evento fu però un giornalista, Sigabetta, ex allievo di Paolo Mantegazza, il celebre patologo, antropologo e uomo politico fondatore del Museo di Storia Naturale di Firenze. A muoverlo era soprattutto la curiosità di vedere gli indiani. Lungo il percorso che lo conduceva dalla redazione de La Nazione, nel centro cittadino, attraverso Il Corso e poi verso Piazza Beccaria e l’area dello scalo merci ferroviario, il cronista raccolse le impressioni che sarebbero confluite nell’articolo pubblicato nell’edizione serale.
Il suo resoconto si apriva con l’arrivo del treno speciale proveniente da Roma, giunto alle 8.30 del mattino, con il lungo convoglio composto da vagoni per attrezzature e animali, oltre a carrozze di prima e seconda classe. Fra gli elementi che più lo colpirono vi era la celebre diligenza di Deadwood, presentata come un autentico reperto della storia della frontiera. Il giornalista insisteva sul valore evocativo dell’oggetto: le crepe della vernice e le deformazioni della carrozzeria apparivano ai suoi occhi come tracce materiali di un passato avventuroso e violento, in cui un viaggio in diligenza poteva facilmente trasformarsi in un rischio mortale.
Nel medesimo articolo, Sigabetta osservava con attenzione anche l’arrivo degli interpreti dello spettacolo. Scendevano prima uomini e donne dalle carrozze di prima classe, fra cui la già celebre Annie Oakley; poi i messicani, e infine i nativi americani, avvolti in coperte variopinte che ne lasciavano intravedere appena i volti. Il giornalista elencava le provenienze tribali — Sioux, Arapaho, Piedi Neri, Oglala — e insisteva sul carattere pittoresco dell’insieme, oscillando continuamente, nel lessico e nel tono, fra fascinazione etnografica, curiosità spettacolare e stereotipo coloniale.
L’operazione di scarico degli animali gli apparve sorprendentemente rapida ed efficiente. Cavalli, bisonti e muli texani vennero fatti scendere in pochi minuti grazie a un sistema semplice ma efficace, senza che si rendesse necessario alcun aiuto esterno. In meno di mezz’ora dal loro arrivo, uomini e animali erano già pronti a dirigersi verso i prati della Zecca, dove sarebbe sorto l’accampamento. La scena, osservata nella luce limpida di una mattina mite, assunse agli occhi del cronista il valore di uno spettacolo nello spettacolo: una processione di cavalieri, messicani e cowboy che attraversava la città con animali al seguito, quasi a introdurre Firenze, prima ancora della rappresentazione ufficiale, dentro l’immaginario della frontiera.
Questa capacità di trasformare ogni momento logistico in evento pubblico non era casuale. Cody possedeva un talento eccezionale per l’autopromozione. Uomo di spettacolo consumato e spesso in costante difficoltà economica, aveva compreso come pochi altri il valore della stampa quale veicolo di amplificazione. Per questo coltivava i rapporti con i giornalisti, li riceveva, li intratteneva, forniva loro storie, immagini, aneddoti e personaggi. L’articolo pubblicato il giorno dell’inaugurazione non era mai un semplice resoconto: costituiva parte integrante della macchina pubblicitaria, che iniziava con i manifesti, si nutriva della curiosità giornalistica e culminava nelle parate cittadine. Cody sapeva offrire ai cronisti esattamente ciò di cui avevano bisogno: una miscela di autenticità, esotismo e narrazione eroica.

Lo dimostra l’intervista che La Nazione pubblicò il 13 marzo, nella quale Sigabetta raccontava il proprio incontro con Buffalo Bill. La scena era costruita con grande abilità. Una piccola delegazione composta da indiani, cowboy e un trapper si presentava per annunciare che il colonnello avrebbe ricevuto il giornalista al campo o in albergo; il colloquio si svolgeva infine in hotel, alla presenza di Crawford, giornalista americano ben noto in Inghilterra e in Francia. Fin dalle prime righe, il cronista insisteva sulla sorprendente mitezza di Cody: nulla, nel suo aspetto o nel suo modo di porsi, richiamava l’immagine aggressiva diffusa dai manifesti. Al contrario, lo descriveva come un uomo semplice e amabile, addirittura somigliante, nei tratti e nell’espressione, a Paolo Mantegazza.
Da quel momento l’intervista assumeva i contorni di un racconto epico calibrato con estrema attenzione. Cody ripercorreva la propria biografia come una successione di imprese esemplari: mandriano, conducente di diligenze, corriere del Pony Express, scout dell’esercito, cacciatore di bufali, guida di emigranti. Ogni episodio veniva raccontato in modo da rafforzare il mito dell’uomo di frontiera: il coraggio nelle cavalcate estreme, la resistenza fisica, la familiarità con il pericolo, la naturale predisposizione all’azione. Persino i dettagli numerici — le miglia percorse, la velocità, i guadi affrontati — contribuivano a dare al racconto un’aura di precisione documentaria, rafforzandone l’effetto di verità.
Allo stesso modo, Cody ricostruiva il proprio passato nelle guerre di frontiera e il celebre episodio dell’uccisione di Mano Gialla, presentandolo come un duello quasi cavalleresco, carico di tensione drammatica ma narrato con apparente semplicità. La scena, così come riferita al giornalista, aveva tutto ciò che poteva affascinare il pubblico europeo: l’eroe riconosciuto dal suo nemico, la sfida individuale, il combattimento ravvicinato, il gesto finale del trofeo strappato al capo avversario. Era il West ridotto a mito puro, a racconto esemplare e perfettamente spendibile sul piano spettacolare.
Non meno significativo è il modo in cui l’intervista costruisce l’autorità di Cody. Egli non si limita a raccontare; mostra libri, articoli, testimonianze, elogi militari. Fa leggere o traduce brani di giornale che lo definiscono uomo modesto, dignitoso, alieno dalla brutalità gratuita. In tal modo, l’eroe della frontiera non appare come un semplice avventuriero, ma come una figura legittimata dalla stampa, dall’esercito e da un’intera cornice di rispettabilità. Anche i dettagli apparentemente secondari — la lentezza con cui parla, la cortesia con cui porge una matita al giornalista, la compostezza dei modi — lavorano tutti nella stessa direzione: trasformare il personaggio in una celebrità credibile, elegante, quasi rassicurante.
L’articolo si chiudeva con la visita all’accampamento dei Prati della Zecca, dove il cronista descriveva tende, letti, fotografie, insegne onorifiche, forzieri, refettori, cavalli, bufali e alloggi dei nativi americani. Anche qui il tono oscillava fra curiosità etnografica e gusto teatrale. Ogni elemento veniva osservato come parte di un universo coerente, perfettamente organizzato e al tempo stesso profondamente esotico agli occhi del pubblico italiano. Persino la quotidianità del campo — il cibo, il riposo, la cura degli animali, le decorazioni delle tende — era restituita come una forma di spettacolo.
Particolarmente eloquente è il breve ritratto finale di Annie Oakley, presentata come donna colta, cortese e prodigiosamente abile nel tiro. La sua presenza aggiungeva un ulteriore elemento di attrazione a un complesso scenico che sapeva fondere eroismo maschile, alterità etnica, disciplina militare e virtuosismo tecnico.
Nel complesso, il passaggio del Wild West a Firenze non fu soltanto la visita di uno spettacolo straniero, ma l’irruzione di un immaginario. In una delle capitali culturali d’Europa, abituata a giudicare con severità ciò che pretendeva di meravigliarla, Buffalo Bill riuscì a imporre la propria narrazione della frontiera americana. E lo fece non solo sul palcoscenico, ma attraverso una strategia comunicativa amplissima, capace di coinvolgere stampa, spazio urbano e curiosità collettiva. In questo senso, la sua impresa non consisteva semplicemente nel rappresentare il West, ma nel fissarne una volta per tutte l’immagine pubblica.

Bibliografia fiorentina:
- Antonio De Marco, “Le tappe toscane del Buffalo Bill’s Wild West e la ‘voglia d’America’ degli italiani, 1890–1906” (Rassegna storica del Risorgimento, 2023). È il riferimento più mirato che ho trovato per la Toscana e quindi anche per Firenze; dal titolo e dall’abstract risulta dedicato proprio alle tappe toscane del Wild West Show tra 1890 e 1906.
- Articoli de La Nazione su Buffalo Bill a Firenze e, più in generale, la stampa fiorentina del 1890. La bibliografia di Bonifazio segnala che, accanto ai giornali romani, anche testate fiorentine come La Lotta, Il Corriere Italiano, La Chiacchera e Il Vero Monello discussero e satirizzarono il passaggio di Buffalo Bill.

Altri articoli
Mani d’olio, vita dura
Mani d’olio, vita dura

Nell’oliveto le donne piegano la schiena per pochi spiccioli: freddo, panni poveri, doppia fatica tra campo e casa. Entra nella cronaca.

La Rificolona
La Rificolona

Come la rificolona è diventata parte integrante della cultura fiorentina, per adesso. Ma poi?

Firenze e le sue Porte
Firenze e le sue Porte

Le Porte della Città che Si Chiudevano al Tramonto: Un'antica tradizione di Firenze che regolava l'accesso alla città.

Schiave a Firenze
Schiave a Firenze

Da Oriente a Firenze: volti, nomi e destini dimenticati emergono dai registri di un mercato oscuro e poco raccontato.