Pinocchio e Firenze capitale

Pinocchio e Firenze capitale: la satira di Collodi dietro il Gatto e la Volpe.

Il 30 giugno 1865 Carlo Lorenzini firmò il registro dei soci del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux. Firenze era diventata da pochi mesi capitale del Regno d'Italia e lo scrittore, non ancora conosciuto in tutto il mondo con lo pseudonimo di Collodi, aveva già alle spalle una lunga esperienza nel giornalismo satirico. Aveva combattuto per l'indipendenza italiana, partecipato alle battaglie politiche del Risorgimento e imparato a riconoscere le contraddizioni di una società nella quale le dichiarazioni di principio non sempre corrispondevano ai comportamenti. Il celebre burattino sarebbe apparso soltanto sedici anni dopo, ma molti dei personaggi che popolano le sue avventure sembrano appartenere proprio a quel mondo di opportunisti, privilegiati e falsi benefattori che il giornalista conosceva bene.
La Firenze capitale, dal 1865 al 1871, attraversò una trasformazione profonda. L'arrivo della corte sabauda, dei ministeri, dei funzionari e delle loro famiglie accrebbe la domanda di abitazioni, provocando un aumento degli affitti che colpì soprattutto i cittadini con minori disponibilità economiche. Il piano urbanistico di Giuseppe Poggi avviò il rinnovamento della città, con l'abbattimento di gran parte delle mura e la realizzazione dei grandi viali. Le opere comportarono però spese considerevoli e il trasferimento della capitale a Roma, nel 1871, lasciò Firenze alle prese con un pesante indebitamento. La crisi raggiunse il punto più grave nel marzo 1878, quando il Comune sospese i pagamenti del debito accumulato.

Collodi aveva seguito quelle vicende con lo sguardo di chi conosceva la vita cittadina, ma non era disposto ad accettarne le rappresentazioni ufficiali. Già nel 1848 aveva contribuito alla fondazione del Lampione, giornale politico-satirico nel quale prendeva di mira conservatori, opportunisti e falsi patrioti. In alcuni articoli descriveva figure come il codino, ostile a qualsiasi cambiamento, e il crociato, pronto a proclamare il proprio patriottismo senza affrontare i sacrifici della guerra. La caricatura permetteva di mettere in evidenza il divario fra le parole e i comportamenti. Negli anni successivi, attraverso giornali come Lo Scaramuccia e Il Fanfulla, questa capacità di trasformare i difetti umani in personaggi riconoscibili divenne uno degli elementi distintivi della sua scrittura.
Nel 1881, nella raccolta Occhi e nasi, Collodi dedicò alcune pagine agli ultimi fiorentini, ricordando con evidente amarezza la stagione della capitale provvisoria. Arrivò a definirla una malattia che aveva lasciato al Municipio circa duecento milioni di debiti, cifra inserita in un passo dichiaratamente satirico. Ancora più rivelatrice è la classificazione degli abitanti secondo la loro condizione economica. Da una parte collocava i signori che viaggiavano in carrozza, dall'altra i pedoni costretti a camminare. Alla divisione aggiungeva poi quattro categorie: signori, persone che vivevano del proprio lavoro, poveri e strozzini. Non era una descrizione statistica della popolazione, ma una caricatura delle gerarchie sociali e del rapporto fra denaro e rispettabilità.

Proprio le carrozze signorili ricompaiono in una delle scene più significative delle Avventure di Pinocchio. Nel capitolo XVIII, il Gatto e la Volpe accompagnano il burattino nella città di Acchiappacitrulli, situata nel paese dei Barbagianni. Le strade sono popolate da cani affamati, pecore tosate che tremano dal freddo, galline private delle creste e farfalle che hanno venduto le proprie ali. Pavoni e fagiani hanno perduto le penne più preziose e cercano di nascondere la loro miseria. Fra questi animali impoveriti transitano carrozze occupate da volpi, gazze ladre e uccelli rapaci. La scena richiama da vicino il contrasto fra chi possiede ricchezze e chi deve lottare per sopravvivere che Collodi aveva già rappresentato nelle sue prose dedicate a Firenze.
La studiosa Roberta Turchi ha proposto di leggere Acchiappacitrulli come una metafora della Firenze successiva al trasferimento della capitale. In questa interpretazione, le pecore tosate alluderebbero ai contribuenti gravati dalle imposte, mentre le farfalle richiamerebbero le cambiali, indicate con quel nome nel linguaggio ottocentesco. Le carrozze dei rapaci rappresenterebbero invece coloro che continuavano a prosperare in mezzo alle difficoltà degli altri. Sono collegamenti sostenuti da precisi riferimenti linguistici e letterari, ma non autorizzano a considerare Acchiappacitrulli una raffigurazione letterale di Firenze (da considerare anche questo aspetto). La forza della scena sta proprio nella possibilità di trasformare una realtà sociale riconoscibile in un'immagine fantastica comprensibile anche ai bambini.

L'arrivo nella città precede l'inganno del Campo dei miracoli. Il Gatto e la Volpe hanno convinto Pinocchio che sia possibile moltiplicare le monete d'oro sotterrandole nel terreno, come fossero semi destinati a germogliare. Il burattino accetta perché desidera diventare ricco senza attendere, ma anche perché immagina di poter finalmente aiutare Geppetto. I due imbroglioni sfruttano questa speranza, presentando il guadagno come qualcosa di semplice e immediato. L'episodio acquista così un significato che supera la disobbedienza infantile: chi non possiede gli strumenti per valutare una proposta rischia di consegnare i propri risparmi a chi sa usare meglio le parole. Anche questo racconto è stato accostato a un episodio della Firenze capitale. Turchi, richiamando gli studi dello storico Paolo Coppini, ha indicato alcune somiglianze con l'attività dei fratelli Servadio, finanzieri coinvolti in un'iniziativa per la costruzione di abitazioni economiche. Il progetto attirò denaro da piccoli risparmiatori attraverso la prospettiva di ottenere case a prezzi accessibili, ma gli alloggi realizzati finirono soprattutto ai funzionari arrivati nella nuova capitale. Non è dimostrato che i Servadio siano stati i modelli diretti del Gatto e della Volpe. Il confronto resta tuttavia significativo perché mostra come la promessa di un miglioramento economico potesse diventare uno strumento per raccogliere denaro a vantaggio di altri.

L'avventura di Pinocchio prosegue con un episodio ancora più paradossale. Dopo aver scoperto di essere stato derubato, il burattino si presenta davanti al giudice per denunciare i responsabili. Il magistrato è uno scimmione che porta occhiali d'oro senza vetri, particolare che ne ridicolizza immediatamente l'autorità. Ascolta il racconto della vittima e, invece di ordinare la ricerca dei ladri, dispone il suo arresto. Pinocchio viene condannato a quattro mesi di prigione. La giustizia funziona al contrario: chi ha subito un torto viene punito proprio per averlo denunciato. Collodi non deve spiegare al lettore quale sia il difetto delle istituzioni rappresentate; basta il comportamento assurdo del giudice a renderlo evidente.
La satira sociale del romanzo non riguarda soltanto gli inganni e il denaro. Uno dei suoi temi fondamentali è l'istruzione, che nell'Italia appena unificata rappresentava una condizione indispensabile per il miglioramento individuale e collettivo. La legge Coppino del 1877 rafforzò l'obbligo scolastico elementare, ma la povertà di molte famiglie rendeva difficile garantire una frequenza regolare. Collodi conosceva questi problemi anche attraverso la propria attività di autore di libri educativi, iniziata prima di Pinocchio con opere come Giannettino e Minuzzolo. Sapeva che l'accesso alla scuola non dipendeva esclusivamente dalla volontà dei bambini, ma anche dalle possibilità economiche degli adulti.

Nel romanzo questa difficoltà prende forma nel sacrificio di Geppetto. Per acquistare l'Abbecedario necessario al figlio, il falegname vende la propria casacca, nonostante il freddo e la miseria in cui vive. Pinocchio, incapace di comprendere il valore di quel gesto, rivende quasi subito il libro per entrare nel teatro dei burattini. L'episodio mette a confronto due modi di guardare al futuro. Geppetto rinuncia a qualcosa di necessario nella speranza di offrire al figlio una vita migliore; Pinocchio preferisce un divertimento immediato, senza rendersi conto delle conseguenze. La scuola diventa quindi una possibilità concreta, ma fragile, che richiede sacrifici soprattutto a chi dispone di poco.

Anche il Paese dei balocchi sviluppa il rapporto fra educazione e condizione sociale, attraverso una vicenda apparentemente lontana dalla realtà quotidiana. L'Omino di burro convince i ragazzi a seguirlo promettendo una vita senza scuola, libri e fatiche. Una volta trasformati in asini, però, i bambini vengono venduti e utilizzati per il lavoro o per gli spettacoli. Il divertimento illimitato si rivela un mezzo per sottrarre loro la libertà e ricavarne un profitto. La vicenda può essere letta come una critica alla rinuncia all'istruzione, ma contiene anche un riferimento più ampio alla vulnerabilità dei minori, facilmente esposti allo sfruttamento quando non hanno strumenti per difendersi.

Il significato di questo percorso emerge nell'ultimo capitolo, quando Pinocchio si prende cura di Geppetto ormai malato. Il burattino lavora, impara a fabbricare canestri e utilizza il denaro guadagnato per sostenere il padre. La sera studia con un vecchio libro acquistato per pochi centesimi e si esercita a scrivere usando un fuscello come penna e il succo delle more e delle ciliegie al posto dell'inchiostro. Sono particolari che riportano il racconto alla vita materiale delle famiglie povere, dove perfino gli strumenti più semplici per imparare potevano rappresentare una spesa. Il ragazzo che all'inizio aveva venduto il proprio Abbecedario comprende finalmente il valore di ciò che aveva rifiutato.

La Storia di un burattino cominciò a uscire sul Giornale per i bambini il 7 luglio 1881, dieci anni dopo la fine di Firenze capitale. La pubblicazione proseguì, con interruzioni, fino al gennaio 1883, quando l'opera fu raccolta in volume dall'editore fiorentino Felice Paggi con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Nel frattempo Collodi aveva ormai superato i cinquant'anni e portava nella letteratura infantile un'esperienza maturata attraverso decenni di giornalismo, polemiche e osservazioni della vita pubblica. Le sue creature fantastiche non possono essere ridotte a caricature di singoli personaggi storici, ma conservano molti dei meccanismi della satira rivolta agli adulti: l'ipocrisia dei potenti, l'avidità degli approfittatori, la fragilità dei poveri e il comportamento contraddittorio delle autorità.
Il cambiamento finale di Pinocchio acquista, attraverso questa lettura, un significato particolare. Il burattino non diventa un ragazzo perché ha trovato il modo di arricchirsi, come gli avevano promesso il Gatto e la Volpe. Ci riesce dopo aver imparato a riconoscere gli inganni, ad assumersi delle responsabilità e a costruire con il proprio impegno ciò che nessuno può regalargli. Non scompaiono le ingiustizie del mondo che lo circonda, ma cambia la sua capacità di affrontarle. È un insegnamento nel quale si può riconoscere l'esperienza del Collodi giornalista, cresciuto fra le speranze del Risorgimento e le delusioni dell'Italia unita. Dietro il burattino di legno rimane così la voce di uno scrittore che aveva imparato a diffidare di chi prometteva miracoli e considerava la conoscenza uno degli strumenti più importanti per non lasciarsi ingannare.

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